Lettere

Europa, l’ombra di Weimar

weimarIl dibattito politico, di questi tempi, sull’Europa e sul suo destino, si sa, non è particolarmente né popolare né, oserei dire, emozionante.

L’Europa pecca di leadership e di politici carismatici con la capacità di dare un sogno e una direzione di marcia e questo da quando sono entrate in crisi le “grandi famiglie politiche” che hanno costruito non solo le basi dell’Unione, ma anche il suo sviluppo sino ad arrivare all’Euro.

Dunque, tra le tante ragioni storiche della crisi dell’Europa una, a me, pare particolarmente drammatica. La crisi di idee, di consenso e di leadership che da dieci anni e più ha colpito sia le socialdemocrazie sia i partiti democratico cristiani ha prodotto un riflesso condizionato e pesante. La crisi del sistema politico europeo è crisi di consenso e, soprattutto, ha riaperto le porte, dopo circa cinquant’anni di relativa stabilità, ai nazionalismi e agli egoismi identitari.

Non solo. La crisi del pensiero delle “famiglie politiche” che hanno fatto l’Europa attraverso il compromesso alto, ha portato al risorgere dalle sue ceneri anche quella destra che nulla ha di liberale o conservatore, ma che, viceversa, ha molto a che fare con i fantasmi autoritari che si aggirano da sempre nel nostro continente nei momenti di crisi economica, politica o semplicemente di buon senso trasformato in senso comune.

Così è stato con la crisi dello Stato liberale in Italia dopo la prima guerra mondiale. Così è stato con la Repubblica di Weimar, così è stato nella maggior parte dei paesi europei nel corso degli anni venti e trenta. Tutti alla ricerca di una risposta rispetto ai drammi del momento e alla incapacità della politica di risolvere i problemi contingenti di milioni di persone che chiedevano solo una cosa: la possibilità di fuggire dalla povertà.

Nel secondo dopoguerra, per farla breve, il compromesso messo in atto da Socialdemocratici e Democristiani è stato quello di assicurare il massimo benessere attraverso un sistema di welfare con il massimo della libertà possibile individuale e di intrapresa che un sistema capitalistico consente, sia pur moderandolo e attenuando le diseguaglianze sociali.

Questo compromesso tra le due grandi famiglie politiche ha permesso di svolgere politiche economiche simili nei rispettivi Paesi e simili politiche di sviluppo oltre che che l’avanzata dei diritti sociali nel mondo del lavoro così come nella società.

Questo in parte spiega perché poi nel momento di “governare” le Istituzioni europee le due culture politiche abbiano sempre trovato l’accordo e abbiano sempre perseguito medesime finalità.

Oggi tutto questo mondo è in crisi. E’ in crisi di credibilità, di identità, di idee, di proposta e di leadership.

E si sa, nel vuoto politico, prevale chi riesce a dare risposte semplici a problemi complessi e a far sentire tutti capaci di poter governare un Paese o, nel nostro caso, l’Europa. Insomma, un po’ la teoria di Lenin e della cuoca applicata cento anni dopo.

In questa crisi di buon senso e di pensiero debole, francamente, trovo un po’ di perplessità cogliere nel dibattito del PD, tutto interno a dire il vero e per questo già di poco conto, il fatto che ci sia chi sostiene con linguaggio altisonante e un tantino ermetico che, le prossime elezioni europee, maggio 2019, saranno lo scontro tra europeisti e sovranisti. Ora le mie deboli perplessità non stanno tanto in questa

possibile definizione che, sia pur un po’ più nobilitata nella sua teorizzazione, ci starebbe anche. Ma francamente il mio dubbio sta nel pensare di dover fare una campagna elettorale per un appuntamento di tale portata andando a spiegare alla famosa “sciura Maria” di Quarto Oggiaro, o per rimanere in terra varesina, di Masnago o di San Fermo che il suo futuro dipende dalla vittoria in Europa di sovranisti o europeisti.

Temo che la proposizione del dibattito politico in questi termini e con queste prospettive sia l’emblema più significativo del perché della crisi delle culture politiche socialdemocratiche e democristiane. L’aver dimenticato la lezione dei padri nobili ha fatto si che con la realizzazione delle migliori politiche di welfare e di politica economica oltre che l’affermazione dei diritti sociali, si dimenticasse il perchè quelle politiche erano necessarie e come dovevano essere portate avanti. Come ha insegnato il bellissimo libro di Per Olov Enquist “Il medico di Corte” i desideri e le paure muovono il mondo, come la fame e la sete, ma al politico non basta mai avere solo l’intelligenza come alleata.

Roberto Molinari - Direzione P.le PD Varese

12 luglio 2018
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Un commento a “Europa, l’ombra di Weimar

  1. franco giannantoni il 22 luglio 2018, ore 09:44

    Caro Direttore, leggendo il saggio del consigliere Molinari, ritorno con la memoria e un filo di emozione al tempo della mia appartenenza al “Movimento Federalista Europeo” di Spinelli e Albertini (la sezione di Varese diretta da Luigi Zanzi e Franco Braga era in via Donizetti 6, secondo piano, telefono 26770 con una quindicina di adepti) in cui si parlava solo di Europa come istituzione soprannazionale. Gli Stati Nazionali avrebbero dovuto rinunciare alle loro identità e ai loro appetiti. Solo così il pensiero coltivato a Ventotene da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi avrebbe avuto la possibilità di affrontare e risolvere i problemi dall’alto di una sola voce.
    Quello che scrive Molinari é corretto ma destinato alla perenne sconfitta.
    Franco Giannantoni

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