Lettere

Il Pd? Un partito serio e concreto

Il reggente Martina a Giubiano

Il reggente Martina a Giubiano

Finita l’ubriacatura elettorale, a me rimane quello che gli Americani chiamano l’”hang over”, ovvero i postumi della sbornia. In campagna elettorale me ne hanno date da bere di tutti i tipi, soprattutto bollicine, anzi bolle di sapone che come tali, scoppieranno quasi subito.

Ebbene credo, senza possibilità di smentita, che la campagna più sobria e seria sia stata proprio quella del PD; dopo una bella serata TV in compagnia di un candidato PD potevi tranquillamente metterti in macchina e guidare senza il rischio di far scoppiare il palloncino della Stradale.

Il PD non ha “gridato” come gli altri, non ha sparato sciocchezze su aliquote impossibili o reddito gratis per tutti, non si è fatto bello con promesse irrealizzabili, ma ha esposto dati e risultati di governo quasi accettabili, cercando di mettere in sicurezza un elettorato in crisi di identità e proponendo di tornare a governare sulla scorta della precedenza esperienza che, come ripeto, non mi pare sia poi stata così disastrosa, o come dice il Guru di F.C.A. a proposito di altro: “abbiamo visto di peggio”.

Insomma ha dato dimostrazione di serietà e concretezza, così come un Partito serio e concreto dovrebbe fare.

Ma in questi anni di populismo alla Steve Bannon, legittimato da illustri Presidenti e papabili Primi Ministri, alla gente piace molto di più sentirsi dire che prenderà uno stipendio senza dover lavorare (la mezza Italia sudista ed insulare), o che pagherà pochissime tasse secondo la teoria espressa nella curva di Laffer (la mezza penisola nordica). Al centro, tra i due estremi(smi) geografici e non, qualche voto al PD è arrivato.

Ma finita l’ubriacatura di cui sopra, i più “caciaroni” sono proprio i delusi PD, quelli che attaccano, maledicono e disprezzano Matteo Renzi come se fosse il male peggiore e l’unico male.

Non entro nel merito di questioni personali e comunque interne ad un Partito a cui non appartengo, limitandomi però a pensare che quella forza politica rimane l’unico pezzo di pensiero liberal e progressista che abbiamo in Italia, insieme alla Bonino.

Da questo dato e dalla eredità politica e culturale del PD, dovranno partire i post Renziani per analizzare il passato e definire il nuovo corso, smettendola di ripetere inutilmente che il PD a trazione Fiorentina ha abbandonato la sinistra (perché il concetto di destra e sinistra è ormai desueto), o meravigliandosi del fatto che gli operai hanno abbandonato il PD di Renzi (perché non esiste più la classe operaia per come si poteva intendere quella degli anni 60-70 e 80).

A me pare che la crisi del PD sia più storica che politica. La sua sconfitta elettorale altro non è se non il segno che anche in Italia è finita un’era, si è chiuso un ciclo, quello della contrapposizione tra destra e sinistra, tra cattolici e comunisti, tra classe operaia e borghese, tra il Festival dell’Unità e Facebook; tutto è finito e tutto è cambiato, anche il sistema di pensare alla politica.

Finiti i Partiti tradizionali, quelli con gli ideali (e l’ultimo è stato l’ormai defunta Lega Nord), la gente chiede alla politica accelerazione e risoluzione immediata di problemi, senza che ciò consenta ai politici di creare strategie e piani a medio lungo termine. Mezza Italia vuole il reddito di cittadinanza oggi, senza nemmeno interessarsi del fatto che dopodomani si andrà tutti in default.

A nessuno interessa più studiare la storia perché parla di cose vecchie, mentre tutto e tutti sono proiettati nell’oggi e nel domani e comprano a rate, accendono finanziamenti, ricorrono al credito, cioè rimandano al futuro gli impegni che assumono oggi, senza alcuna sicurezza sulla loro solvibilità quando arriverà la resa dei conti.

Ebbene lo stesso fanno i politici che promettono di dare oggi quello che molto probabilmente non saranno in grado di pagare domani, ma chi se ne frega, tanto domani ci sarà qualcun altro a rispondere.

La politica è diventata turbo-consumista come la società. I politici sono divenuti piazzisti di prodotti alla pari degli imbonitori delle televendite.
E chi grida di più, o si esibisce meglio in TV e sui social, ha più possibilità di vincere.

Mi auguro che il PD non segua la china presa dagli altri, la più facile e populista, perchè questo significherebbe davvero snaturare il partito che non deve per forza tornare a dire cose di “sinistra”, ma piuttosto costruire un programma che abbia a che vedere con il progresso ed il senso di responsabilità che ogni forza politica dovrebbe avere quando scende in piazza.

E credo che alla fine, forse ci vorrà qualche anno, questo progetto verrà premiato perchè esisteranno ancora persone di buon senso e perchè chi ha promesso non sarà riuscito a mantenere e chi ha “regalato” non sarà riuscito a chiudere i conti, deludendo gli elettori.

Giulio Moroni

 

15 marzo 2018
© RIPRODUZIONE RISERVATA

8 commenti a “Il Pd? Un partito serio e concreto

  1. Rocco Cordì il 16 marzo 2018, ore 09:07

    Complimenti Direttore!. Giulio Moroni nella veste di suggeritore/sostenitore del PD è uno scoop straordinario.

  2. a.g. il 16 marzo 2018, ore 13:36

    Moroni mi piace perchè dimostra sempre di essere uno che pensa con la sua testa, senza farsi condizionare….un po’ quello che cerco di fare anche io (nel mio piccolo)…

  3. Martone il 16 marzo 2018, ore 15:40

    Fossi nei panni del segretario pro tempore Martina darei la tessera del PD a Moroni honoris Causa

  4. roberto molinari il 16 marzo 2018, ore 17:06

    Caro Giulio, sai che ti stimo e ti porto amicizia. Perchè non provi a dare il tuo contributo di idee partecipando alle attività del PD? Cerchiamo donne e uomini di coraggio che vogliono iscriversi ad un partito che ha perso le elezioni, ma che, come scrivi tu, è l’ultimo partito rimasto.

  5. ombretta diaferia il 16 marzo 2018, ore 17:07

    sempre ottimo moroni…
    ma la crisi più che storica è evoluzionistica: le briciole del proporzionale per lanciar salvini e di maio a crear i due grandi polipop-ulisti!

  6. roccocordi il 16 marzo 2018, ore 17:13

    …sulla testa di Maroni giuro anch’io. A maggior ragione lo scoop resta tale!

  7. roccocordi il 16 marzo 2018, ore 17:14

    Moroni con la “O” meglio non confondere le teste.

  8. Bruno Belli il 17 marzo 2018, ore 13:57

    Mi sorprende l’intervento di Roberto Molinari, perché credo che Moroni sia sufficientemente “libero” per non iscriversi ora al PD, tanto è vero che, quando fui io coinvolto nei progetti del PD varesino, nel 2014, su questa stessa testata scrisse un intervento mettendomi in guardia dai sistemi dei partiti. Come sempre aveva ragione lui.
    Io, invece, sono un idealista ingenuo: credevo veramente di potere collaborare con la dovuta stima e libertà che si lascia alle persone cui si concede fiducia…
    Il PD come tutti i partiti, non cerca persone che possano essere una nota fuori del coro, che pensino con il cervello in modo completamente autonomo, che sappiano criticare non con piglio megativo, ma per indicare gli eventuali errori verso i quali si ritiene che si sita andando incontro. Ricordo che il segretario cittadino Luca Paris, dopo un paio di conferenze stampa che coinvolsero Fabrizio Mirabelli e il sottoscritto nelle quali parlammo delle mancanze del settore culturale pubblico a Varese (mancanze tuttora esistenti, nonostante i proclami e i nomi altisonanti coinvolti nell’ultimo biennio), espresse un categorico “niet” verso uscite successive del sottoscritto, perché, testuali parole, si doveva “mantenere il gruppo compatto”.

    Caro Molinari, tu scrivi «cerchiamo donne e uomini di coraggio che vogliono iscriversi ad un partito che ha perso le elezioni, ma che, come scrivi tu, è l’ultimo partito rimasto». Ma c’è da chiedersi come s’intenda comportarsi con tali donne ed uomini. Il coraggio manca a voi, esponenti di una vecchia politica che rigidamente respinge ogni spirito libero, di mettere un intero sistema in discussione.
    Perché quello che il PD non ha capito, o finge di non capire, e sarebbe ancora più grave, è che il populismo è montato in grazia proprio della politica perseguita dal partito stesso. Non sono i Salvini e i Di Majo la causa intrinseca del populismo, ma lo stesso partito che non ha saputo, o non ha voluto, intercettare le effettive esigenze e mancanze della popolazione. E solo da una radicale revisione e da una coraggiosa analisi degli errori, oltre che da una salutare critica interna, che il PD potrà rinascere: altrimenti sarà destinato a perdere ancora consensi.

Rispondi