Cultura

Cultura, Gallina: dalla normalità dell’emergenza all’emergere della normalità

Adriano Gallina

Adriano Gallina

Il quotidiano on line Varese Report guarda da sempre alla cultura come una stella fissa. Cultura dal punto di vista della nostra città, del nostro territorio. Abbiamo dunque pensato a realizzare un giro di opinioni sulla cultura a Varese.

Dopo gli interventi di Bruno Belli (“Cultura a Varese citando Montale”), Dino Azzalin (“Riqualificare la città con la stella fissa della bellezza), Alberto Lavit (“Coinvolgere privati e associazioni per il bene della città”), proponiamo l’intervento di Adriano Gallina, docente, presidente e direttore dell’associazione Rag Time, che da anni porta avanti la stagione teatrale “Gocce”.

Altri interventi seguiranno e, magari, perchè no?, anche una riflessione pubblica finale…

 

Sono passati quasi due mesi da quando il direttore mi ha gentilmente chiesto di scrivere per Varesereport un piccolo contributo – che si aggiunge a quelli di Belli, Azzalin e Lavit – sul tema della cultura a Varese. Fino a non molto tempo fa avrei aderito alla richiesta molto volentieri e quasi immediatamente, con la consueta passione politico-culturale con cui affronto questi argomenti. Questa volta al contrario – e anche in questo momento, davanti allo schermo del PC – faccio davvero fatica a mettere due parole in croce. Provo a domandarmene la ragione e credo di trovarla, alla fine, in una profonda stanchezza, probabilmente del tutto personale, per la vanità – in senso etimologico – dei discorsi (e forse anche delle azioni) spesi in tanti anni intorno a questo argomento. Astrattezze su astrattezze, princìpi su princìpi, in una inutile frenesia di “goffi voli d’azione e di parola”, direbbe Francesco Guccini, nei quali si prova a volare “come vola il tacchino”.

Cerco però di scrollarmi di dosso questa stanchezza – non foss’altro che per mantenere la promessa fatta al direttore – e provo a fare un po’ mente locale.

Cosa vedo? Vedo sostanzialmente una città nella quale la cultura è costantemente segnalata come “tema di discussione” perché da oltre vent’anni vive uno stato di endemica precarietà, una condizione di normalità dell’emergenza, finanziaria, di relazione con l’ente pubblico, di partecipazione, di effettiva organicità al tessuto cittadino. Vaso di coccio tra le altre, “ferree”, voci di bilancio ed ultima residuale ruota del carro della considerazione politica, la cultura mi pare possa costituire permanente argomento di dibattito essenzialmente solo per questo: perché – nonostante i numerosi, generosi e volontari slanci di molte organizzazioni culturali di base, degli operatori, delle associazioni – rappresenta ancora, in questa città, l’eccezione e non la regola.

Ma la cultura è poi davvero, diciamocelo francamente, argomento di dibattito, interessa davvero a qualcuno? Di un dibattito reale e non di maniera? E per chi?

So che sarò forse sgradevole, ma da trent’anni partecipo a stanchi quanto “ombelicali” confronti, collettivi, coordinamenti (o “tavoli”, come oggi si usa definirli), con o più spesso senza l’interlocutore politico; nei quali ciascuno, io per primo, porta con sé legittimamente e comprensibilmente – ma spesso mascherandolo sotto montagne di nobilissime chiacchiere – il sottotesto del proprio piccolo tornaconto, uno spettacolo in più, qualche centinaio di euro in più, un più credibile posizionamento politico-istituzionale, qualche scampolo di visibilità… Oppure, ancora, in cui si esalta la dimensione della cultura come “servizio” su committenza (“ci mettiamo a disposizione”), magari in occasione di un pugno di dollari che gira o del calendario delle “celebrazioni comandate” in cui anche i Comuni alla fin fine qualcosa debbono fare per forza e qualche replicuccia in più salta fuori: e vai con camionate di spettacoli sull’alimentazione in occasione di Expo o gli allestimenti d’occasione per la Giornata della Memoria (Gazzada esclusa, immagino) o per la Liberazione o per il Primo Maggio o per l’8 marzo. Senza parlare dei temi ricorrenti o à la page…

Ecco: non me ne vogliano i colleghi (credo davvero che molti di loro producano con “sincerità” e reale urgenza artistica), ma questi rituali non mi interessano più. Forse, può essere, perché sono ormai molto disincantato e, uscendo dalla dimensione più o meno esplicita degli “accattoni” a mano tesa (come ebbe amabilmente a definire i teatranti l’ex ministro Bondi), quel che mi pare necessaria, oggi, è una decisa ed irriducibile impennata d’orgoglio ed una più matura consapevolezza culturale e politica.

Per quanto riguarda la nostra associazione Rag Time e la stagione teatrale “Gocce”, che da sei anni organizziamo al Teatro Nuovo, tale orgoglio non si concretizza nel “metterci a disposizione” o al servizio della città e del Comune ma, molto più banalmente, nella consapevolezza di offrire già un servizio reale alla città, seguito e amato da un pubblico bello, preparato e costantemente in crescita a cui proponiamo un cartellone caratterizzato da una qualità unanimemente riconosciuta dagli spettatori, dalla stampa, dagli operatori, dagli insegnanti. E la nostra nuova maturità risiede, oggi, nella convinzione che una stagione come “Gocce” – con tutta la sua indipendenza, parzialità di visioni estetiche, identità politica e civile ma anche con la sua ricchezza di “spazio per il pensiero” – dovrebbe essere la normalità di una città viva ed aperta, una normalità riconosciuta dall’Ente pubblico come parte integrante del patrimonio culturale cittadino, e non come un’eccezione in permanente, e spesso soverchiante, affanno finanziario. E questo, come vale per Rag Time, dovrebbe valere per tanti altri colleghi e compagni di strada: da Filmstudio90 ai Cortisonici passando per Karakorum Teatro e il suo nuovo Spazio Yak, per fare solo qualche nome.

Con la sintesi espressa nel titolo: in questa città mi pare necessario passare dalla normalità dell’emergenza all’emergere della normalità, consolidando e sostenendo quanto già esiste – se ritenuto meritevole – attraverso percorsi nitidi, e trasparenti, di scelta, valutazione, considerazione e selezione che ne attestino la considerazione e funzione pubblica. Punto. E’ come dire: “noi siamo qui. Studiateci, misurateci, guardate cosa facciamo, giudicatelo e poi, se lo ritenete, aiutateci”. Non molto originale? Certo che non lo è: è o dovrebbe essere, come dicevo, la normalità.

Ora, sia detto in conclusione: io credo realmente, o quantomeno spero fortemente, che gli intenti del Sindaco Galimberti e dell’Assessore Cecchi stiano andando in questa direzione, nonostante le numerose e piuttosto evidenti difficoltà operative, organizzative e finanziarie dell’Amministrazione.

Una direzione di politica culturale per la città pare tracciata (e già questa è, a suo modo, una novità epocale) con il documento programmatico “Varese&Natura”; con il festival “Nature Urbane” che, con tutti i limiti di un’edizione-zero (ma davvero, Belli, già dal primo anno credeva di poter vedere torme sconfinate di turisti aggirarsi per i nostri parchi?), ha lodevolmente indicato un percorso di maggior impegno pubblico, diretto, nell’ambito della promozione e produzione di attività culturali; con l’assegnazione di uno spazio pubblico ad una compagnia teatrale votata alla promozione del nuovo teatro emergente; con un nuovo regolamento per i contributi alle associazioni – certo ancora in approvazione e con il limite di una generalità forse eccessiva, che non distingue i settori di attività e rischia quindi una potenziale inefficacia o inadeguatezza – che muove però se non altro lungo la via di assegnazioni certe, stabilite anticipatamente rispetto allo svolgimento delle attività, fondate su criteri espliciti, e con un iter di valutazione trasparente: insomma, un regolamento che lascia ben sperare. Soprattutto rispetto al “nulla eterno” di assoluta deregulation (e quindi di arbitrio) che ci siamo lasciati alle spalle (ma, qui, un incrocio di dita è d’obbligo).

In conclusione, non so se, nella disillusione dell’età, rimango comunque un inguaribile illuso: la sensazione è però che, a volte, l’impazienza che accompagna le grandi aspettative (un’impazienza che è ovviamente anche mia) non riesca a considerare adeguatamente la complessità – e dunque la necessaria lentezza e gradualità – di cambiamenti strutturali e non effimeri, che lascino un segno, che modifichino realmente consuetudini cristallizzate e per molti versi incancrenite, che vanno dalla pratica dei contributi a pioggia alle piccole clientele, passando per le lungaggini burocratiche. Forse occorre più tempo, e stiamo in fiduciosa attesa: ricordando però amichevolmente, a Galimberti e Cecchi, che di tempo non ce n’è poi tanto e che, con uno slogan, “se non ora, quando”?

Adriano Gallina

31 gennaio 2018
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