Varese

Varese, Il libro su Vittorio e Piera Tavernari, riflessioni e ricordi in Sala Montanari

Da sinistra Tavernari, Gualdoni, Giuliani e Galimberti

Da sinistra Tavernari, Gualdoni, Giuliani e Galimberti

Grande curiosità e interesse ha suscitato il libro “Vittorio e Piera Tavernari” scritto dalla figlia Carla e presentato nel pomeriggio in città. Un volume pubblicato da Macchione riccamente illustrato, che ripercorre con un inedito sguardo famigliare le vicende del grande scultore e della moglie musicista.

Tanti i varesini presenti, che hanno seguito le riflessioni dei relatori, coordinati dal giornalista Gianfranco Giuliani, ma anche l’interessante ventaglio di testimonianze di chi ha conosciuto e frequentato Tavernari, come amico o come collega artista.

In sala, oltre al sindaco Davide Galimberti, anche la Principessa Claude d’Orléans, la deputata Maria Chiara Gadda, la presidente Maria Paola Cocchiere. Presente anche lo storico varesino Franco Giannantoni.

E’ stato il critico d’arte Flaminio Gualdoni, già direttore dei Civici Musei di Varese e tuttora docente all’Accademia di Brera, a svolgere una relazione sull’opera di Tavernari e sul volume della figlia. A Gualdoni il compito di illustrare la personalità poliedrica di Vittorio Tavernari, complessa e difficile da sintetizzare nelle pagine di un libro. Un po’ “Genius loci”, lo scultore varesino, secondo Gualdoni, erede di una lunghissima tradizione di scultori e scalpellini. Vela, Butti, Wildt figlio, gli autori di busti al Teatro alla Scala, tanti gli artisti che portano a Tavernari. Figlio di quegli “scultori confinari”, come li chiamò Carlo Accetti.

Uno scultore a cui Varese ha dedicato belle mostre, in una stagione in cui nella città giardino si organizzavano ancora. Gualdoni ha ricordato le mostre a Villa Mirabello, nel ’49 e nel ’53, o al Castello di Masnago, nel 1997, quando si inaugurò anche il totem in via Albuzzi. Ora esce questo volume che, come ha detto Gualdoni, “fa parlare l’archivio” e, nonostante sia una biografia firmata da una figlia, si segnala per grande “sobrietà”.

Una biografia che, come rimarca l’autrice, la figlia Carla, “non ha voluto essere un santino”, piuttosto “la voglia di condividere la mia vita, come parte della vita di una famiglia di artisti”. Certamente un’opportunità per riparlare di Vittorio Tavernari, della sua vita, della sua opera, delle sue idee. Tanti coloro che hanno voluto dare testimonianza dell’uomo e dell’artista: sono intervenuti l’ultranovantenne Ezio Bassani, grande esperto di arte africana, che ha ricordato i primi acquisti di opere dello scultore “a buon prezzo, ma pagati a rate, perché per me avevano un costo significativo”; il pittore Giorgio Vicentini, che a Tavernari deve “la scoperta della luce”; Giorgio Robustelli ha evocato il Tavernari ceramista; l’avvocato Ferruccio Zuccaro che ha ricordato l’amicizia con la famiglia Tavernari.

Poliedrica personalità, quella di Tavernari, in cui non mancava neppure la passione politica. E’ stato Alberto Tognola a ricordare una dimensione fondamentale di Tavernari, quella del suo legame, condiviso con Guttuso e il padre di Tognola, con il Partito Comunista Italiano, una militanza che portava Tavernari a considerare il film di Rosi “Mani sulla città” “il film più importante della storia del cinema italiano”. Così Ezio Bassani ha affacciato al dibattito la controversa vicenda del monumento alla Resistenza di Varese che Tavernari avrebbe voluto realizzare (nel libro si parla di un bozzetto alla mostra tenutasi a Bologna) e che poi non realizzò.

Una questione complessa, che non trova spazio nel volume. “Ho preferito tralasciare ciò che ha addolorato mio padre – ha replicato la figlia dello scultore -. Mi è piaciuto ricordare le cose positive, e tante ne ha fatte mio padre”.

 

 

14 maggio 2017
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