Lettere

Partito Democratico, al via la fase due del congresso

pd.......Formalmente da lunedì 10 aprile  ha  inizio la seconda fase del congresso PD. So bene che si rischia di rivolgersi solo ad  una ristretta cerchia di professionisti della politica o di appassionati, tuttavia, vorrei provare a condividere qualche riflessione prima che parta appieno la “guerra della propaganda” dei rispettivi ultras della curva.

Partiamo da quello che appare come un primo paradosso. Il PD è forse l’unico partito rimasto nel nostro Paese, per organizzazione, per militanti, per cultura e per tradizione.

Eppure, per scegliere il suo leader nazionale, fin dalle origini, ha deciso di non svolgere congressi tradizionali, mozioni contro mozioni, dibattiti tra iscritti, lunghe votazioni e discussioni, delegati su delegati e elezione del segretario nazionale ad opera di una ristretta cerchia di ceto politico, ma, contraddicendo una tradizione tutta europea, ha sposato la linea, allora “veltroniana”, della limitazione del potere contrattuale della nomenclatura per spingere per una legittimazione popolare ampia, aperta non solo agli iscritti, ma anche agli elettori del centrosinistra e forse anche a qualche altro simpatizzante proveniente da altre sponde, ma interessato al candidato. Molto americano qualcuno direbbe.

Perché questa è una contraddizione? Perché di fatto toglie ogni potere agli iscritti,  ai militanti, quindi alla spina dorsale del partito, ma anche limita enormemente il potere di veto e di condizionamento delle correnti nei confronti del leader. Di qui anche una tendenza naturale al leaderismo e alla poca collegialità.

Un leader eletto dal “popolo” e non dall’apparato ha margini di manovra e legittimazione superiore rispetto a tutti gli altri segretari di partito, sia quelli attuali, sia quelli di ieri.

Questa scelta ha funzionato per quasi dieci anni. Ha funzionato senza particolari contestazioni con Veltroni, con Bersani, ha funzionato un po’ meno con Renzi perché una parte di chi aveva perso l’allora congresso ha ritenuto che la vittoria di Renzi fosse un depauperamento  della tradizione della “ditta”. Ora, è evidente che il tema, anche se appassiona solo i teorici della politica, non è di secondo piano per la “qualità” della nostra democrazia, tuttavia, dietro a questa scelta ( quella cioè delle primarie aperte per eleggere il segretario nazionale di un partito ) c’è il fatto della contendibilità di un partito rispetto alle chiusure degli apparati e la necessità di riavvicinare gli elettori alla politica fatto, quest’ultimo, non secondario in epoca di populismi diffusi.

Secondo paradosso. La sovrapposizione tra la carica segretario di partito e quella di candidato naturale alla Presidenza del Consiglio. Anche in questo caso si parte da lontano. Veltroni scelse questa modalità dopo le fallimentari esperienze dei due governi Prodi e dopo che il centro-sinistra si era logorato in assurde discussioni tra tutti i componenti della coalizione di governo, compresi anche quelli che di notte approvavano i decreti legge e di giorno manifestavano in piazza contro. Insomma, alla fine Veltroni e tutti gli altri del PD avevano scelto di essere “non soli, ma liberi”, liberi di scegliere cosa fare, dove andare e con chi andare senza farsi condizionare ulteriormente da partitini del 3 o 4 percento. Insomma, era la vocazione maggioritaria, forse un po’ estremizzata, ma sicuramente frutto di una stato e di un disagio oggi un po’ dimenticato.

Perché scrivo ancora di contraddizione? Perché oggi molto dipende dal sistema

elettorale che andremo a costruire ( se mai si riuscirà ) e perché c’è il tema del se possiamo chiamarci fuori da una tradizione, questa si europea, ma non italiana, per cui il leader del partito è il candidato naturale alla massima carica politica di governo e lo è da segretario politico del partito che vince le elezioni anche se poi delega ad altri il governo del partito.

Ultimo aspetto che potrebbe essere un paradosso. Le primarie del 30 aprile e quindi aperte a tutti hanno valore se sono una “festa della democrazia”, quindi una festa della partecipazione e quindi una festa di popolo. Questo vuol dire non uno scontro all’ultimo sangue tra i candidati, ma vuol dire un impegno di tutti a spingere gli elettori ad andare a votare, vuol dire l’impegno a metterci la faccia da parte dei  tanti e rappresentativi non solo del PD, ma anche degli elettori del centrosinistra.

Vuol dire avere la capacità di mettere in campo le persone più capaci di interpretare il rapporto tra cittadino elettore e politica, istituzioni e  società civile.

Questa ultima può apparire una contraddizione perché il tema del successo delle primarie è legato non solo al candidato nazionale, ma anche alla capacità dei militanti e amministratori “democrat” di andare al di là dei propri confini politici mettendo in campo le forze migliori. Per fare che? Per far partecipare il più alto numero di cittadini anche non strettamente di centrosinistra e far si che questi concorrano ad eleggere il loro segretario nazionale.

Quest’ultima valutazione mi pare quella più problematica. Far partecipare il più alto numero di estranei ai giochi della politica, ma, contemporaneamente,  scelta obbligata per determinare il successo di una organizzazione politica e riavvicinare la gente comune dando a loro un potere decisionale senza la “mediazione” dell’apparato. Una bella sfida. Chissà se anche questa volta il “popolo” delle primarie deciderà di essere protagonista di una “festa della democrazia”.

Roberto Molinari – Direzione P.le PD – Varese

9 aprile 2017
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Un commento a “Partito Democratico, al via la fase due del congresso

  1. paolo rossi il 12 aprile 2017, ore 12:30

    Rispetto all’ attuale condizione in cui versa la politica si può dire e scrivere di tutto, si può essere ipercritici, ci si può lamentare aspramente. In questi anni è cambiato radicalmente il mondo. Mettere in campo oggi un sistema di partecipazione e di confronto per e fra i cittadini è qualcosa di complicato, ma nel contempo di coraggioso. Ora anche il partito democratico, come tutti, vive difficoltà e contraddizioni, ma, a conti fatti, è l’ unico partito che, anche per la selezione della propria classe dirigente, ‘ci mette la faccia’ e decide di scegliere la ‘contaminazione popolare’. Si dirà poca cosa, invece è una scelta peculiare e significativa che dovrebbe essere apprezzata. Certo, il meccanismo va migliorato, rodato, risparmiato da deformazioni varie, ma l’ impianto rimane la conseguenza diretta e precisa di una scelta responsabile di trasparenza e democrazia. Una scelta distintiva che, soffocati dalla ‘cultura dell’ effimero e dell’ apparenza’ nella quale siamo sprofondati, si rischia di colpevolmente minimizzare.

Rispondi