Lettere

Quale Pd va al congresso

La politica è sempre fatta di fatti conseguenziali. È una regola aurea. Ad ogni azione corrisponde una azione uguale e contraria. Così quello che sta accadendo ora nel Paese e nel PD era facilmente prevedibile alla vigilia del voto sul referendum costituzionale del 4 dicembre scorso in caso di sconfitta dei riformatori.

La personalizzazione della campagna referendaria che, ad onor del vero probabilmente sarebbe avvenuta comunque, sia che Renzi l’avesse voluta sia che l’avesse evitata, ha determinato il “tutti contro Renzi” spostando il dibattito dai contenuti al giudizio politico contro l’allora Presidente del Consiglio.

Non solo. Nel vortice delle posizioni politiche ( e parlo solo di queste e non delle antipatie personali che tanto hanno comunque avuto effetto ) e nelle diverse motivazioni che c’erano per votare no, sicuramente ha giocato molto anche la volontà di una parte della minoranza del PD di votare contro la riforma per spingere Renzi alle dimissioni e fare ritorno al proporzionale sfruttandone al massimo la rendita di posizione che tale sistema da rispetto ad uno maggioritario che obbliga a stare insieme.

E dunque, preso atto dell’evoluzione di un sistema politico che aveva nella sua Costituzione immodificata perso la possibilità di procedere ad un cambiamento di passo e consolidamento degli istituti maggioritari, preso atto, proprio attraverso il voto referendario della volontà popolare espressa per il ritorno ad un passato proporzionale, non ci si poteva che aspettare l’uscita di una parte di autorevoli politici dal PD e la creazione di un partito più a sinistra rispetto all’attuale collocamento dei democratici, creazione favorita proprio dai due elementi cardini del nuovo quadro politico venutosi a creare dopo il voto del 4 dicembre: il sistema proporzionale che favorisce per definizione la moltiplicazione dei soggetti e non l’aggregazione e, tema da non sottovalutare, i capilista bloccati e quindi la possibilità di avere il pieno controllo ( da parte di chiunque, ma soprattutto delle forze più piccole ) dei gruppi parlamentari otre che la possibilità di far valere la propria utilità marginale nella formazione di qualsiasi governo futuro.

Ulteriore elemento conseguente non poteva che essere il congresso del PD in tempi brevi.

Che cosa ha determinato l’accelerazione dell’assise congressuale dei democratici prima della scadenza naturale? Proverei a riassumere così: la necessità di una nuova legittimazione popolare da parte di Renzi dopo la sconfitta referendaria, il tentativo di dare poco spazio politico e poco tempo agli scissionisti di organizzarsi in ragione elettorale e non ultimo la necessità di ridefinire la linea politica e riportarla in sintonia col Paese.

Dunque la sconfitta del 4 dicembre ha aperto una nuova fase politica nel nostro Paese.

Una fase certamente non facile e non di semplice gestione e lettura. E dunque di qui anche la necessità di guardare con molta attenzione quello che accade nel e del PD e questo non per narcisismo politico, ma perché questo è l’unico partito ancora in piedi capace di fare congressi, di discutere di linea politica e fare selezione di classe dirigente, oltre che cardine del sistema politico del Paese.

Certo non vanno nascosti i limiti e gli errori di un partito e della sua leadership, che ha appena perso un pezzo della sua storia, ma tutti i sistemi politici e i partiti politici che ne fanno parte, quando passano da un maggioritario ad un proporzionale, hanno scossoni di questo tipo.

Il tema però interessante è un altro. E cioè la verifica tra i militanti prima e tra gli elettori di centrosinistra della tenuta del PD in quanto partito e l’elaborazione di una nuova linea politica. Non di una nuova identità dunque, ma di una linea politica più aggiornata e attinente al nuovo quadro e più in sintonia col Paese e certamente anche della sua leadership politica.

È chiaro che il “sistema paese” metterà sotto pressione il PD e la sua leadership politica. Metterà in dubbio le scelte fin qui fatte e gli uomini che hanno fino ad ora interpretato il sistema. La coincidenza tra segretario e candidato premier, il sistema delle primarie per la scelta del leader, il sistema delle primarie per l’individuazione dei candidati al Parlamento, la candidatura di un leader forte rispetto ad uno più capace di mediazioni e così via, sono tutti temi che a latere del congresso si svilupperanno nel proseguo di una discussione e nell’evoluzione del dibattito oltre che del sistema partito, così come la capacità programmatica di proporre nuovi temi e nuove soluzioni al Paese rispetto alla sua crisi e alla necessità di cambiamento e di riforme.

Dunque paradossalmente il PD può uscire da questa prova politica più forte a secondo di come giocheranno i protagonisti, sia nazionali sia locali e questo perchè sarà lo svolgimento del suoi lavori, il percorso e il livello della discussione e del confronto a determinare il tasso di credibilità del partito e del vincitore nei confronti degli elettori non solo di centrosinistra, ma dell’intero corpo elettorale.

Roberto Molinari - Direzione P.le PD - Varese

 

6 marzo 2017
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