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Varese, Franco Giannantoni: tanti collaborarono con la Shoah. Ma c’è chi disse no

Franco Giannantoni

Franco Giannantoni

Il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria, occasione per ricordare la Shoah e le responsabilità terribili che l’accompagnarono, in Italia come a Varese. Abbiamo posto alcune domande su questo tema a Franco Giannantoni, studioso della Resistenza e della storia dell’Italia repubblicana, voce spesso isolata, pur di grande spessore etico e culturale.

Come valuta la ricorrenza della Giornata della Memoria, che anche nel Varesotto vede numerosi eventi?

Legato alla Giornata della Memoria c’è un forte rischio, quello di essere banalizzata e ridotta ad un 4 Novembre qualsiasi, ad un 25 Aprile qualsiasi, senza che il tema venga approfondito come si dovrebbe. Soprattutto resta fondamentale il tema del ruolo che noi italiani abbiamo avuto nella Shoah, quale sia stata la nostra responsabilità.

Quali sono i fatti che confermano questa responsabilità?

Sulla base del censimento che fu realizzato, furono consegnati ai Podestà della Repubblica Sociale i nomi degli ebrei. Abbiamo collaborato con i tedeschi nella cattura, nella detenzione, nel massacro degli ebrei.

Veniamo a Varese: cosa è accaduto?

Il 12 settembre del ’43 i tedeschi arrivano a Varese. La resa del governo Badoglio fu immediata e la Repubblica Sociale sorse in un battibaleno. I tedeschi erano interessati al controllo delle industrie, ma con l’arrivo delle guardie di frontiera si è iniziato a controllare i valichi di frontiera, da Zenna a Porto Ceresio, mentre nel frattempo, in montagna, si costituivano i primi gruppi partigiani.

E il collaborazionismo con i tedeschi?

A Varese ci fu sul fronte della repressione e degli arresti, fronti sui quali si sono mossi Carabinieri, Polizia, Milizia confinaria. E ci fu anche sul fronte del controllo dei beni, della repressione finanziaria, da parte degli amministratori ariani dei beni ebraici. Nella Gazzetta Ufficiale d’Italia si leggano i documenti dedicati alla confisca dei beni degli ebrei: sconcertante la feroce elencazione dei beni confiscati, monete, mutande, spille da balia. I patrimoni finanziari venivano poi amministrati dalle banche, che poi contavano gli interessi passivi di mora, che vennero chiesti agli ebrei che, alla fine della guerra, chiedevano di essere risarciti.

Una Shoah che vede impegnati, insomma, tanti italiani, anche a Varese, tanti “volenterosi carnefici” della Shoah?

Certamente. Dobbiamo ricordare che non siamo stati estranei rispetto alla Shoah, la Shoah è stata anche italiana. Anche se non mancarono piccole realtà che praticarono la solidarietà nei confronti degli ebrei.

Dunque non mancarono coloro che dissero no e che si comportarono in maniera coerente.

Sì, voglio ricordare i tanti parroci di confine, come Viggiù, Saltrio, Clivio, Cantello. L’organizzazione Oscar di don Aurelio Giussani, don Andrea Ghetti, don Natale Motta. Non si possono dimenticare le suore di San Giuseppe legate a monsignor Sonzini, come Suor Lina Manni e Suor Regina Zocchi. La Delasen, la struttura svizzera legata al cardinale di Genova Boetto. Poi Don Folli a Voldomino. La struttura del Cln Alta Italia di Caldé voluta da Parri, con “Gioè” Baggiagaluppi, che poi diventò grande stratega della pista di Monza. E concludiamo ricordando l’azione di Calogero Marrone, che per la sua solidarietà finì a Dachau dove morì.

 

 

 

24 gennaio 2017
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