Varese

Varese, Orsini e la sua geniale lettura del “Giuoco delle parti” al Teatro Openjobmetis

Il grande Umberto Orsini

Il grande Umberto Orsini

Continua la coraggiosa scelta del teatro Openjobmetis di Varese di proporre ai varesini rappresentazioni classiche nella stagione di Prosa con interpreti di alto profilo. E così, dopo che lo scorso anno era stata la volta della tragedia dell’Enrico IV con un inarrivabile Franco Branciaroli, quest’anno è stato proposto un altro Pirandello, quello del Il giuoco delle parti di Luigi Pirandello, seconda produzione della Compagnia Orsini, con, appunto, lo stesso Umberto Orsini nei panni del protagonista, Leone Gala. Pubblico attento, tanti gli studenti che, nonostante l’improvvisa nevicata, sono arrivati da Luino.

Una rappresentazione, lo diciamo subito, articolata e complessa. Come accade con i classici del teatro, la riproposta è indissolubilmente legata all’innovazione. Nelle interessanti “Note di regia” di Orsini, troviamo un’espressione che terremo a mente d’ora innanzi quanto ai classici che vengono riproposti: “lavorare con creatività innovativa ma con intelligente rispetto della tradizione”.

C’è chi ha definito questa una “black comedy” filosofica, e narra la vicenda di un uomo che, apparentemente indifferente verso il tradimento della moglie, coglie l’opportunità di mettere in atto una vendetta cinica e spaventosa: ad un duello all’ultimo sangue causato dalla stessa moglie, il marito manda l’amante in quanto “vero marito”, secondo la filosofia pirandelliana che la vita è un “giuoco delle parti”, ma chiunque deve portare la sua parte fino in fondo.

La regia di Roberto Valerio, che ha impostato la commedia insieme allo stesso Orsini, apre la rappresentazione, vista al teatro di piazza Repubblica di Varese, a nuove sensazioni, a inedite letture: la vicenda della commedia, il triangolo tra Leone, la moglie Silia e l’amante Guido Venanzi, viene narrata grazie ad un’intelligente innesto, nella commedia, della novella che aveva come titolo “Quando si è capito il giuoco”. Udiamo così la voce dello stesso Orsini fuori campo che introduce riflessioni sulla vicenda (un meta-testo), quasi assumendo l’oggi come punto di vista nei confronti di una vicenda accaduta ieri, in un tempo passato lontano, ma ancora presente nella vita del protagonista. E poi la casa dei protagonisti lascia spazio, all’improvviso, grazie ad un cambio di quinta, ad un “luogo-prigione” (o ospedale psichiatrico) in cui il protagonista appare sopravvissuto ai “lutti” da elaborare nel corso del tempo.

Letture inedite e spiazzanti, che obbligano gli spettatori al ragionamento, alla riflessione, e consentono ai critici teatrali, che tante versioni hanno già gustato della stessa opera, di azzardare rischiosi confronti e gettarsi in arditi tuffi nella memoria.

Dunque, con un Orsini che dà prova da grande attore, che si muove all’apparenza incerto e meditabondo, ma che all’occasione mostra un’implacabile lucidità razionale (o una lucida follia, chissà), anche gli altri attori danno ottima prova: Alvia Reale nella parte della moglie e uno stupendo Totò Onnis nella parte dell’amante. Bravi anche Flavio Bonacci, Carlo De Ruggieri e Alessandro Federico.

 

 

 

14 gennaio 2017
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