Lettere

Varese, cultura e Cecchi-pensiero

cecchiOriginal soundtrack: Antonio Vivaldi Son qual per mare ignoto – voce Francesca Lombardi Mazzulli – 2016

Se il 4 dicembre lo ricorderò come il discovery day (nel senso che il popolo italiano ha riscoperto la sua Carta Costituzionale e si verifica una nuova corsa alla sua lettura!), il 5 dicembre l’ho titolato revolutionary day.

Interrompo, però, la premessa per spiegare il perché mi dobbiate leggere ascoltando la colonna sonora che ha accompagnato la stesura dei miei pensieri: interno giorno, post prandium. Questa adorabile voce prealpina è stato l’incontro che ha coronato la mia teoria sul “coltivar cultura” in città (superando il dividi et impera della “sindrome degli orticelli”, a cui risposi con una delle ultime dichiarazioni, prima di considerare conclusa l’esperienza attiva tra le mie Prealpi – Pensavo, prima di ricevere un’inaspettata richiesta che mi ha catapultato negli anni giovanili, quelli in cui pensavo solo a fuggire dalla nera Varese).

Grazie all’unica Associazione di cui detengo ancora una tessera – per poco, perché il mio attivismo ormai lo riservo all’impresa culturale che conduco – debbo l’aver trascorso preziosi minuti della mia vita a farmi “sintonizzare” la voce da questa “maestra”!

Quindi, ho scelto di essere la cittadina, nata e cresciuta a Varese, da cui si è scientemente allontanata per “far bagaglio” con la scusa dell’aria pesante, a cui è tornata dopo decenni di cammino con la voglia di iniettare linfa nuova nella oramai “congelata terra insubre”.

Raggiunto l’obiettivo, ho rivissuto la vita associativa per una manciata di anni con chi propone la pratica e la diffusione dell’ars perfecta. Ad essa ho sottratto le mie quattro ore settimanali di “tempo per me” per una full immersion nel Cecchi pensiero. Il neo Assessore alla cultura vanta un curriculum di tutto rispetto per un politico che si deve occupare di una fervida realtà di “orticelli” – come veniva definita in quell’area dai suoi predecessori. Quindi con tanti coltivatori diretti, contrappasso del suolo sottratto.

Ho barattato le mie quattro ore settimanali “con me” per ascoltare e riascoltare un curriculum che rispetto – la sua operazione Colosseo/Della Valle, per chi si occupa di social marketing&communication da qualche decennio, è stata da manuale. Infatti, ripete all’infinito: “la sponsorizzazione non è una via percorribile se non accompagnata da una politica pubblica.” Kotler e la sottoscritta ringraziano.

Queste quattro ore son state più proficue del previsto. Le prime due mi son lasciata ammaliare dal Cecchi oratore – che faticavo a non interrompere: ogni sua singola “citazione” accendeva scintille in me – Galimberti ha scelto un ottimo “sguardo” per l’area più delicata del prossimo suo, amministrato peraltro. Cecchi ha osservato, guardato, visto, documentato per cinque mesi e ha stilato la sua teoria del paesaggio in cui è “stato” calato, redigendo le sue conclusioni con metodo e, addirittura, con metodologia.

Sa di avere un ruolo importante per gettare le basi di un “rinascimento prealpino” nel posttruth da “imbarbarimento celtico”. E punta alto: al Sacro Monte, all’Isolino, alla Villa Panza (avete letto bene, proprio quella che il Conte voleva donare al Comune leghista declinante – Cecchi caro, non sono solo venti tre anni di devastazione da ricomporre, son addirittura quaranta!). Luoghi strategici per attrarre addirittura turismo in città.

(Ricordo bene l’ultima operazione turistica che ha devastato il territorio – 23 tigli ottuagenari, unum exemplum est!).

Non so chi abbia raccolto i dati, ma l’unica pecca di quella, che il “mio” sindaco ha definito “lectio magistralis”, era relativa ai dati turistici misurati sui pernotti in albergo. Il turismo culturale a Varese passa dai varesini, dall’ospitalità che forniamo agli artisti ed estimatori di altre regioni, nazioni e continenti. La cultura a Varese è fatta da artisti e operatori che ospitano artisti e operatori (il pubblico preferisce i laghi, come Stendhal). Questa è terra di tanti “nemo propheta in patria”. Le Associazioni ne amplificano la vibrazione, semplicemente.

Quello che definiamo “associamento, l’associare e associarsi” prevede un “aggregarsi” intorno ad un obiettivo partecipando alla sua realizzazione con le proprie “doti”. Null’altro. Apprezzo, dunque, il desiderio di creare un punto di riferimento per le realtà cittadine – mentre non amo le reti (in cui di solito “ci si casca, se non la si mette a segno” – consentitemi autocitazione!).

Cecchi non ha scandito l’espressione a me cara “casa delle culture”, ma immagino che, chi senta quanto me la mancanza di una sala da concerto e di un teatro sperimentale, si occuperà di un parametro così strategico per la valorizzazione sistemica.

La definizione di cornice a questa “dichiarazione d’intenti culturali” dell’Amministrazione è calzante e condivisa. Ora attendiamo piano operativo e attivazione alla partecipazione. La diffusione ha già una folla di attori e comparse.

È stata illuminante per me, la cornice in cui, dal mio angolo di visuale, ho inquadrato il “faccia a faccia” tra l’Assessore in pectore e il suo predecessore – in commissione come consigliere di minoranza. Ho rivisto la storia di quell’Area Cultura in questi ultimi dodici anni (solo cinque per il predecessore, perché il “titolo” rimase nelle mani del Sindaco nei precedenti cinque). I miei dodici anni, di nuovo, attiva nella mia città: educazione vs entusiasmo.

A nulla possono valere grida, strepiti e strappamenti di vesti nel tacciarmi di essere “al servizio” dell’Amministrazione (alcuni ignavi perdono ancora tempo nel classificare nelle loro mere “etichette”, da secolo breve, la mia “anarchica” vita). Certo, sono una cittadina: sempre al “servizio” del prossimo mio. Ho preso cazzotti in faccia per il rigore e l’integrità con cui conduco la mia impresa culturale, finalizzata primariamente a implementare il trentennale progetto seniano di “attivazione delle capacità fondamentali dell’uomo attraverso le forme artistiche”: ho trascorso dieci anni nella casa circondariale di Varese, che i due volumi dedicati non raccontano fino in fondo. Per rispetto

Ho “spacciato” talmente tanti libri alle generazioni che oggi vedo “dirigerci”, che posso contare sulla loro fattiva e integerrima azione. Perché sono menti pensanti, non soldatini di un finto movimento di pancia, utile a scaldar le terga di barbari e barbuti. Ma ho servito anche loro: so quanto sia stata utile come “quella contro”. Peccato per loro io lavorassi semplicemente “pro” e loro agissero “contro”.

Da lunedì so anche che i temi a me cari, patrimonio culturale e paesaggistico, sono al centro di un piano nato con soli ventimila euro di budget in un Assessorato alla cultura, orchestrato da Roberto Cecchi.

La prima domanda che mi “insorge” spontanea è: perché ho investito centinaia di migliaia di euro, con inenarrabili slalom tra banche e finanziarie, rinunciando scientemente a suggere contributi pubblici, quando ne venivano elargiti a profusione?

La seconda è sempre la solita: perché cinque relatori uomini a parlar di cultura? La risposta par una sola: “Son qual per mare ignoto“.

Con immutata stima nel prossimo mio (soprattutto quando è costretto a leggere una sì prolissa riflessione!)

ombretta diaferia

 

7 dicembre 2016
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