Lettere

Le ragioni del mio NO

parlamentoNelle ultime settimane sono stato invitato a partecipare ad incontri pubblici per rappresentare le ragioni del «NO» alla riforma Costituzionale. Ho letto alcuni resoconti dei miei interventi e desidero chiarire alcuni punti.

1) Il fronte del NO è molto variegato. Non mi riferisco soltanto al fatto che è composto da persone che si rifanno a diversi orientamenti politici, anche opposti (ciò può accidentalmente capitare); ma mi riferisco soprattutto al fatto che alcuni bocciano questa riforma tout court, altri, invece, ritengono che essa, pur avendo alcuni contenuti positivi, ne presenti altri fortemente negativi, che hanno un peso preponderante nella scelta. In questa seconda area mi riconosco.

Per quanto mi riguarda, preciso che ritengo positiva la riforma del titolo V della Costituzione, perché: (a) provvede alla soppressione delle Province; (b) vorrebbe (il condizionale è d’obbligo) far chiarezza nelle competenze tra Stato e Regioni, dopo le confusioni che sono derivate dalla previsione (nella riforma del 2001) della legislazione concorrente (che comprende una serie di materie in cui la potestà legislativa spetta alle Regioni, ma i principi fondamentali sono dettati dallo Stato); (c) rintroduce (art. 117, comma 4) la previsione che consente allo Stato di intervenire anche in materie che la Costituzione non gli attribuisce «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale». A tale interesse nazionale faceva riferimento l’art. 117 Cost. nel testo originario del 1948, poi modificato nel 2001.

E’ evidente che nella discussione sui punti (b) e (c), come in relazione ai limiti all’autonomia finanziaria previsti dal nuovo art. 119 Cost., intervengono fattori di carattere ideologico relativi al rapporto tra Stato e Regioni.

2) Il mio convinto «NO» alla riforma costituzionale dipende esclusivamente dalla nuova disciplina del Senato. Non è questione di bicameralismo perfetto o imperfetto o monocameralismo. Vi possono essere ragioni valide per una scelta o per un’altra. In un dossier degli Uffici del Senato del settembre 2013 si dà atto che tutti i Paesi del G8 sono bicamerali e così pure 15 Paesi del G20. Sono, invece, monocamerali Arabia Saudita, Cina, Corea del Sud, Indonesia e Turchia. Nella UE sono monocamerali per lo più Stati di ridotte dimensioni: Croazia, Danimarca, Estonia, Grecia, Portogallo, Svezia e

Ungheria. Anche il bicameralismo imperfetto, quello che si vorrebbe introdurre in Italia, in cui una Camera ha una preponderanza sull’altra, può essere articolato in molti modi. Ad es., in Francia è previsto che ciascun disegno di legge sia approvato sia dall’Assemblea Nazionale sia dal Senato; ma, in caso di impasse, è previsto, dopo due letture, un meccanismo che dà prevalenza alla prima, quando nemmeno un Comitato di conciliazione riesca a superare il disaccordo tra le due Camere. Ma non indugiamo nei dettagli.

3) Ciò che va sottolineato è che la riforma non può essere giustificata né dai tempi di una doppia lettura; né da questioni di «navette» tra Camera e Senato, attesa la modestia del fenomeno (20-25% dei casi: cfr. Zagrebelsky, Loro diranno, noi diciamo, Laterza, 2016, p. 59); né dai costi del Senato, considerato che il risparmio annuale derivante dal fatto che i senatori non saranno più pagati dallo Stato (gli emolumenti dei 95 senatori di nomina regionale resteranno a carico degli enti territoriali) sarà di soli 50 milioni di euro annui, poiché la struttura del Senato (che nel 2015 ha avuto un costo di circa 500 milioni) resterà comunque in piedi. Il dato è stato sottolineato anche dall’ex commissario alla spending review, Perotti, in una intervista a Corsera del 3.9.16, che evidenzia che il risparmio ci sarebbe solo laddove il Senato facesse una non probabile opera di ridimensionamento della spesa.

4) Invero, il reale scopo sottostante alla riforma del Senato sta nel togliere potere a questo ramo del Parlamento in cui è impossibile far passare il sistema elettorale maggioritario previsto, su base nazionale, per la Camera dei Deputati nella …«correlata» legge elettorale dell’Italicum (che contiene norme di sospetta legittimità costituzionale). E’ noto, infatti, che in forza dell’art. 57 Cost. vigente, il Senato è eletto a base regionale, talché l’eventuale premio di maggioranza va attribuito Regione per Regione: il che impedisce di fatto la costituzione di una solida maggioranza come per la Camera. Quindi, il Senato viene ridimensionato non perché inutile doppione (la rilettura di una legge è una garanzia), ma perché non è «governabile» dall’Esecutivo come la Camera. Ma, allora, siamo di fronte ad una volontà di ribaltamento di fatto del sistema: forse non si vuole più una repubblica parlamentare, ma presidenziale di fatto. Nessun problema in linea teorica: una repubblica presidenziale può ben essere democratica (vedi gli USA); tuttavia la questione è dire che cosa si vuole realmente e quali siano i contrappesi politici del potere esecutivo: neppure negli USA il Presidente può fare ciò che gli aggrada e ciò dipende proprio dal doversi rapportare con Camera e Senato. I

nostri contrappesi politici non possono essere rappresentati dal solo Presidente della Repubblica o dalla Magistratura a fronte di una Camera «governata».

Né si correli la fine del bicameralismo perfetto alla necessità di assumere decisioni con urgenza, come ritiene Violante (La riforma costituzionale e il referendum. Le ragioni del sì, in Questione Giustizia, n. 2/16). L’urgenza delle decisioni non elimina, ma, anzi, aggrava il fenomeno di soccombenza della razionalità proprio a causa dell’emotività che Violante paventa. E non è certamente riducendo i poteri d’un ramo del Parlamento che si risolve il problema del rapporto tra urgenza/ razionalità/ emotività/ reazioni dei mercati/ effettività della Democrazia. Noi stiamo vivendo un periodo in cui le decisioni importanti per la vita delle Nazioni e delle persone non vengono più deliberate dai loro rappresentanti, ma da oligarchie finanziarie che nulla hanno a che vedere con la democrazia. Il problema, allora, è di rafforzare la tutela della Democrazia, non di avere Parlamenti supini, composti da yesman, che hanno paura di esprimere il loro dissenso per paura di perdere il seggio.

5) Della struttura di questo futuro Senato ci sono aspetti che ritengo seriamente preoccupanti.

Il disegno Renzi-Boschi non mutava nulla nella disposizione costituzionale attuale per cui Deputati e Senatori rappresentano la Nazione: non sono, cioè, rappresentanti del collegio ove sono stati eletti. In corso d’opera la previsione è mutata: i Senatori non rappresenteranno più la Nazione. Perché questa modifica? Si potrebbe rispondere: perché i Senatori rappresentano le Istituzioni e non la Nazione. Ma perché le Istituzioni non sono parte della Nazione? Non è detto dalla Costituzione (art. 114) che «la Repubblica è costituita dai Comuni, [dalle Province], dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato»?  E il Senato – anche nella riforma – non è pur sempre denominato «Senato della Repubblica» (art. 57 Cost.)?

Che cosa dovrà fare un Senatore di fronte ad una legge – rientrante nelle residue previsioni di bicameralismo perfetto – in cui venissero in rilievo conflitti d’interessi tra la Nazione e la Regione in cui è stato eletto? Non rappresentando più la Nazione dovrà per forza votare una soluzione che vada a vantaggio della «sua» Regione, anche se la ritenesse iniqua o contraria all’interesse nazionale? Mutatis mutandis, la questione si porrebbe anche nel caso  in cui il conflitto si ponesse tra due Regioni di cui una è la Regione che ha eletto il Senatore e di cui questi non condividesse le pretese.

Inoltre, a me sembra strano e preoccupa molto che chi non rappresenti la Nazione (per scelta ad hoc) possa modificare la Costituzione, anche con previsioni di incidenza dei diritti dei cittadini, leggi costituzionali ed altre leggi di interesse preminentemente nazionale, quali quelle sui referendum (poiché questi sono casi di residuo bicameralismo perfetto), partecipi all’elezione del Presidente della Repubblica, elegga due giudici costituzionali.

A proposito di quest’ultima previsione: non è solo l’anomalia che 630 deputati eleggano 3 giudici costituzionali e 100 senatori ne eleggano 2. Vieppiù inaccettabile è la giustificazione che di tale scelta compare nei documenti a sostegno del «SÌ», ove si legge sia che «è bene che vengano scelti giudici costituzionali che – nella loro indipendenza – siano particolarmente sensibili agli interessi dei territori», sia che altrimenti «tutti e 5 i giudici di estrazione parlamentare diverrebbero oggetto di negoziato partitico con assoluta prevalenza della componente Camera dei deputati».

A parte il fatto dell’ingenuità della seconda risposta (i giochi che abbiamo visto caratterizzare le ultime elezioni a Camere riunite saranno in futuro ugualmente divisi tra le Camere separate, data l’importanza dell’elezione), ma è la prima che è allarmante e denuncia un’insensibilità al ruolo del giudice: pur volendo far salva l’indipendenza del giudice con una frase incidentale, ciò che è inammissibile è sottolineare che si vuole che i giudici costituzionali di nomina del Senato siano «particolarmente sensibili agli interessi dei territori». Come sia possibile essere sensibili e allo stesso tempo imparziali ed indipendenti è ambiguo, ma ciò che si evidenzia è la «sgrammaticatura costituzionale»: gli interessi delle parti (anche parti pubbliche quali Stato o Regioni) in un processo devono essere rappresentate dai loro avvocati. Il giudice non deve avere altre «sensibilità» che la legge e, in primis, la Costituzione.

Insomma, ci troviamo di fronte a questioni non di dettaglio, ma – come è stato ben detto – di etica pubblica (cfr. Zagrebelsky, op. cit., 26).

6) Un altro aspetto che induce perplessità, infine, è rappresentato dal doppio lavoro dei nuovi Senatori, che saranno contemporaneamente Consiglieri regionali o Sindaci. Come ciò sarà possibile non è dato ben capire. Nei documenti del «SÌ» si afferma: «È evidente che i lavori dei 21 consigli, dei comuni con sindaco senatore e delle Camere andranno appropriatamente coordinati. È chiaro che il Senato non sarà un organo riunito in permanenza come le Camere attuali. Ci si può immaginare una settimana di lavoro istruttorio e una di votazioni; il resto in Regione o Comune». Orbene, a parte il fatto che

il Senato avrà anche dei poteri di indagine (benché ridotti rispetto agli stessi suoi compiti, forse per difetto di coordinamento tra le norme), i quali non pare siano tenuti nel debito conto quanto ad impegno; a parte ciò, la risposta sembra affetta da un eccesso di ottimismo: di poter far bene l’una e l’altra funzione pur stando assenti 15 giorni al mese dall’altro posto di lavoro! Speriamo che ciò non comporti, di qui a breve, la necessità di costituire uffici di supporto (a Roma e «a casa») per ogni senatore/ consigliere o sindaco, con aggravio di costi per la collettività (regionale o nazionale poco importa: saranno sempre soldi nostri!).

In ogni caso occorrerà intervenire sulla legge degli enti locali. Attualmente, infatti, non può fare il senatore o il deputato un sindaco di città di più 20.000 abitanti (art. 63, decr. lgs. n. 267 del 2000) e ciò sul presupposto che il cumulo degli uffici elettivi è ritenuto suscettibile di compromettere il libero ed efficiente espletamento della carica (cfr. Corte cost., n. 277/11): per cui – paradossalmente – in mancanza di una revisione della legge sugli enti locali, il sindaco di un piccolo comune potrà essere eletto senatore, ma non il sindaco del capoluogo di provincia.

7) Ma che varie riforme debbano intervenire a «completare» le previsioni della riforma costituzionale, laddove ratificata dal referendum popolare, è noto, a cominciare dal fatto che dovrà essere spiegato che cosa significa che i senatori verranno eletti «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo» dei Consigli regionali (nuovo art. 57 Cost.). Ma qui si entra in una selva oscura (certo, a mio giudizio proprio perché la diritta via è stata smarrita … e da tempo), senza voler discutere sull’opportunità che una classe politica quale quella regionale, che certo non ha dato buona prova di sé in plurime occasioni, sia portata ad assumere un ruolo di rilievo: ma è argomento che potrebbe essere ritenuto poco significativo, rispetto alle critiche che investono l’intera classe politica del Paese.

Ascolto con sorpresa, quindi, chi afferma che voterà «SÌ» solo perché occorre pur cambiare. Che occorra cambiare non ne dubito, ma occorre cambiare in meglio: e ciò che non si vede ancora all’orizzonte è una politica che intervenga seriamente su efficienza della giustizia, equità fiscale e lotta alla corruzione. Che sono poi i motivi per cui gli imprenditori (italiani e stranieri) non investono in Italia. Forse occorrerebbe pensare ad attuare la Costituzione vigente, anziché modificarla!

Riccardo Conte

(Comitato del «NO» ARCI Varese/ ANPI Provinciale Varese)

19 settembre 2016
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