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Varese, “Mad in Europe”, la Demattè racconta noi, disadattati d’Europa

Angela Demattè

Angela Demattè

Angela Demattè, attrice e drammaturga, ha sempre scelto di confrontarsi con tematiche a rischio. Lo ha fatto, qualche anno fa, con il terrorismo, lo ha fatto ieri sera con lo spettacolo “Mad in Europe”, in un Teatro Nuovo sold out che ha assistito alla chiusura della bella rassegna “Gocce 2016″ organizzata da Rag Time.

Tema scivoloso, quello dell’Europa, soprattutto in un momento di dilagante euroscetticismo e di movimenti razzisti e xenofobi che guardano all’Europa come il nemico numero uno. Affrontare poi l’Europa sul palco, con la parola fragile e fortissima del teatro, conferma la volontà della Demattè di accettare le sfide più impervie e rischiose.

Al di là del prestigioso premio assegnato (il Premio Scenario 2015), il lavoro messo in scena è in realtà un modo per ragionare sul sogno dell’Europa che, a distanza di 60 anni dai padri nobili, resta una grande incognita. Resta una grande tecnostruttura fatta di segretari e burocrati, lobbisti e politici di professione, che rimarca una distanza abissale dai cittadini, dalle storie, dalle comunità.

Diciamolo per inciso: storie e comunità possono essere positive e regressive. Regressive quando si parla di “piccole patrie” chiuse in se stesse e armate verso chi sta fuori, positive quando le comunità si confrontano con chi sta fuori proprio perchè hanno salde radici e nulla temono.

E dunque, lo spettacolo racconta di una donna che, per una nevrosi, dà un colpo di spugna alla sua vita dentro il Palazzo, e che si incammina in un lungo percorso analitico e personale per capire chi è veramente, da dove viene veramente. Un processo difficile ben espresso dalla lingua: la protagonista, dal quasi mutismo, finisce per parlare un gramelot dove la Demattè si dimostra allieva della grande tradizione lombarda, da Testori a Dario Fo. Una lingua con cui giunge a impadronirsi delle radici – il sacro, ma un sacro simboleggiato da una Madonna di gesso, popolare e popolana, che allude a pietas e riti antichi, eppure assolutamente universali e aperti all’altro.

Un cammino che può restituire all’Europa quelle radici perdute, profondamente umane, che i padri nobili avevano sognato uscendo dall’orrore della guerra.  Un cammino lungo, di cui sarà forse un figlio concepito in una vecchia sacrestia a conoscere l’esito, a raccoglierne i frutti. Quel bambino è figlio un po’ di tutti noi, disadattati d’Europa come la protagonista messa in scena dalla Demattè.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13 maggio 2016
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