Lettere

Guardare al futuro dopo l’impasse

piazzamontegrappaQualche giorno fa, su un quotidiano, ho letto la notizia che in una farmacia di Venezia è stato esposto un contatore che evidenzia il numero di abitanti della città. Il senso di di questa iniziativa è tutta polemica: segnalare la decadenza della città lagunare e quindi anche il suo futuro attraverso l’evidenza della perdita di popolazione.

“E’ oggi che si decide cosa sarà il mondo nel 2050 e si prepara quello che sarà il 2100. A seconda di come ci comporteremo, i nostri figli e i nostri nipoti abiteranno un mondo vivibile e appassionante o passeranno un inferno, odiandoci a morte. Per lasciare loro un pianeta abitabile, sereno e libero, dobbiamo prenderci la briga di pensare al futuro, di capire da dove viene e come agire su di esso: perché sia come noi lo sogniamo, perché eviti le insidie che immaginiamo pensandolo. “ ( Jacques Attali in “Breve storia del futuro” ). Ho voluto unire la frase di Attali dedicata al nostro pianeta ad un fatto che può sembrare banale per provare a svolgere una qualche riflessione dedicata a noi.

Varese è sicuramente una città che è alla ricerca di una nuova vocazione e, forse, di qualcosa di più di una sola e semplice vocazione. Questo tema non è certamente nuovo, anzi. In molti ci hanno già provato. C’è chi ha visto nell’Università il motore per il nuovo, c’è chi ha visto nel nuovo Ospedale un possibile legame con sviluppi futuri dedicati al campo biomedico, c’è chi ha visto nel Sacro Monte la possibile attrattiva per rilanciare l’idea turistica e chi ha visto nel mettere mano al comparto stazioni l’idea del rilancio economico della città. Questi sono semplici esempi, tuttavia, che hanno un comune denominatore. Sono temi annunciati in “pompa magna” dalle diverse amministrazioni leghiste che si sono succedute nel tempo a cui però non c’è mai stato un seguito né programmatico né realizzativo concreto.

Aggiungo un altro elemento. Dire che Varese è una città che è stata ferma in questi venti anni sarebbe eccessivo. Il tema però è diverso. Non una città ferma, bensì una città che ha perso tutte le occasioni, per volontà politica, di sperimentare una qualche novità capace di rimetterla in moto, di renderla attrattiva, di tenerla sulla strada della modernità e di creare le condizioni affinché la sua ricchezza, umana e materiale, non si consumasse, ma anzi venisse aumentata.

Dunque il problema è tutto politico ed è la capacità di progettare il futuro adesso, cioè la possibilità di creare le condizioni perché a Varese ci sia, banalmente, un contatore che segni che la popolazione aumenti e non diminuisca come elemento distintivo di chi ha ripreso a crescere.

Anni fa rimasi basito nel leggere sull’allora settimanale “Luce” una affermazione di Binelli da Assessore all’Urbanistica. In sostanza Binelli accusava democristiani e comunisti di aver deturpato la città, distrutto il verde e le sue tradizioni urbanistiche perché avevano portato Varese dai quarantamila abitanti a quasi novantamila e aver dato una casa ai molti immigrati venuti in cerca di fortuna attraverso quelle che erano le “case popolari”. Al di là dell’affermazione che lascia il tempo che trova, questo di Binelli è nei fatti lo spirito leghista che ci ha governato in tutti questi anni e che è stato interpretato dai sindaci dello stesso colore nello stesso modo. La testa rivolta non alla Varese produttiva capace di far diventare “ceto medio e imprenditori” i molti giunti in cerca di fortuna, ma alla Varese dei pochi tra i pochi, quella in cui certamente tutti si conoscevano, ma anche in cui la ricchezza materiale era frutto di appartenenze familiari proveniente da generazioni precedenti.

Oggi dobbiamo vivere una nuova stagione. Una stagione fatta non di paure o di nostalgia, ma di coraggio. Una stagione all’insegna della voglia di ritornare ad essere protagonisti in una Italia ed in un Europa dove Varese può essere ancora riconosciuta per nuove eccellenze, nuove vocazioni e nuove attrattività per capitali e per uomini e donne.

Oggi abbiamo bisogno di una nuova classe politica perché con la scomparsa delle Province noi perderemo il ruolo di capoluogo e con esso tutto ciò che è rimasto come segno di vestigia del passato e che guarda caso è solo “pubblico”; dunque occorre una nuova politica e dei nuovi politici in grado di trovare il “bandolo della matassa” perché noi non siamo una città che può vivere di assistenzialismo, di insediamenti pubblici e sottogoverno. Il “potere leghista” di questi ultimi venti anni si è sviluppato, consolidato e rafforzato proprio su questo, sull’uso spregiudicato di “potere pubblico”, ma lo ha fatto non portando investimenti, conoscenza e dotazioni, ma semplicemente alimentando il sottogoverno delle posizioni. Lo ha fatto con le  poltrone regionali, con le poltrone ai ministeri e agli enti e lo ha fatto alimentando un ceto divenuto parassitario anche nella nostra provincia.

Dunque occorre riprendere la strada maestra, non una strada fatta di tradizioni a noi estranee ( dal Dio Po di cose strambe ne abbiamo viste tante ), ma la strada dell’innovazione in tutti i campi che è quella che ha sempre tenuto Varese nella modernità. Peccato che questo ci ha riguardato solo per buona parte del secolo scorso e per niente nell’attuale.

Roberto Molinari

Direzione P.le del PD di Varese

29 marzo 2016
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Un commento a “Guardare al futuro dopo l’impasse

  1. giovanni dotti il 31 marzo 2016, ore 13:35

    Condivido questa bella analisi di ROBERTO MOLINARI. Aggiungo che la prossima Amministrazione, che mi auguro non a guida leghista, possa invertire la rotta intervenendo su due direttive: 1^) più urgente nell’immediato, ripristinare l’ambiente e il decoro urbano, con quegli interventi indispensabili di manutenzione, ordinaria e straordinaria, in grado di ridare vivibilità alla Città, ai suoi abitanti e visitatori, e 2^) programmare oculatamente nel tempo quei provvedimenti e quegli investimenti atti a favorire la ripresa delle attività produttive e commerciali, delle attività culturali (quelle “vere”, che nulla hanno a che vedere con la proposta accademia dei “magnaccioni” del superchef Marchesi), della ricerca, dell’innovazione e del turismo, anche con la partecipazione popolare mediante consultazioni referendarie sulle scelte e gli interventi più importanti per la Città. Con sempre vigile attenzione alla spesa (evitando investimenti inutili ma costosi, finora privilegiati anche se non richiesti dai Cittadini) e possibilmente con riduzione delle aliquote delle imposte locali.

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