Lettere

Come e perchè educare alla cittadinanza

famiglianaturaleSul Corriere della Sera del 17 marzo mi sono imbattuto nell’articolo: “Come essere buoni cittadini? Si deve imparare a scuola,” di Attilio Oliva, Presidente Associazione Tree LLL. Per chi non conoscesse questa associazione diremo che è un’organizzazione per una società dell’apprendimento permanente (Life Long  Learning)- fondata nel 2001, che ha come obiettivo il miglioramento della qualità dell’educazione (educazione, istruzione, formazione) degli insegnanti. Inoltre, anche attraverso esperti internazionali, TreeLLL si impegna a svolgere un’attenta azione di monitoraggio sui sistemi educativi e sulle esperienze innovative di altri paesi. In particolare si pone come “ponte” per colmare il distacco che sussiste nel nostro paese tra ricerca, opinione pubblica e pubblici decisori, distacco che penalizza l’aggiornamento e il miglioramento del nostro sistema educativo.).

Mi scuso per la lunga citazione, ma volevo che fosse chiaro che a scrivere non era uno sprovveduto, ma un esperto in materia, componente del Biac education committee dell’Ocse, ex vicepresidente della Luiss «e gran consigliere di Confindustria per l’istruzione». Così, pieno di aspettativa mi sono detto: “finalmente hanno compreso a che serve la scuola! Ma man mano però che andavo avanti, leggendo cose già dette, trite e ritrite, l’entusiasmo si affievoliva e quando poi sono arrivato alle proposte dell’associazione mi sono cadute letteralmente le braccia.

Quali sono queste proposte? L’associazione Tree LLL propone che. “tutti i curricoli scolastici prevedano un tempo specifico per l’educazione alla cittadinanza (60 ore obbligatorie all’anno), non di lezioni ma di «attività» interattive su temi di etica pubblica, per fare ricerche o prodotti di gruppo, per uscite sul territorio; che si affidino queste attività ad un insegnante che non insegni altro anche se in sinergia con i colleghi. Dove trovare il tempo? Nella scuola secondaria, ad esempio, attingendo in tutto o in parte alle 50/60 ore di assemblee per gli studenti, così da restituire a quel tempo il senso educativo che si è ormai quasi sempre perduto.”

Mi sono detto: “ se anche un’associazione come TreLLL dice che “tutti i curricoli scolastici debbano prevedere un tempo specifico per l’educazione alla cittadinanza” vuol dire che abbiamo toccato il fondo e non abbiamo compreso a che serve l’educazione e perché i giovani debbano andare a scuola. Eppure docenti, famiglie e presidi avrebbero dovuto interrogarsi da tempo sul perché la Commissione dei Programmi Brocca (Il Progetto Brocca, dal nome del sottosegretario italiano alla Pubblica Istruzione che coordinò la commissione ministeriale autrice del progetto) è uno studio per la revisione del sistema didattico pubblico italiano effettuato a cavallo fra gli anni ’80 e ’90.) abbia sentito il bisogno di precisare e scrivere nella Premessa generale, prima di parlare di curricoli delle varie discipline, la citazione che segue: “Funzione educativa e culturale superiore. Il fine generale delle scuole di ogni grado e ordine è la formazione dell’uomo e del cittadino”.

Che voleva dire questa premessa? Ricordare a tutti che la formazione dell’uomo e del cittadino non può essere prerogativa di una singola materia (ad esempio storia ed educazione civica), né tanto meno prendeva in considerazione “un tempo specifico per l’educazione alla cittadinanza”.  Ma precisare a tutti che compito istituzionale di tutta la scuola dalle elementari alle superiori è quello della formazione di uomini e cittadini. Gli esperti avevano amaramente costatato che la scuola, per gli insegnanti, doveva solo istruire e non formare.

Eppure Rousseau aveva scritto due opere fondamentali: L‘Emilio, finalizzato alla formazione dell’uomo e il Contratto sociale, finalizzato alla formazione del cittadino. Del resto prima  di lui Erasmo da Rotterdam aveva ricordato che “i cavalli si allevano (nelle stalle) e gli uomini si educano a scuola, (nelle aule).  E questo perché l’animale a differenza dell’uomo è predeterminato dall’istinto, invece il bambino, al momento della nascita, è solo un candidato alla condizione umana e la sua effettiva umanizzazione si realizza soltanto se entra a far parte di una determinata società umana, acquisendone la cultura a scuola e nella società. L’uomo in sostanza non nasce tale al momento della nascita, ma può diventar uomo solo attraverso l’educazione ed egli è qual essa lo fa. (Kant).

L’uomo non è un essere naturale, ma un prodotto della cultura: è la cultura che crea l’uomo  Ma anche la cultura non è un dato della natura, ma una produzione dell’uomo. Sono inoltre i genitori, i fratelli e gli altri familiari i primi educatori del bambino; poi, a poco a poco, intervengono anche i componenti del gruppo sociale di appartenenza e, quindi, assieme alla scuola, le associazioni, i mass media, le istituzioni religiose, politiche, sindacali, ricreative ecc. I professori che insegnano le varie discipline, (educazione fisica, latino, italiano, greco, matematica scienze musica ecc. ecc.) hanno come compito precipuo l’umanizzazione e l’educazione alla cittadinanza e non possono trincerandosi dietro lo svolgimento dei loro programmi e al poco  tempo a disposizione senza venir meno a questo compito.

“Ma ci sono altri mali, inerenti allo spirito che predomina tuttora nelle nostre scuole: i metodi cattedratici e antiquati, l’impostazione mnemonico-catechistica, il mito della «cultura generale», l’ossessione dei programmi totalitari e dell’onniscienza, il culto dei registri e la mania degli esami, la tendenza all’uniformità e al livellamento, le scarse possibilità di sviluppo accordate agli interessi e ai gusti spontanei degli allievi. E questi possono essere oggetto di «riforme senza spesa»: di riforme per le quali non occorrono grandiosi progetti legislativi o massicci stanziamenti di bilancio, ma coraggio, spirito d’iniziativa e di libertà, consapevolezza che scuola vera è quella, socratica, della ricerca e del dialogo: la scuola che non inculca verità, ma che educa alla discussione e quindi alla pratica attiva della libertà e al costume democratico” (Guido Calogero, Scuola sotto inchiesta.)

E’ necessario che gli insegnanti sappiano che i programmi non  sono fini a se  stessi, ma sono mezzi, strumenti che devono essere “tagliati e cuciti su misura come un vestito aderente sull’educando”, come amava dire un vecchio ispettore di lanino e greco delle Scuole europee. Purtroppo oggi il nozionismo la fa ancora da padrone a scuola anche perché la diffusione dei mass media (giornali, televisione, cinema, e soprattutto internet) ha fatto sì che oggi molte cose si imparino non dai libri, non a scuola, ma per averle lette, viste o sentite prima da quella “scuola parallela” rappresentata dai mass media; ne consegue che gran parte delle nozioni, che la scuola pur con una certa fatica una volta riusciva a trasmettere, oggi sono squadernate con un semplice click su Google.

E’ questa nuova realtà che spinge uno studente a rivolgere la provocatoria domanda: “Ma prof, che ci fa in classe nell’era di internet?” Questa domanda oltre dieci anni fa è stata discussa dal compianto Umberto Eco in una “Bustina di Minerva”, su l’Espresso; ma potrebbe essere posta oggi, con lo sviluppo esponenziale assunto dal web, a maggior ragione, un quesito ricorrente nella testa di qualsiasi ragazzo, che passa buona parte del suo tempo navigando in rete. “Quello che fa di una classe una buona classe” – ricorda U. Eco – “non è che vi si apprendano date e dati ma che si stabilisca un dialogo continuo, un confronto di opinioni, una discussione su quanto si apprende a scuola e quanto avviene di fuori…”. Credo che a questo punto sia il caso di porsi un interrogativo di fondo: a che serve l’educazione scolastica nel Terzo Millennio”?

Una risposta esauriente a Ottavio Oliva e a quegli insegnanti che non hanno ancora compreso che tutta la scuola di ogni ordine grado deve essere finalizzata in ogni momento educativo a formare l’uomo e il cittadino ce la fornisce il sociologo E.Morin: “Scopo dell’educazione è apprendere a vivere e insegnare a diventare cittadino. Un cittadino, in una democrazia, si definisce attraverso “la solidarietà e la responsabilità” nel rapporto con i suoi simili.”. Significativo a tal proposito quanto affermato nel 1993 dal Congresso Nazionale Africano: “L’educazione deve indirizzarsi verso lo sviluppo della personalità umana; della percezione della dignità personale, e deve mirare al rafforzamento e al rispetto per i diritti umani e per le libertà fondamentali. Deve inoltre promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia tra i cittadini delle diverse nazioni.” Questa purtroppo è rimasta un’aspirazione, che dovremo tutti contribuire a tradurre nella realtà, al più presto se si vogliono  fermare guerre, odi, razzismo, terrorismo, fondamentalismi e risorgenti neonazismi. Ma passare da una scuola puramente nozionistica ad una formativa è una impresa ardua e difficile, però necessaria. Viviamo in questa Italia amorale, disgregata, in crisi di valori preda di evasori, truffatori e corruttori ed abbiamo bisogno per tanto di ricostruire dalle fondamenta una nuova moralità, una nuova umanità, un nuovo spirito di cittadinanza aperta alla mondialità.

Ma avverte Albert Camus “perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che si cambi in esempio.” Ma perché questo accada occorre una rivoluzione copernicana nella scuola; bisogna puntare sulla formazione iniziale e sulla riqualificazione in servizio di tutto il personale docente di ogni ordine e grado. Un settore decisivo su cui intervenire dovrebbe essere quello della formazione razionale di base degli insegnanti. Solo così potremo sognare di poter un giorno rifondare “una scuola in cui si potesse apprendere senza noiarsi, e si fosse stimolati a porre problemi discuterli; una scuola in cui non si dovessero sentire risposte non sollecitate a domande in cui non si dovesse studiare al fine di superare gli esami.

Romolo Vitelli

22 marzo 2016
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