Lettere

Gli italiani bocciati in matematica

scuola1Ancora una volta l’Ocse boccia gli studenti italiani in matematica perché restano ancora il fanalino di coda nella comunità europea.  La matematica è ancora la bestia nera dell’apprendimento in Italia. Anche se viene sottovalutato questo è un problema assai grave, perché se non si ha una mente allenata all’astrazione e alla precisione si finisce con il  non essere in grado di seguire percorsi professionali decisivi, soprattutto nell’era dell’informatica.

Un quarto degli studenti italiani non ha saputo rispondere alla domanda “se per fare una torta per 4 mi servono 80 grammi di cacao, quanti me ne serviranno per farne una da 8?”. A che cosa va attribuita questa situazione che si protrae da decenni? E’ bene sapere che questo pessimo apprendimento della matematica non è un fenomeno a sé stante, un accidente,  ma rientra nella grave e complessa crisi economico-sociale culturale in cui versa la società italiana e la scuola in particolare, soggetta a tagli di spesa devastanti. Esso affonda le radici nella travagliata storia del nostro Paese. L’Italia sconta i ritardi del suo processo di unificazione e delle sue chiusure culturali provinciali e soprattutto risente dei guasti della sua scarsa maturità democratica e del suo precario sviluppo economico e del grave abbandono cui è stata lasciata per troppo  tempo la scuola senza le necessarie riforme. 

Si è soliti rievocare la concezione idealistica di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile, che privilegiava  la formazione umanistica, a danno di quella scientifica (e d’altra parte non risulta che le capacità linguistiche degli studenti italiani siano superiori alla media, anzi è vero il contrario). E’ bene ricordare che nel nostro Paese per anni l’idealismo crociano è stato egemone; e questa egemonia era dettata da una filosofia che considerava la scienza, e persino la matematica, come una sorta di sapere di seconda classe.  Una filosofia che partiva dalla falsa concezione che chi sa una disciplina sa anche insegnarla.

Ma nonostante ciò purtroppo, come ha avuto modo di ricordarci più volte il compianto filosofo Enrico Berti, “La cultura italiana continua ad essere condizionata dal pregiudizio gentiliano, per cui la didattica, come competenza specifica circa il modo di insegnare una qualsiasi disciplina, non esiste. (…) Infatti il suddetto pregiudizio non tiene conto del fatto che, l’insegnare è un rapporto biunivoco, cui deve corrispondere dall’altra parte l’apprendere pena il suo completo fallimento. Non basta, insomma, insegnare in modo chiaro, rigoroso, brillante, se poi gli studenti non apprendono, cioè se in loro non rimane alcuna traccia dello sforzo fatto dall’insegnante. Le condizioni che assicurano il successo dell’apprendimento sono molteplici e diverse, perciò devono essere conosciute, tenute presenti, adoperate in vista dello scopo. Per fare tutto questo occorre una competenza specifica, che è diversa dalla conoscenza dei contenuti da insegnare e che non è innata, o capace di generare spontaneamente, ma che richiede di essere anch’essa appresa con lo studio, con l’esercizio, con il ricorso ad esperti.”

Purtroppo la concezione gentiliana ha ispirato una formazione degli studi universitari senza una didattica specifica per le varie discipline studiate, matematica compresa. Poteva accadere  spesso  che un laureato in scienze insegnasse matematica e un laureato in farmacia insegnasse scienze ecc.. Questa distorta prassi pedagogica ha fatto sì, che per lo più i nostri docenti, siano ancora accomunati da una formazione di base – dice Pellerey-  nella quale la conoscenza non è organizzata in funzione dell’agire, ma del sapere; non del risolvere problemi, ma del giudicare. E’ una formazione culturale di tipo critico-osservativo, quando non meccanico-riproduttivo. E viene così a mancare ogni prospettiva generativa. Quando ci siamo esercitati – aggiunge lo studioso- nell’applicare concetti, princìpi e procedimenti all’interpretazione di fatti, di fenomeni, o anche solo di documenti, che avessero il sapore di novità, o alla risoluzione di problemi di natura decisionale? Quando mai, per scendere ad un esempio più palpabile, nello studio della matematica ci si è impegnati nel processo di matematizzazione di situazioni grezze o in quello di risoluzione di problemi non di routine?” Dice Roger Abravanel che “il segreto della buona scuola è nascosto nel metodo di studio” (Corriere 23 febbraio 2015). E un buon metodo di studio non può ignorare quanto hanno elaborato sinora la didattica e la psicologia dell’età evolutiva circa il processo di apprendimento dei concetti matematici.

Parafrasando Rousseau diremo che per insegnare la matematica a Giovannino bisogna prima sapere e conoscere bene chi è Giovannino perché il fenomeno “intelligenza” come ci ricorda H. Gardner (Formae mentis ) non è un concetto unitario, ma può essere scomposto in una serie finita di abilità umane distinte, di distinte intelligenze: linguistica, musicale, logico matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, personale e interpersonale. Si tenga inoltre conto che secondo J. Piaget i ragazzi, essendo nella fase delle operazioni concrete (da 7 a 11 anni), non sono ancora capaci di ragionare su dati presentati in forma puramente astratta. L’ultimo stadio quello delle operazioni logico-formali, si svilupperebbe tra i 12 e i 14 anni. Si può comprendere come la teoria degli stadi di Piaget abbia una grande importanza in campo educativo, in quanto suggerisce quali apprendimenti uno studente può conseguire in rapporto all’età e quali no. La scuola deve quindi porre al centro del processo educativo l’educando con il suo vissuto e le sue capacità fattive e recettive, per dotarlo degli strumenti cognitivi e delle  competenze  adeguate  alle sfide del Terzo Millennio .

Ma non sembra mutato molto nella didattica della matematica: ancora oggi per molti studenti gli esercizi di algebra e/o i problemi di geometria sono quasi sempre fonte di impotenza, ansia e frustrazione.  Però se i ragazzi italiani non sanno la matematica non è colpa solo della difficoltà della disciplina, dei programmi, ma  soprattutto di maestre e prof. E poiché è acclarato che sono i buoni insegnanti che fanno una “buona scuola”, bisognerà concentrare tutti gli sforzi sul reclutamento, la selezione e la formazione del personale docente ad ogni livello, premiando ed incentivando parimenti merito,efficienza, produttività, equità e responsabilità nella scuola.  Infine non  bisogna mai dimenticare  quanto dice il  rapporto  McKinsey: “La qualità di un sistema educativo non può essere migliore di quella dei suoi professori.”

Romolo Vitelli

18 marzo 2016
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