Lettere

Gli italiani? Don’t spik english

scuola1Le preferenze degli studenti per il prossimo anno dicono che molti sceglieranno istituti linguistici e/o licei linguistici, con una ripresa anche dei licei classici, anche se non da per tutto. In tanti, praticamente tutti, studiano la seconda lingua (cioè l’inglese) e spesso la terza (almeno fino alle medie inferiori, per poi perderla alle superiori): il 98,4%.

Eppure qualcosa non funziona: solo il 16% degli italiani parla infatti due lingue contro il 21% della media europea. E il 40% – forse è questo il dato più preoccupante – si ferma alla lingua madre. Gli ultimi rilevamenti Ocse bocciano gli italiani in inglese e matematica. Sono dati dell’Eurostat da cui esce una situazione parzialmente contraddittoria: quella di un investimento a fondo perduto per il quale gli sforzi compiuti fino alla cosiddetta secondaria di primo grado di sfalda fra licei e istituti, lasciandoci sotto la media continentale.

Il fatto che la conoscenza dell’inglese degli italiani sia mediocre, è cosa di pubblico dominio. Era necessario del resto vedere i nostri parlamentari balbettare, pronunciando, durante il dibattito in Parlamento sul disegno di legge sulle unioni civili, il termine inglese «stepchild adoption» (letteralmente “adozione del figliastro”) per vedere qual è il livello  di conoscenza della lingua inglese  dei nostri parlamentari . E che dire dei nostri Primi ministri (salvo lodevoli eccezioni) quando sono a confronto con i leader europei? Mentre i nostri sono costretti ad avere quasi sempre l’interprete a fianco vediamo con quanta  facilità i vari rappresentanti dell’ UE passino da una lingua straniera all’altra senza problemi.

Del resto chi ha accompagnato studenti in viaggi d’istruzione per l’Europa, conosce le difficoltà dei nostri ragazzi a muoversi con disinvoltura, chiedendo informazioni in inglese o nelle altre lingue straniere studiate per alcuni anni. Mentre ha potuto costatare come studenti di altre nazionalità parlino fluentemente l’inglese e le altre lingue. Da che dipende questo gap di competenze? Certamente dal nostro Governo che non investe nella scuola, nella cultura e nella formazione e riqualificazione in servizio degli insegnanti. – L’Ocse ha bocciato nuovamente l’Italia che spende per l’istruzione, solo l’8% della spesa pubblica. Ma per la verità le ragioni sono molte e complesse non solo economiche, ma anche pedagogico- .metodologiche e nell’economia di questa riflessione purtroppo non le potrò analizzare tutte.

Mentre scrivevo questa riflessione ho letto la lettera su la Repubblica di una madre (‘Una brutta sorpresa a lezione di inglese’ Erminia, venerdì 11 marzo 2016). “Oggi sono andata a scuola a prendere il mio nipotino, iscritto alla prima elementare, e ho avuto la ventura d’imbattermi nell’insegnante d’inglese; essendo in anticipo ed avendo insegnato questa lingua, le ho chiesto di poter assistere alla lezione. Seduta in un angolo ho ascoltato in religioso silenzio… sono rimasta inorridita! Termini che venivano deformati da pronunce errate e sto parlando di parole d’uso quotidiano. Ad esempio “dear” che risultava pronunciato come “there” ed altro ancora! Allora ho timidamente chiesto di quale titolo fosse fornita e mi sono sentita rispondere che al concorso aveva sostenuto un esame d’inglese e quindi poteva insegnarlo! Complimenti. Questa è la buona scuola? Perché non lasciamo che siano i laureati in lingua ad insegnare la lingua straniera? I bambini apprendono facilmente e finiscono per consolidare anche le cose sbagliate”

Molti insegnanti di lingua straniera sostengono che gli studenti non sanno ad esempio l’inglese perché in Italia, rispetto ad altre nazioni europee, i programmi scolastici dedicano allo studio delle lingue straniere poche ore; e questo avviene sin dalle elementari. Ma è veramente questa la causa? Confrontando i programmi scolastici dei danesi e degli italiani, ad esempio, il numero di ore settimanali dedicate all’insegnamento della lingua inglese è sostanzialmente uguale in Danimarca (Paese in testa) e l’Italia (Paese in coda). Non è quindi meramente questo il motivo della sostanziale differenza tra la conoscenza dell’inglese mostrata dai danesi, e noi.

Andando in profondità nel rapporto emerge che ciò in cui l’insegnamento dell’Inglese in Italia e in Danimarca differisce drammaticamente non è il numero di ore, bensì l’approccio didattico: la Danimarca propone una glottodidattica basata sul metodo comunicativo, anticipando (più che privilegiando) l’acquisizione orale della lingua rispetto all’apprendimento della grammatica e della letto-scrittura. Mentre l’Italia resta ancorata, salvo lodevoli eccezioni, al metodo traduttivo e grammaticale con l’insegnante al centro del processo educativo. E’ una vecchia metodologia didattica dura a morire, diffusa, per la verità, un po’da per tutto in l’Europa sin dall’800/900.

Questa prassi scolastica vede il docente fare la sua lezione frontale, privilegiando la letteratura e dedicando poca pratica alla conversazione in lingua straniera. Forse un curioso aneddoto raccontato dalla sorella di Nietzsche Elisabeth può aiutarci a capire meglio la questione. Nietzsche, malato, aveva bisogno di un clima più caldo per riprendersi e si erano imbarcati sullo stesso battello dov’era Mazzini che tornava in incognito in Italia. A sera arrivarono a Fluelen e fecero sosta alla stazione di posta perché il servizio postale del Gottardo avrebbe ripreso a funzionare solo l’indomani mattina. L’ostessa fece sedere Elisabeth e i fratello, al tavolo della colazione vicino al nobile cospiratore. Mazzini si rivolse alla sorella in un francese elegante che il filosofo non comprendeva. Nietzsche si scusò di non poter prendere parte attiva alla loro conversazione, perché era molto sofferente e inoltre parlava un francese così ricercato, che sua sorella soleva dire che il suo francese assomigliava a quello di Corneille o di Racine e che non si riusciva a capire nulla di quello che lui diceva. La colpa di tutto ciò secondo Nietzsche era che “nelle scuole tedesche le lingue moderne venivano insegnate in modo tale che nessuno era in grado di esprimersi nella vita normale”; e Nietzsche, scherzando, aggiunse che gli sarebbe riuscito più facile farsi capire in greco o in latino. Del resto non era difficile trovare altri autori che su quella tematica davano ragione a Nietzsche. Un’esperienza negativa analoga in tal senso l’aveva fatta anche lo scrittore svizzero-tedesco Peter Bichsel, che nel suo gustoso e simpatico libretto, “Al mondo ci sono più zie che lettori”, Marcos y Marcos, 1990, racconta che in pieno Novecento la prassi didattica non era molto mutata .“Il terzo ricordo scolastico è pietoso: alla prima lezione di francese l’insegnante affermò immediatamente che in francese ci sono dei suoni molto difficili, per esempio « en ». (…) Non imparammo però soltanto quanto è difficile, incredibilmente difficile, dire «en». Imparammo per così dire tutte le difficoltà della lingua francese — non il francese, solo le difficoltà. Credo di sospettare a ragione che anche il mio insegnante di francese conoscesse solo le difficoltà. La questione non era di imparare qualche cosa, bensì di rendere qualche cosa valutabile per un esame.”

Un’esperienza personale del resto l’avevo fatta anch’io a scuola con il francese: sapevo tutte le eccezioni dei nomi che terminavano in « oux » al plurale : bijoux, choux, genoux, hiboux, oujoux etc., ma se avessi dovuto dire: “Scusi signore dov’è una toilette” in francese, probabilmente non ci sarei riuscito. A cercare di rinnovare la prassi didattica dell’insegnamento delle lingue straniere pensò il Consiglio d’Europa negli anni Ottanta, affidando alla linguista prof.essa Nora Galli de’ Paratesi dell’Università della Calabria il “Progetto lingue moderne” Era un progetto che proponeva una metodologia didattica “centrata sul discente”,ribadendo che “non è più la lingua al centro dell’attenzione, ma l’allievo e i suoi bisogni di comunicazione e di uso della lingua straniera”. Questo approccio comunicativo, concepito come “capacità di esprimersi in maniera non solamente corretta, ma anche appropriata alla situazione” era purtroppo disatteso nella pratica quotidiana soprattutto dal nostro Paese e non solo per l’inglese ecc., ma anche per l’italiano, lingua straniera.

Nelle Scuole Europee, dove s’insegnava e si insegna l’italiano come lingua seconda, il testo allora in circolazione più in uso era quello di K. Katerinov, che aveva un approccio grammaticale-traduttivo di tipo tradizionale. L’insegnamento per lo più era impartito senza sussidi didattici, senza materiali filmici ecc. A farla da padrone erano: il manuale in adozione, la lezione frontale e i classici della letteratura per lo più Manzoni, Verga, Pirandello… La nuova metodologia comunicativa elaborata dal Consiglio d’Europa, avrebbe dovuto spingere i docenti italiani ad interrogarsi su quali fossero i metodi migliori per rispondere alle mutate esigenze pedagogiche e quindi a cambiare il loro metodo d’insegnamento delle lingue  per renderlo più motivante ed interessante e più adeguato alle mutate richieste degli studenti. Ma il nuovo stentava e stenta a farsi strada e la pratica grammaticale e traduttiva era ed è dura a morire. In un mondo globalizzato, multietnico e multiculturale, percorso da molteplici e divergenti forme comunicative digitali, com’è l’attuale, è necessario che gli italiani riducano al più presto il divario di conoscenze delle lingue straniere rispetto ai giovani degli altri paesi europei.

Nel chiudere questa mia riflessione mi corre l’obbligo, nel 71° anniversario della liberazione di Auschwitz, di ricordare le vittime dello sterminio nazifascista nei vari lager. Molti dei sopravvissuti devono la loro sopravvivenza anche alle conoscenze delle lingue straniere, il tedesco in primis, come ha scritto e più volte e ricordato nei colloqui con le scolaresche Primo Levi. Gli italiani erano i primi a soccombere perché la loro non conoscenza delle lingue li tagliava fuori dalle comunicazioni nelle baracche, impediva loro di condividere paure ed emozioni ed erano  ignari  di quello che accadevano attorno a loro. Gli internati italiani erano quelli che non conoscendo gli ordini in tedesco ricevevano le nerbate e le bastonate dai vari kapò. Molti perirono anzitempo debilitati dalle punizioni, altri si salvarono, e lo steso Levi deve la sua salvezza grazie anche alla conoscenza del tedesco.

E’ proprio il caso di dire che la conoscenza di altre lingue può, in situazioni drammatiche, salvare la vita! Vorrei concludere  questa mia lettera con due citazioni: l’una di Ludwig Wittgenstein, l’altra tratta da un proverbio africano, che a me sembrano cogliere il senso delle tematiche dibattute sinora “I limiti del mio linguaggio - dice il linguista - costituiscono i limiti del mio mondo. ” “Un uomo che parla una lingua vale un uomo; un uomo che parla due lingue vale due uomini; un uomo che ne parla tre vale tutta l’umanità.”.

Romolo Vitelli

12 marzo 2016
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