Lettere

La Libia, la guerra ed Erasmo

Erasmo da Rotterdam

Erasmo da Rotterdam

Dopo l’assassinio dei due ostaggi italiani in Libia sono stati molti i connazionali a premere per un intervento militare italiano. L’ambasciatore americano John R. Phillips, e l’Inghilterra si sono messi a marcare stretto Renzi, dicendo che ”L’Italia può autorevolmente giocare un ruolo di coordinamento e di guida della missione”. Ma da Renzi, ancora una volta, e per fortuna è arrivata una netta e saggia frenata: “La guerra è una parola drammaticamente seria per essere evocata con facilità. L’unica priorità del governo – ha aggiunto – in questo momento è diplomatica per garantire la formazione di un nuovo governo.”

Purtroppo la Libia paga ora il prezzo della forsennata guerra voluta dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy contro il rais Gheddafi. La Primavera araba ha messo al potere un governo debole e litigioso, aprendo così la strada al jihadismo. La Libia è uno Stato  disgregato  e in profonda crisi. Qui l’Isis può avere buon gioco e la cosa allarma alcune nazioni europee (tra cui in prima linea la Francia) che si apprestano a intensificare i bombardamenti e gli interventi militari. Un appello d’intellettuali francesi contro la guerra ci ricorda però che la “Francia è continuamente in guerra. Esce, assieme ad altre nazioni, da una guerra in Afghanistan, insanguinata di civili assassinati. I diritti delle donne continuano a essere negati, e i talebani guadagnano terreno ogni giorno di più. Quando furono scatenate le guerre in Afghanistan e Iraq sapevamo che quei conflitti avrebbero seminato, alla cieca, caos e morte. Avevamo torto? La guerra di Hollande di oggi avrà le stesse conseguenze. Per questo non si può non reagire».

Pochi hanno riflettuto sul significato delle guerre e sulle conseguenze che queste comportano: distruzioni d’ intere città, esodi massicci di popolazioni, fame, miserie, famiglie distrutte, violenze sfrenate, odio imperituro ecc.; e con quali risultati? Purtroppo li vediamo ogni giorno. La guerra non divampa per un casus belli, ma è, come dice il generale, scrittore e teorico militare prussiano Karl von Clausewitz (1780 – 1831), “ la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”. Con questa sua asserzione, von Clausewitz afferma che la guerra non è mai un atto isolato che scoppia in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l’opera di un istante, ma la continuazione di una politica economica e sociale di rapina e di possesso delle risorse  dei paesi devastati, portata avanti con altri mezzi cioè mezzi violenti: bombe, massacri ecc.

“A Bamako, la Francia – scrivono gli intellettuali francesi nel loro appello contro la guerra – protegge un regime corrotto fino al midollo, così come in Niger e in Gabon. E qualcuno pensa che gli oleodotti del Medioriente, l’uranio sfruttato in condizioni mostruose da Areva, gli interessi di Total e Bolloré non abbiano nulla a che vedere con questi interventi molto selettivi, che si lasciano dietro paesi distrutti? In Libia, in Centrafrica, in Mali, la Francia non ha varato alcun piano per aiutare le popolazioni a uscire dal caos. Eppure non basta somministrare lezioni di pretesa morale (occidentale). Quale speranza di futuro possono avere intere popolazioni condannate a vegetare in campi profughi o a sopravvivere nelle rovine?”

E’ proprio vero quello che diceva Erasmo da Rotterdam: “La guerra piace a chi non la conosce.” Erasmo da Rotterdam, commentando questo principio classico, enunciato da Vegezio nell’Arte militare, ma anche da Pindaro, scrisse uno degli adagia (raccolta di proverbi e sentenze) contro le tante guerre che insanguinavano Europa e Mediterraneo. Il grande umanista smonta innanzitutto il principio della guerra giusta, o santa, in nome di Dio, perché il suo agnello Gesù ha predicato tutt’altro rispetto ai papi bellicosi e ai sovrani smaniosi di crociate.

Ma anche i conflitti mossi per ambizioni regali, per successioni dinastiche, o per ridisegnare confini sono una sciagura. Le guerre, spiegava l’olandese, risultano sempre rovinose perché impoveriscono le nazioni, aumentano le tasse, soffocano l’economia, falcidiano le popolazioni. Senza contare il dolore e il sangue che seminano. «Io, devo dire, non condivido mai la guerra: neppure quella contro i Turchi. La religione cristiana sarebbe messa davvero male, se la sua sopravvivenza dipendesse unicamente da questi puntelli! Non ha senso attendersi che, a partire da premesse ostili, le genti sottomesse diventino buoni cristiani: ciò che si conquista con la violenza, lo si perde nello stesso modo [...]. “Ma perché – sento dire – non dovremmo poter sgozzare quelli che vengono a sgozzarci?”.

A costoro rispondo: “Vi sembra davvero così inaccettabile che altri siano più crudeli di noi? Allora perché non derubiamo chi ci deruba? E perché non prendiamo a male parole uno per uno tutti quelli che ci offendono? Perché non odiamo visceralmente tutti quelli che ci odiano ?». Come se ne esce? Come sconfiggere l’Isis definitivamente? Se ne esce riflettendo innanzitutto sugli interventi disastrosi precedenti e delineando una politica di pacificazione per il futuro. Ma per raggiungere questo ambizioso  obiettivo occorrerà l’unità di tutte le grandi potenze perché la guerra contro il terrorismo islamista va combattuta su vai fronti: politico, economico, culturale e come extrema ratio militarmente.

Bisognerebbe innanzitutto cominciare una buona volta a prosciugare le risorse economico-militari dei terroristi, smettendola di fornire loro alleanze, sostegni, aiuti economici, armi che non sono fuochi di artificio, ma strumenti  di morte. Altre possibilità non ve ne sono per porre fine definitivamente a questo assurdo massacro.

Romolo Vitelli

6 marzo 2016
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