Varese

Varese, “Potevo essere io”, da applauso il “com’eravamo” della Scommegna

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

E’ un vero camaleonte, l’attrice Arianna Scommegna, che ieri sera, al Teatro Nuovo, ha interpretato “Potevo essere io”, da un romanzo di Renata Ciaravino e con la supervisione registica di Serena Sinigaglia.

E’ la ragazza che, nei primi anni Ottanta, vivacchia nella periferia milanese, tra un famiglia “terrona” e gli amichetti che si bucano. Diventa l’adolescente-lolita che frequenta i bar del centro. Si trasforma in un allenatore di Kick Boxing che ricorda certi personaggi dei film di Rocky. Ma è anche un cantante neomelodico che allieta un matrimonio di terza categoria o una ragazza da discoteca impasticcata. Tanti volti, tante voci, tante storie. Per un’ora e mezza, che alla fine ti lascia l’amaro in bocca, per le tante cose che ci siamo lasciati alle spalle, e che potevamo fare ed essere.

Uno spettacolo che racconta com’eravamo. Non le élite che stavano in assemblea, o i riccastri finiti alla Bocconi. Ma ragazzi e ragazze normali, che vivono giorno per giorno la loro vita, superando ostacoli, conquistando pezzi di vita, rassegnandosi, sperando. La Scommegna non recita: parla con il pubblico, si rivolge a chi è venuto a teatro incuriosito da una rassegna di teatro non scontata e non prevedibile.

Si ferma, per qualche minuto, tra una storia e l’altra, mentre sullo schermo corrono le immagini delle periferie milanesi, da Lorenteggio a Quarto Oggiaro, da Sesto San Giovanni a Corsico. Considerati i suoi lavori precedenti, qualche volta, nel corso dello spettacolo, sembra di piombare ne I segreti di Milano di Testori, ma liberati di quel tanto (o di quel poco) di autocompiacimento letterario presente in quelle pagine.

La bravura dell’attrice appare nei momenti di riflessione e di malinconia, ma anche negli improvvisi scoppi di allegria, quando descrive i suoi compagni di classe o quando racconta della madre che urla dalla terrazza in un gramelot meridionale. Ma la Scommegna risulta convincente soprattutto quando dà voce ad un’intera generazione che si aggira tra lavori precari e precarietà sentimentale. Un flusso di coscienza che, tuttavia, ha i piedi ben piantati per terra, un Paese in cui si dimentica tutto e presto. Lo spettacolo proposto dal cartellone di “Gocce” ci aiuta a ricordare con rabbia, con gioia, con nostalgia.

 

4 marzo 2016
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