Varese

Varese, “Identità” di Baliani, dopo il racconto, una piccola, preziosa lezione di teatro

Baliani nei panni del rospo barocco

Baliani nei panni del rospo barocco

Prosegue la stagione di “Gocce” con un interessante lavoro di Marco Baliani che, accompagnato da Maria Maglietta, ha proposto “Identità”. testo e regia dello stesso Baliani. Partenza traumatica, con il racconto, che fa l’attore, di un pestaggio improvviso e gratuito da parte di alcuni agenti di polizia nei confronti di un giovane tossico. Un racconto asettico, brechtiano si potrebbe dire, del tutto impersonale, che serve per lanciare il tema centrale dello spettacolo: l’identità. “Ma chi sei? Si può sapere chi sei?”, sono le domande che risuonano all’orecchio del ragazzo durante le botte.

“Chi sei? Chi siamo?”. Interrogativi che Baliani e Maglietta ripropongono da numerose prospettive, alla ricerca di identità deboli, tanto deboli da farsi vittime (Maria che accetta di essere vittima del marito), e identità forti, come quelle che si scontrano, in nome dell’etnia, nell’ex Jugoslavia. Per giungere, inevitabilmente, all’identità tradita del radicalismo religioso. Diversi quadri di quotidianità che, senza porsi gli interrogativi ex cathedra, li propongono in un gesto o in un pensiero nascosto. Come nel caso di chi perde la sua carta di identità e, davanti allo sportello della questura, esamina le condizioni naturali di chi e come siamo.

Uno spettacolo così articolato e poliedrico come si può chiudere? Ricorrendo ai grandi classici. Alla risposta nichilista del Peer Gynt di Ibsen (il famoso monologo sulla cipolla che, sbucciata, diventa metafora di una vita che, alla fine, si spoglia delle età e non trova, al termine del tunnel, alcuna identità, nessun “centro di gravità permanente”.  Oppure apre la porta all’irruzione del comico, improvvisa e bellissima. Con personaggi che, un po’ barocchi, ricordano il sontuoso e popolare Basile di Garrone, mettono in scena la favola del rospo e della principessa che lo bacia per trasformarlo in principe azzurro. Una chiusura “fabulosa”, molto bella e originale.

Ma non era ancora finita la serata, in realtà. Mancava una conclusione che ha lasciato attoniti: dopo lo spettacolo, si è svolto un breve dibattito tra attori e pubblico. “No, il dibattito no…”, veniva in mente l’irriverente battuta di un film di Nanni Moretti. E invece, con sorpresa, abbiamo seguito un Baliani che non ha annoiato, che non ha detto cose scontate da professionista del palcoscenico, ma  che si è messo, con grande disponibilità, sulla stessa lunghezza d’onda del pubblico, ancora tutto in sala, attento alla piccola, preziosa lezione di teatro che l’attore-regista ha donato ai varesini. Una lezione che si può sintetizzare con un primo pensiero: il fascino del teatro lo avvertiamo in platea quando lo prova, sul palco, per primo, lo stesso attore. E poi, un secondo pensiero: nulla è scontato, nel teatro, e quando una banale tosse scuote l’attore, il bravo attore la prende come una imprevista, utile opportunità per arricchire la sua parte.

 

 

 

20 febbraio 2016
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