Lettere

Educare dopo Auschwitz

auschwitzzzQuando gli inglesi e i canadesi della 11a Divisione Corazzata dell’esercito britannico sotto il comando di Bernard Montgomery liberarono il campo di Bergen Belsen il 15 aprile 1945, trovarono circa 60 000 prigionieri, in pessime condizioni e migliaia di corpi bruciati nei pressi del campo; ma trovarono anche una scritta terribile: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia.”

La preoccupazione di essere dimenticati era comune a tutti i prigionieri, come ricorda il giornalista e politico polacco Władysław Bartoszewsk (1922 –2015) ex – internato nel campo di concentramento di Auschwitz, nella citazione che segue: “Quei poveri moribondi mi supplicavano: Tu sei giovane forse hai qualche possibilità di sopravvivere. Devi raccontare queste cose! Questo abominio non deve essere dimenticato!’ Possiamo dire nel 71° anniversario della liberazione di Auschwitz che la speranza dell’internato di Bergen Belsen e di tutti gli altri prigionieri dei vari lager di essere ricordati e non dimenticati si sia avverata? Per rimanere nel nostro Paese, c’è da dire, come ha scritto P.P. Pasolini, “Siamo un Paese senza memoria: il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio televisivo, ne tiene solo i suoi ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo con le sue contorsioni, le sue conversioni .”

Come dargli torto? I giovani e non solo loro hanno la tendenza a smarrirsi e ad appiattirsi, specie, oggi in questo mondo multimediale, in un eterno presente televisivo. Ed è quello che sembra volerci dire Umberto Eco sul Domenicale del Sole 24Ore, del 24 gennaio 2016, nel suo articolo: #Non perdiamolamemoria. Racconta Eco: “Mi hanno riferito dei colleghi che a un esame del triennio, essendo caduto il discorso non so come e perché sulla strage alla stazione di Bologna di fronte al sospetto che l’esaminando non sapesse neppure di cosa si stesse parlando, gli era stato domandato se ricordava a chi fosse stata attribuita. E lui aveva risposto: «ai bersaglieri». Io azzardo che nella mente dell’infelice si agitasse l’immagine confusa di una breccia praticata nel muro della stazione di Bologna per ricordare l’evento, e che la visione della breccia abbia fatto corto circuito con un’altra nozione imprecisa, la breccia di Porta Pia. D’altra parte il 17 marzo del 2011 (centocinquantenario della proclamazione del regno d’Italia) interrogati dalle “Iene televisive” sul perché quella data fosse stata scelta per celebrare i centocinquant’ anni dell’Unità d’Italia molti parlamentari e persino un governatore di regione hanno dato le rispose più strampalate, dalle cinque giornate di Milano alla presa di Roma. La faccenda dei bersaglieri sembra riassumere efficacemente altri esempi del difficile rapporto di moltissimi giovani con i fatti del passato. Vi parlo ora di un fatto che è stato ripreso da Youtube, subito visitato da 800.000 persone, mentre la notizia tracimava su vari quotidiani. La faccenda riguardava l’Eredità, la trasmissione condotta da Carlo Conti. Il presentatore aveva proposto a quattro concorrenti, per lo più giovani che avevano fatto degli studi superiori, il quesito: «quando era stato nominato cancelliere Hitler», lasciando la scelta tra 1933,1948,1964 e 1979. Purtroppo tre dei partecipanti non risposero correttamente, addirittura una, Tiziana, disse 1979; la quarta partecipante rispose correttamente perché era rimasta solo la data giusta del 1933. Le quattro date proposte, tutte evidentemente anteriori a quelle della loro nascita, si appiattivano per loro in una sorta di generico passato, e forse sarebbero caduti nella trappola anche se tra le soluzioni ci fosse stato il 1492.

A un quiz successivo viene domandato quando Mussolini riceva Ezra Pound, e la scelta è tra 1933,1948,1964,1979. Nessuno (nemmeno un membro di Casa Pound) è obbligato a sapere chi fosse Ezra Pound, ma il cadavere di Mussolini essendo stato appeso a Piazzale Loreto nel 1945 – la sola data possibile era il 1933. Anche se non possiamo dire che questi concorrenti sprovveduti siano rappresentativi di tutta la gioventù italiana dobbiamo concludere che questa ignoranza deve indurci a riflettere. Sono trascorsi ormai più di dieci anni dall’istituzione in Italia della Giornata della memoria e quasi due decenni dalle iniziative scolastiche ministeriali (obbligatorietà dello studio del Novecento, progetto “Il Novecento. I Giovani e la Memoria”) volte ad incoraggiare e alimentare la memoria dello sterminio di milioni di uomini operato dal nazifascismo.

Molte persone in maggioranza giovani in questi ultimi anni si sono recati in visita nei luoghi della memoria. Eppure nonostante queste molteplici iniziative in difesa della memoria stiamo correndo seri rischi di assuefazione, disaffezione e banalizzazione insiti nella trasmissione dei racconti sulla deportazione cui purtroppo bisogna aggiungere il ruolo nefasto che hanno svolto e svolgono la diffusione di posizioni storiografiche contrarie come il negazionismo, il revisionismo, il giustificazionismo.

Del resto lo stesso Primo Levi prima di morire temeva che, con il passar del tempo e la scomparsa degli ultimi sopravvissuti, il ricordo di Auschwitz potesse essere confinato in poche righe di un manuale. Purtroppo dice il prof Mantegazza: “mentre le storie dei deportati delle deportate si allontanano” sempre più da noi, sempre più lontani da quel 1945, quando l’ultimo testimone di Auschwitz non ci sarà più e non sarà perciò più possibile incontrare ascoltando dalla sua fioca e assordante voce il ricordo di ciò che e stato”, si farà strada una nuova generazione che egli chiama del “doppio dopo”.

In molti si chiedono: “Il Giorno della Memoria potrà continuare a essere proposto, come momento non trascurabile di una strategia della civiltà, dell’umanizzazione e del ricordo?” Secondo G. Laras, Presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia, “dobbiamo concludere che disattendendolo e smarrendolo, ci priveremmo di un prezioso freno inibitore.”

Che fare? Bisognerà ripensare le modalità di trasmissione della memoria a giovani che vivono in una fase di profonda crisi di valori, morali, culturali ed economici; un periodo costituito da un incerto presente digitale, dove il passato è opaco e il futuro incerto e va scomparendo dall’orizzonte. Bisognerà far comprendere loro che l’Olocausto non è venuto da Avatar, ma dalla civilissima e colta Germania. Lo sterminio, per dirla con Z. Bauman, lungi “dal costituire un episodio della storia millenaria dell’antisemitismo o un incidente di percorso, una barbara ma temporanea deviazione dalla via maestra della civilizzazione, è inestricabilmente connesso alla logica della modernità così come si è sviluppata in Occidente. Quanto accadde nei campi di sterminio non costituisce una sorta di “malattia” sociale, ma un fenomeno legato alla condizione “normale” della società. La razionalizzazione e la burocratizzazione tipiche della civiltà occidentale sono state condizione necessaria del genocidio nazista, che fu l’esito dell’incontro fra lo sconvolgimento sociale causato dalla modernizzazione, con il suo portato di angosciose insicurezze, e i poderosi strumenti d’ingegneria sociale creati dalla modernità stessa. Una lezione che va appresa nella sua radicalità, specie in un mondo ancora una volta travagliato da problemi di convivenza fra culture ed etnie.”

Purtroppo gli stessi meccanismi sociali, economici e politici che hanno permesso questa “rottura d’umanità” sono ancora insiti nelle strutture oggettive della nostra società europea e possono quindi ripresentarsi colpendo altre minoranze indifese immigrati, neri, musulmani, omosessuali ecc.. Poiché, come ci ricorda il filosofo Adorno, non possiamo nell’immediato modificare le strutture oggettive che hanno prodotto l’Olocausto bisognerà intervenire sui fattori soggettivi, sull’educazione delle nuove generazioni, come del resto si sta facendo in Germania nelle scuole. Bisognerà Insegnare Auschwitz e quello che ha significato per il genere umano, intensificando le visite nei luoghi degli orrori, incontrando i testimoni, vedendo documentari e film, leggendo biografie e racconti di ex sopravvissuti ecc: sono questi tutti momenti importanti per tener viva e consapevole la memoria.

Ma in questo mondo multimediale, saturo d’informazioni, dove le molteplici notizie si accavallano a ritmo frenetico, “e l’accesso incontrollato alle varie fonti, espone il giovane,” come ricorda Eco, “al rischio di non saper distinguere le informazioni indispensabili da quelle più o meno deliranti”, è necessario che la scuola fornisca un metodo critico per selezionare gli eventi rilevanti da quelli futili e banali. L’invito a intensificare e a non perdere la memoria è l’unico antidoto contro il male. Non a caso ricorda il filosofo Vladimir Jankélévitch (1903 -1985)“Tutti gli anni, nelle nostre cerimonie, udiamo questo straziante appello ai morti, che strappa alle donne dei singhiozzi. La voce lamentosa della tromba chiama ed indugia, ma i morti non rispondono…I morti non risponderanno. Coloro che sono scomparsi per sempre non esistono più che per nostro tramite e nell’affettuosa fedeltà della nostra memoria; se noi perdessimo il loro ricordo, non esisterebbero più.”

Romolo Vitelli

28 gennaio 2016
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