Lettere

A Colonia un’altra tappa contro i diritti di libertà

violenza-donneIl 2015 si era chiuso con le stragi alla redazione di Charlie Hebdo e al locale Bataclan; mentre il 2016 si è aperto con le gravi aggressioni alle donne a Colonia e nelle altre città europee. Oltre 531 sospetti sono stati identificati dalle autorità tedesche, e 29 risultano stranieri dei quali 18 richiedenti asilo.

C’è chi ha voluto minimizzare gli eventi derubricandoli a pochi casi di violenza e a normali e ricorrenti fatti di machismo e di violenza sessuale e di criminalità comune; e chi ha pensato di approfittare di questi inqualificabili atti di violenza per respingere ogni forma d’integrazione ed aizzare odio contro gli immigrati per rastrellare voti per il proprio partito o movimento populista e xenofobo.

Certo, chi brandisce questi incresciosi fatti “in funzione anti-migranti – scrive C. Saraceno – è spesso poco o per nulla sensibile alle molestie e aggressioni che le donne europee e occidentali subiscono nei propri Paesi (una su tre, secondo gli ultimi dati Eurostat) per lo più da connazionali e per lo più da famigliari, amici e conoscenti. Finge di ignorare che il modello di prepotente violenza maschile che trasforma ogni donna vuoi in potenziale oggetto a disposizione, vuoi in soggetto subordinato da controllare, di cui gli aggressori di Colonia sono portatori alligna anche tra noi. Ma questo non deve sminuire il giudizio sulla gravità di quanto è successo e sulla superficialità, incompetenza, impreparazione con cui (non) è stato affrontato da chi doveva.”

Branchi di uomini sono stati lasciati liberi di aggredire le donne sotto gli occhi di tutti in pieno centro. I facinorosi organizzati che hanno aggredito le donne che festeggiavano il capodanno hanno mostrato quanto possano essere insicuri gli spazi pubblici proprio in un Paese europeo come la Germania che della sicurezza, della civiltà dei rapporti in pubblico, ha fatto negli ultimi decenni la propria ragion d’essere.

Non possiamo, se non con una lettura superficiale della realtà, non vedere i fili rossi che legano i fatti di Colonia con l’agguato terroristico sanguinoso alla redazione Charlie Hebdo e con le stragi di Parigi. Con il massacro dei redattori del giornale satirico veniva scatenata un’offensiva mortale contro la libertà d’espressione, considerata un peccato scaturito nel cuore del mondo infedele. A Colonia hanno sfidato uno dei simboli della civiltà occidentale: la libertà delle donne di muoversi nello spazio pubblico senza essere aggredite. Le hanno palpeggiate, molestate, umiliate, violentate, picchiate perché osavano andare da sole, libere di notte, vestendosi all’occidentale.

Sono state condannate perché sposano chi desiderano e non il marito oppressore che la famiglia, la tradizione, il clan assegnano loro. Lo scopo dei terroristi che hanno commesso la strage al Locale Bataclan ( mentre giovani e meno giovani di varie religioni ed etnie, bevevano fraternizzando assieme ed ascoltando, musica allegramente) , non era solo quello di incutere e spargere paura e terrore tra gli avventori e i cittadini, ma volevano nel contempo colpire i valori di libertà, di riunione che sono state le conquiste dell’Illuminismo. Certo è diversa la strage dei giornalistici satirici, dal massacro al locale Bataclan e dalle violenze alle donne di Colonia.

Ma a ben riflettere c’è un sostrato punitivo che le accomuna: l’identificazione di un simbolo culturalmente indigeribile che stabilisce una distanza abissale tra lo «stile di vita» europeo occidentale libero e una mentalità che nega quei valori. Perché l’Isis attacca l’occidente ? Che cosa lo spinge a sfidare le grandi potenze? Ciò che l’Isis teme e la perdita dei suoi valori a danno di quelli occidentali. Nel 1979 a Teheran l’ayatollah Khomeini denunciò la velenosa influenza culturale occidentale e con un editto bandì la musica, come opera del demonio, la danza, l’arte moderna ecc. Quali conseguenze hanno sui singoli fedeli questi divieti?

Forse un aneddoto che mi ha visto protagonista potrà chiarire meglio il concetto. Una volta verso gli inizi degli anni Ottanta eravamo mia moglie ed io con la roulotte in Portogallo. Al campeggio ci avevano assegnato un posto vicino a una coppia di tunisini. Ben presto il marito famigliarizzò con noi in francese; mentre la moglie rimaneva sistematicamente nel caravan a guardare dalla finestra chiusa con il viso coperto. Si trattava di due musulmani. Mia moglie insisteva con il marito affinché la facesse partecipare alla chiacchierata serale; ma lui, ora con una scusa ora con un’altra, evitava di portarla con sé. Erano due insegnanti e mia moglie, vedendo che la consorte non era affatto contenta di essere esclusa, pur comprendendo le abitudini e le ragioni, derivanti dalla condizione di fedeli della religione islamica, pregava il marito di farla partecipare e faceva segni con il cenno della mano alla moglie di accomodarsi tra noi. Al rientro nella sua roulotte, sentimmo una forte discussione in arabo tra moglie e marito: evidentemente la donna reclamava un suo spazio di libertà e dignità come quello di mia moglie. All’indomani si avvicinò il marito e ci disse che con quella storia dell’invito gli avevamo portato “la guerra in famiglia”. La sera dopo venne a bere una tazza di te e questa volta, visibilmente contrariato, portò la moglie che velata si sedette a un paio di metri da noi nella veranda, ed in silenzio.

E questo è accaduto 35 anni fa, quando i contatti tra etnie diverse erano molto meno diffusi; ma col celere processo della circolazione di merci e di uomini, per effetto della globalizzazione, a causa delle massicce immigrazioni e con lo sviluppo delle comunicazioni multimediali, che raggiungevano, nonostante le censure, i più sperduti villaggi dell’Afghanistan pian piano i valori, le abitudini e le credenze dei cittadini e soprattutto delle donne musulmane cominciarono a vacillare e ad andare in crisi.

La donna è considerata in quei paesi di proprietà del padre, poi del fratello ed infine del marito imposto, che non le permette di uscire di casa se non con il burqa e dietro di lui. Per la ragazza pashtun questo era normale fino a che la cultura occidentale non era ancora entrata nei loro paesi ed era accettato di buon grado dalle donne; ma la lo sviluppo di internet, della telefonia mobile, della tv entrando nelle case e facendo vedere immagini di ragazze libere che andavano a ballare a bere, a sentire la musica, che si vestivano come volevano, senza burqa, con pantaloni e minigonne e sposavano l’uomo che amavano, cominciarono a realizzare che accanto all’unico modello di condizione della donna da loro vissuto, ve ne fosse un altro più libero e più rispettoso della condizione femminile. Naturalmente tutto questo cozzava con i valori fondanti e costitutivi della loro etnia.

Di qui le reazioni violente di genitori, fratelli e mariti per tenere al riparo le loro donne dalle sirene dell’Occidente. Monsignor Ravasi a proposito delle violenze sulle donne musulmane ricorda l’impressione che gli fece una copertina di «Time» col volto fresco e bellissimo di una ragazza afgana, ma col naso orrendamente mutilato perché aveva osato ribellarsi a un matrimonio imposto. E che dire il tragico evento accaduto in provincia di Brescia in questi giorni. Un indiano ha cosparso la moglie di benzina e le ha dato fuoco. Al marito e alla suocera non andava bene come si vestiva la donna bruciata.

Il marito non accettava che la consorte, impiegata da un commercialista nella zona, vestisse all’occidentale per andare al lavoro. Questi gesti insani si possono capire solo se si entra nelle testa di chi, avendo fondato il suo modo di vita su gerarchie differenti di tradizioni rispetto all’Occidente, sente minati i suoi valori dalle fondamenta e reagisce. Che altro sono gli attentati di Parigi, se non un tentativo da parte dell’Isis di difendere il suo mondo di valori e di abitudini che egli sente come il fondamento della sua civiltà e che egli vede insidiato dal contagio occidentale e dall’islam moderato?

Noi “viviamo ormai – dice Z. Bauman – su un terreno minato, dov’è impossibile prevedere le deflagrazioni. E’ ora che l’Occidente comprenda che siamo in guerra; ma una guerra diversa da quelle conosciute sinora. Non siamo più di fronte ad una guerra combattuta tra due eserciti contrapposti, ma a una forma inedita di lotta che fa stragi di inermi con l’unico scopo di fare vittime civili seminando terrore ed incutendo paura.” Che fare come combattere efficacemente il terrorismo islamista? C’è chi pensa di risolvere il tutto bombardando a tappeto i territori dove si è insidiato il califfato. Secondo un recente sondaggio Usa il 30% degli elettori americani si sono detti a favore del bombardamento anche della località di Agrabah. Ignari del fatto che tale località, tratta dal film Aladin, non esiste. Ma ha un suono arabo e tanto gli basta. Il Vietnam non ha insegnato nulla agli americani? A piegare e sconfiggere la Germania di Hitler non furono tanto e solo i bombardamenti aerei quanto piuttosto i carri armati russi e l’armata rossa.

La battaglia contro l’Isis va combattuta su vari fronti. La comprensione del mondo attuale è complicata e difficile, ma per combattere il nemico bisogna conoscerlo bene, come fece del resto Nelson Mandela con i suoi nemici. “ Nei ventisette anni che passò nelle carceri dell’apartheid – dice lo scrittore Javier Cercas – Mandela capì che per sconfiggere l’avversario doveva studiarlo. Si fece portare libri in afrikaaner, per impararne la lingua, le paure, il modo di pensare. Noi dell’Islam non sappiamo nulla. Molti tra coloro che hanno deciso l’invasione dell’Iraq pensavano in buona fede di esportare la democrazia. Hanno avuto il sostegno di alcune tra le migliori intelligenze dell’Occidente, da Hitchens a Vargas Llosa. Si sbagliavano .”

In Italia moltissime persone continuano a pensare e ragionare ancora come se nostro Paese fosse mono-religioso e non multi-religioso. A scuola s’insegna soltanto, salvo eccezioni, la sola religione cattolica; e non ancora una storia delle religioni. Bisogna che tutte le Istituzioni educative si adoperino per la costruzione di una cittadinanza pluralistica, accogliente, ferma e intransigente nella difesa dei valori della nostra identità e nel rifiuto della paura e del terrore, ma aperta al dialogo con le altre fedi ed etnie. Un bell’esempio in tal senso è venuto dal Santo Padre che non si è lasciato intimorire, aprendo, nonostante i pericoli, l’Anno Santo.

Romolo Vitelli

 

12 gennaio 2016
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7 commenti a “A Colonia un’altra tappa contro i diritti di libertà

  1. giovanni dotti il 15 gennaio 2016, ore 11:39

    Condivido le considerazioni del prof. Vitelli, e proprio sulla base di esse mi permetto di aggiungere una mia proposta che mi frulla per il capo da tempo. Perché invece di pensare a controffensive di tipo militare nei confronti dell’ISIS non si pensa di intervenire con metodi meno cruenti ma più sottili, che insinuino il tarlo del “dubbio” sulle loro “certezze”, cioè inducano le loro popolazioni a pensare che in fondo non è tutto male quello che pervade le civiltà occidentali? Mi spiego meglio: perché non far balenare nei loro cervelli che i nostri “valori” di libertà, scaturiti dalla rivoluzione razionalistica dell’Illuminismo, possono anche essere migliori dei loro, ancorati ad una tradizione politico-religiosa statica e irrazionale, basata sulla cieca e supina osservanza di regole retrograde e anacronistiche? E ciò potrebbe essere possibile con un “bombardamento pacifico”, mediatico e non bombarolo, a mezzo di volantini, ben studiati da esperti psicologi e di comunicazione di massa, gettati a più riprese sui loro paesi in modo da indurli a dubitare della loro “superiorità morale” e addivenire a più miti consigli. Penso infatti che una “controffensiva mediatica” possa risultare più efficace di qualsiasi reazione violenta, e che al loro “terrorismo stragista” si debba reagire con una specie di “guerra psicologica”. All’odio e al terrore dobbiamo rispondere con intelligenza e furbizia: infatti quale miglior deterrente per i loro “strateghi” della propaganda tra le loro popolazioni dei semi della nostra “cultura”, sperando in tal modo che desistano da nuove azioni terroristiche nei nostri paesi? Sarebbe gradito un intervento del prof. Vitelli o di qualcun altro su questo tema.

  2. Sergio ghiringhelli il 17 gennaio 2016, ore 14:56

    Caro Dott. Dotti. Come non condividere le posizioni di chi alle bombe contrappone la cultura . Alle barbarie il ragionamento , alla furia cieca il pensiero. Io sposo appieno le sue posizioni e sono altresì convinto che nel lungo periodo la sola possibilità di battere questi invasati sia quella che lei propone.
    Detto questo però vi è una situazione , dettata dell’emergenza che ci pone , almeno per il momento , in condizione di mettere in atto non solo le azioni ( intelligenti) che lei prospetta.
    Oggi, se la sola reazione dell’Occidente fosse quella dettata dalla sua analisi , la nostra Cultura darebbe l’impressione di essere debole e dunque facilmente conquistabile e sostituibile da una che invece ha ben chiaro cosa fare e dove arrivare.
    A volte , la certezza di essere nel giusto e di portare valori che sono il frutto di quella rivoluzione Illuministica di cui , in particolare l’Europa e’ detentrice , non basta da contrapporre al cieco fanatismo e sempre nella storia dell’umanità le idee si sono affermate con i libri , ma anche con la spada.
    Certo, tutti vorremmo un mondo in cui questo non fosse indispensabile ma , un conto sono Le buone intenzioni e un altro sono le dure e inevitabili realtà in cui ci muoviamo.
    Anche io, nutro molti dubbi , sul fatto che con i bombardamenti si possa sconfiggere questo fenomeno, ma ho la certezza che senza forti prese di posizione e con il solo buonismo , andremmo incontro ad una certa colonizzazione , con la soppressione della mostra cultura e del nostro millenario modo di vivere.
    Non sono detentore di certezze e sono convinto che questo sia di per se , gia’ molto positivo , ma vivo come lei una realtà che sta velocemente cambiando e ho timore che se non prendiamo subito provvedimenti saremo presto sconfitti da ideologie , sicuramente più feroci e meno democratiche delle nostre.
    Se, chi ci ha preceduto alle varie dittature o ideologie totalitarie del passato , dal Nazismo al Fascismo al Comumismo si fossero solo contrapposti con la Cultura e le idee , probabilmente il mondo sarebbe dominato da quelle ideologie.
    Dunque , pur se a denti stretti, penso occorra usare nei confronti di questo nuovo ottuso totalitarismo entrambi i metodi, cercando ovviamente di non far soffrire le popolazioni interessate , e nella convinzione che le azioni militari debbano essere mirate e nella quantità strettamente necessaria.

  3. giovanni dotti il 18 gennaio 2016, ore 14:08

    Chiara e condivisibile la risposta del prof. Ghiringhelli, che unisce “il bastone alla carota”. Perché al momento sono necessari entrambi.

  4. Sergio.ghiringhelli il 18 gennaio 2016, ore 21:42

    Grazie per il Professore , che non sono. Ma, umile Assessore al Commercio e Marketing.
    E grazie in particolar modo per l’elasticità mentale di volersi confrontare, cosa non comune di questi tempi.

  5. giovanni dotti il 19 gennaio 2016, ore 21:30

    Confesso che non avevo capito che il cortese interlocutore era l’Assessore al Commercio del Comune di Varese. Nel ringraziarlo per il cortese intervento mi congratulo con lui per le acute osservazioni e la sostanziale adesione alle idee e alle proposte da me espresse nella risposta al prof. Vitelli.

  6. martino pirone il 20 gennaio 2016, ore 16:41

    Anche da profano di religioni e di culture orientali apprezzo e condivido le riflessioni del Prof. Romolo Vitelli su questa materia tanto spinosa. Il contenuto degli ultimi due periodi della sua lettera sono il “vangelo” che i nostri politici dovrebbero seguire per raggiungere l’obiettivo della pace anche se a lungo termine. E’ certo che se mai si comincia….. Tempo addietro avevo proposto e auspicato l’abolizione di tutte le religioni per evitare buona parte delle guerre. Ovviamente è pura UTOPIA, ma ciò che propone il bravo Professore è sacrosanta verità ed è attuabile e cioè imporre lo “studio di tutte le religioni” come materia scolastica in ogni ordine e grado. In tal modo avverrebbe una reciproca comprensione ed integrazione fra le varie etnie. Ovviamente sono da valutare e approfondire anche le proposte e le valutazione di Giovanni Dotti e Sergio Ghiringhelli, tenendo presente che le une non escludono le altre.

  7. Giovanni Zappalà il 20 gennaio 2016, ore 16:52

    “Dunque , pur se a denti stretti, penso occorra usare nei confronti di questo nuovo ottuso totalitarismo entrambi i metodi, cercando ovviamente di non far soffrire le popolazioni interessate , e nella convinzione che le azioni militari debbano essere mirate e nella quantità strettamente necessaria. ” Ritengo opportuno condividere l’opinione espressa dall’Assessore Ghiringhelli, caldeggiando comunque quella espressa dal dottor Dotti, purtroppo, inizialmente, non praticabile. Con il minino, spero nullo, dispendio di uomini e cose.

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