Lettere

Primarie senza quote rosa

scheda“Non veniamo al mondo per lavorare o per accumulare ricchezza, ma per vivere. E di vita ne abbiamo solo una”. José Mujica

L’analisi di Fabrizio Mirabelli contiene spunti interessanti, come il commento di Giulio Moroni, al di là delle loro appartenenze partitiche, distanti dalla mia idea di politica.

La “partita”, a cui abbiamo assistito da una poltrona scomoda, non si è conclusa con un pareggio: era incentrata esclusivamente sul concetto di vincitore e perdente la “competizione”, dimentica delle azioni di gioco, scontate e dagli schemi noti.
Non basta vincere, una sfida appassionante deve offrire occasioni di gioco che valorizzino le doti in campo, anche quelle dell’autogol, che compromette il risultato finale, ma parla della capacità di osare e sbagliare, come quella di vendersi all’avversario.

Da cittadina e da elettrice, ho perso prima che la palla fosse a centro campo: mi sono astenuta dal giocare e dal tifare, “guardandola” in poltrona, ma il gioco “fermo”, spesso me l’ha fatta abbandonare per chiudere la voragine nello stomaco.

“Parlatene bene o male, basta che ne parliate” è una nota regola dei pubblicitari che spostano le manine dei consumatori da una mozzarella all’altra, ma anche degli elettori da un diritto/dovere all’altro (il modello di riferimento è proprio la propaganda del Grande Dittatore): la si impiega quando il prodotto presenta più “minus” che “plus” (da leggersi alla latina ovviamente!).

Fin da subito le ho percepite come primarie del PD e non del centro-sinistra: perseguendo la partecipazione quotidianamente mi sono astenuta anche perché la rosa quattro “candidati” non prevedeva neppure una quota rosa, dichiarando un gioco affidato al caso più che alle espressioni del territorio.
Anche una sola proposta di genere avrebbe dato altro respiro al gioco, come ci si aspetta da un partito che impiega l’aggettivo “democratico” nella sua definizione.

Il balletto di Marantelli a bordo campo a palleggiar solo soletto tra “mi candido no”, “mi candido sì”, “ma se proprio insistete ci provo”, “no io voglio andare da solo contro la Lega” (a questa sorridevo ogniqualvolta la leggevo), “ma si ci provo per vincere”, è stata una deludente scenetta iniziale da “ancien règime”, una mise en scène fuori tempo e luogo, oltre che fuori campo.
La presenza di De Simone, che stimo da tempo immemore, l’ho trovata di pura convenienza per il partito che l’ha formato e l’ha relegato al ruolo di sponda, ottima, ma non quello del migliore candidato possibile (che mi ha causato non pochi sensi di colpa nell’astensione).
Il coinvolgimento di Zanzi, che ha tentato di costruire una lista civica nell’ultimo anno, un po’ pedestremente, l’ha fatto scivolare sul bagnato, togliendo di torno il problema annoso del PD, quello del “civismo”: Daniele avrebbe mietuto numeri ben più alti di tutta la competizione, se solo non si fosse apparentato.
Infine, il finto jolly, l’unico volto nuovo tra i candidati, Galimberti è il risultato finale della partita, che ha coinvolto solo 2705 cittadini su 80.927: se non fossero state primarie del PD, l’affluenza avrebbe registrato ben più di ottomila votanti (un numero chiave in landa prealpina!).

Marantelli, prestato dalla “nazionale” a Varese, ha dimostrato di non conoscere il campo di gioco e le sue insidie (quelle degli “avversari” neppur le ha considerate) ed è tornato a Roma in un battibaleno; De Simone ha subito commentato il dopo partita con la sua solita verve partecipativa “ora bisogna far gioco di squadra”; Zanzi ci ha lasciati orfani di un movimento civico; Galimberti, invece, sfoggia il suo rassicurante sorriso, perché sa di essere il miglior candidato per mettere in difficoltà quella destra polverizzata da tempo (se proprio volessimo sforzarci a ragionare ancora per dicotomie vetuste), ma veste semplicemente per la prima volta la maglia del PD.

Perché di sinistra in queste primarie non c’era proprio nulla.
E non solo perché giocava anche Zanzi (ma uno dei miei slogan vitali è proprio “la coerenza è la legge degli imbecilli”, quelli che puntano sull’immagine e non sui fatti, proprio come in pubblicità): mancava una donna, quando la città pullula di esempi validissimi, e ogni confronto era studiato a tavolino in uno schema di gioco ingessato. Personalmente ho assistito, violentandomi, solo a quello sul carcere, ma il tema mi coinvolge in prima persona da oltre dieci anni ed era organizzato formalmente dai giovani del PD. Ed ai giovani concedo sempre un’opportunità, anche se han lasciato la chiosa solo al candidato “forte”, prestato dalla nazionale, che ha mandato tutto in vacca con stucchevoli e propagandistici ricordi della partita tra politici e reclusi!

Ma, soprattutto, se un deputato, nato a metà del secolo breve, che lavora in politica da quando ha cominciato a mettere insieme due idee, miete solo 858 votanti su 2705, il risultato della partita è estremamente chiaro e il PD stavolta non può riproporre il mantra del “è colpa degli elettori”: Galimberti, che calpesta questo globoterracqueo da “soli” 39 anni, ne ha portati a casa 890, con 29 firme di iscritti PD contro le 56 del padrone di casa.

Caro Mirabelli, questo non è un pareggio, ma, soprattutto, questa non è una partita: è la nostra vita, la cui qualità è sempre più scadente (rubo i dati della ricerca del Sole 24 Ore che pone Milano al 2° posto e Varese al 46° su 107 provincie!).
Chi di politica voleva vivere, senza attuare “buone pratiche amministrative”, profondendosi in concionamenti e proclami fuori luogo, non ha onorato il proprio mandato: le strade, il sociale, il lavoro, la qualità della vita sono diretta responsabilità dell’amministratore locale, ruolo in cui i politici si fan le ossa per poi entrare nell’agone nazionale, laddove si decidon politiche più determinanti per il paese, anche se da starlette e arroganti “im-prenditori”.

Che obiettivo perseguiva il PD cittadino proponendo nel balletto mediatico un deputato alla carica di sindaco?
Spero proprio che non gli abbiate chiesto di scender in campo a giocare la partita come “sponda”, proprio come per quella del “Cuore”, perché è solo il PD cittadino (specchio della situazione nazionale) a dover riflettere sul risultato: con soli 2705 cittadini partecipanti su 80.927 abitanti, ha già perso!
Nel 2007 ho raccolto 3500 firme in dieci giorni e lo scorso anno le abbiam doppiate per i calocedri dei Giardini, palco su cui la destra ha sfilato “allineata e coperta” per occultare magagne ben più profonde davanti ai riflettori nazionali!

La nostra città esige un rappresentante responsabile che operi per alzare il livello qualitativo (quindi culturale) del nostro brevissimo viaggio su questa terra violata.
Proprio come mi sento io, da questi personaggi imbarazzanti, che cambiano bandiera in base esclusivamente ai propri interessi personali (alle volte anche del partito).

Cerchiamo un sindaco (personalmente una sindaca) “super partes” che abbia chiare doti di squadra (e non palleggi da solo) e sia in grado di occuparsi della città insieme alle diverse rappresentanze di ogni pensiero e azione presenti sul territorio (solo nella differenza si cresce tutti insieme). Non vogliamo altri dieci anni di immobilismo e di inutile dispendio di danaro pubblico: la caserma Garibaldi dal 2006 torna agli onori delle cronache solo quando ha cedimenti per l’assenza di manutenzione e le gustose accademie impegneranno il nostro Comune con un esborso di un milione e 725.600 euro sui complessivi 6 milioni e 450.600 euro previsti oggi.

Alla mia età non si lascia più spazio ai tracotanti panzoni del “lei non sa chi sono io”.
La mia astensione può essere messa in discussione solo da un uomo (come specie, non come genere) che abbia raggiunto l’umiltà ed il rispetto come status e non la visibilità ed il tornaconto della poltrona più alta e potente della città.

L’unica vittoria, visto che ancora siam ancora “legati” al palo da questi concetti desueti, è che un emerito sconosciuto ai più come Galimberti è il candidato sindaco del PD, a cui è stato inviato un chiaro segnale dagli elettori.

Attendiamo, quindi, che vengano finalizzate a tavolino le strategie “vincenti” dei partiti di destra, che per prender l’onda delle primarie PD lancian nomi da Malerba a Marsico, come dicono i giovani “ad cazzum”, e si affidano ad improbabili esperti di marketing.
I 5Stelle già son partiti con il piede sbagliato candidando un nome politico, quindi, inficiando la loro saggia e vessillata connotazione dal basso.

Ma soprattutto, ricerchiamo una vera candidatura civile, perché questo è il momento per proporla: trasversale, fresca, attiva e magari anche di genere.

Ringraziando Moroni della sponda offerta con i suoi cinque punti e con quella sentenza finale del “divide et impera” che ha consumato Varese negli ultimi decenni, chiuderei quest’ennesima (prolissa) riflessione aprendo gli occhi dei miei concittadini, per cui ogni giorno compio azioni “pro” e mai “contro”:
dubitate fortemente delle liste civiche che annoverino politicanti locali consumati!

Ciò di cui Varese ha bisogno è una lista civica trasversale, di vero “vicinato”.
Un movimento che metta insieme ben più delle ottomila “teste” che conosco personalmente, perché pensanti. Scegliamo insieme di essere vicini e curare quotidianamente strade, persone e progetti.

Vorrei evitare di astenermi dal mio diritto/dovere a maggio del prossimo anno, ma se non si coglie ora il fiore della svolta, continueremo a palleggiare da soli a bordo campo in attesa che il cannoniere di turno metta a segno una rete.
Negli ultimi cent’anni però di Pelè ce n’è stato uno solo ed El Pibe, impreparato, si è fatto travolgere dalle “pericolose conseguenze del successo”, che non hanno intaccato personaggi di valore come Meazza, Mazzola e Bergomi.
Altri tempi, quelli in cui c’era una squadra a far gioco e si tendeva a mettere la palla sul piede giusto.

Con sempre illimitata stima nel prossimo mio
per un 2016 degno di nota e con arbitri eccellenti.

ombretta diaferia

PS= consiglio, a chi ama il calcio e le sfide, un libro appena dato alle stampe da uno dei più onorevoli cittadini varesini, che rappresenta il mio “ideale” candidato proprio per la sua “intelligenza corale” e la sua umiltà nel mietere successi ovunque ed in ogni campo, perché pratica le regole del gioco di squadra.
Son troppo onesta ovviamente per rivelarvi nome dell’autore e titolo: correte dal vostro libraio di fiducia a scoprire il volume dell’anno sul calcio, tradotto in diverse lingue: vi regalerete momenti di vera gloria e scoprirete che, per vincere, bisogna essere di poche parole e tante “azioni”, praticamente campioni di vita!

23 dicembre 2015
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