Lettere

Nell’epoca del terrore, manca il pensiero

Il filosofo Heidegger

Il filosofo Heidegger

La tragedia dell’immigrazione e il barbaro massacro parigino, operato dal fanatismo religioso islamista, impongono un’unità d’intenti di tutti i paesi democratici contro l’Isis. “Le nazioni aggredite – ha scritto Scalfari – e i loro alleati debbono scendere sul terreno che sta tra Siria, Iraq e Libia, ma non solo con bombardamenti aerei, ma con truppe adeguate. Ci vuole un’alleanza politica e militare che metta insieme tutti i membri della Nato a cominciare dagli Usa e in più i Paesi arabi, la Turchia (che nella Nato c’è già), la Russia e l’Iran,” ricostruendo  in Siria, in Iraq e in Libia  e nelle altre zone di crisi, autorità statuali stabili in grado di controllare la barbarie fondamentalista. Certo le armi contro il cosiddetto Stato islamista sono necessarie, ma non sufficienti..

Questa contro l’Isis è una guerra che sarà molto lunga e durerà anni e bisognerà combatterla su vari fronti: militare, politico, economico e sociale (con un’attenzione particolare all’integrazione, ai disagi economico-sociali delle periferie delle grandi città europee) e soprattutto culturale perché dovremo organizzare “un’insurrezione spirituale” (C. Magris). La lotta contro l’Isis ha bisogno di una nuova politica e di un nuovo pensiero aperti alla mondialità, alla tolleranza e all’accoglienza. Ma una nuova politica e un nuovo pensiero sono da ricostruire dalle fondamenta: è necessario che una nuova politica e nuove forme di aggregazione, di confronto e di elaborazione abbiano le “radici e le ali” per ancorarsi selettivamente e criticamente ai valori del passato e librarsi in una visione “ panoramica” della realtà di cui già scriveva Platone nel Timeo; e qui vorrei chiarire il mio pensiero. Con la crisi delle ideologie classiche i partiti hanno perso la loro capacità di attrazione e persuasione, sono sempre più deboli.

L’erosione ideologica ha indebolito l’adesione politica e ha fatto venire meno l’accettazione stessa del sistema dei partiti, finendo per alimentare solo il narcisismo dei principali attori politici. Chi emerge da questo contesto è il classico politico populista, senza alcun progetto e visione per il futuro. Tuttavia oggi è molto diffuso il sentimento che non sono le ideologie ad animare la storia, ma dei fattori completamente diversi, cioè i mercati. Così i giovani vengono spinti a dedicarsi, nei loro percorsi formativi, a discipline direttamente legate all’economia, (al marketing, alla finanza, ecc.) cioè verso “studi utili” e “redditizi” (economia, finanza e ingegneria) con un abbandono integrale e progressivo della formazione umanistica che ha costituito per secoli il patrimonio culturale dell’uomo occidentale (dalla filosofia alla storia, dal greco alla letteratura). I giovani si ritrovano invischiati dentro un processo di burocratizzazione dello spirito che rende gli individui passivi e puramente operativi, meri ingranaggi della riproduzione del sistema economico, incapaci di comprendere il senso profondo, dal punto di vista complessivo, delle stesse operazioni che compiono serialmente ogni giorno. Dentro questo processo di burocratizzazione le giovani teste pensanti vengono invitate a cessare di essere tali. L’economia è oggi scienza dominante: il suo fine precipuo è quello di addomesticare le giovani teste pensanti all’ordine della globalizzazione, affinché, dunque, cessino di pensare e si limitino a riprodurre l’esistente.

Da per tutto  si impone un pensiero unico, che richiama alla mente l’operazione descritta da Orwell. Chiunque abbia letto “1984” sa bene come le parole dello scrittore, pensate in riferimento ai totalitarismi del 900, siano oggi pienamente realizzate dalla società dei consumi: “Non capisci Winston che lo scopo principale a cui tende la neo-lingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psico-reato letteralmente impossibile, perché non ci saranno più parole con cui poterlo esprimere. Ad ogni nuovo anno, una diminuzione nel numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza”. Viviamo in un tempo dove lo specialistico, ha soppiantato una visione olistica della realtà, rinunciando alla comprensione d’insieme e critica dell’orizzonte di senso.

Il “pensiero pensante”- come ricorda Heidegger – è sostituito dal “pensiero calcolante” in quanto tutto deve essere monetizzato,  calcolato e misurato. Per questo il potere mira sempre a legittimarsi glorificando il sapere a esso organico (economia in primis) e a delegittimare il sapere critico – umanistico, che rende l’uomo libero. Come si esce da questa dicotomia tra “pensiero calcolante” e “pensiero pensante?” Un bel racconto di Chatwin – scrive il filosofo Remo Bodei – ci ricorda che né il funzionamento dell’economia e né quello delle società possono andare avanti secondo criteri in cui siano assenti l’etica e la prudenza. “Uno schiavista bianco riesce a convincere i suoi schiavi neri ad accelerare l’andatura in cambio di denaro. In prossimità della meta, gli schiavi si fermano rifiutandosi di riprendere il cammino. Interrogati per dare spiegazione del loro irragionevole comportamento – all’inizio, infatti, avevano accettato l’offerta – rispondono: “Vogliamo dare tempo alle nostre anime di raggiungerci”.

È proprio così: nelle fasi di crisi, cioè di transizione, c’è bisogno di sostare un po’ per consentire al pensiero pensante di raggiungere (almeno) il pensiero calcolante. È questo, in fin dei conti, il grande messaggio della prudenza». Da qui la necessità dell’elaborazione di un nuovo pensiero in grado di comprendere ed esprimere i fenomeni culturali e religiosi che sono a fondamento della strategia del fanatismo islamista. L’unico luogo in cui si può riattivare il pensiero è la scuola.  Perché la scuola? Perché la scuola ci ricorda l’umanista, filosofo e pedagogista spagnolo del ‘500, J. L. Vives,( in una pagina illuminante del Dialogo sull’educazione intitolata appunto: Per distinguersi dagli animali) “è il luogo dove vanno le bestie e tornano gli uomini;” e mentre “i cavalli si allevano nelle stalle”; gli uomini si educano a scuola” (Erasmo Da Rotterdam) attraverso le Humanae litterae, che rendono l’uomo umano e libero di pensare. Ma ci ricorda Nietzsche nel “Crepuscolo degli idoli”, che “Imparare a pensare nelle nostre scuole non si ha più idea di che cosa significhi. Anche nelle università, e addirittura gli studiosi di filosofia, la logica come teoria, come pratica come mestiere, comincia a estinguersi.

Ma a questo punto sorge un quesito la scuola italiana è pronta a darsi un nuovo“pensiero pensante”  in grado di comprendere e rappresentare una società multietnica, multiculturale e multireligiosa come l’attuale ? Penso proprio di no. Basti vedere come reagiscono in modo contraddittorio le nostre scuole di fronte alla religione e alla cultura che gli immigrati scolarizzati si portano dietro. In certe scuole non si fa più il presepe perché ciò offenderebbe la religione islamica.  Ha scritto C. Magris sul Corriere: “ È recente la notiziadi una gita scolastica annullata dalle autorità della scuola elementare «Matteotti» di Firenze perché prevedeva una visita artistica che includeva un Cristo dipinto da Chagall, nel timore che ciò potesse offendere gli allievi di religione musulmana. Il Cristo di Chagall è un’opera d’arte, come le decorazioni dell’Alhambra, e solo un demente o un fanatico razzista può temere che l’uno o le altre possano offendere fedi o convinzioni di qualcuno. Quei dirigenti scolastici che hanno annullato per quel motivo la gita dovrebbero essere licenziati in tronco e messi in strada ad aumentare le file dei disoccupati, perché evidentemente non sono in grado di svolgere il loro lavoro, come dovrebbe essere licenziato un insegnante che in una gita scolastica a Granada vietasse ai suoi allievi di visitare l’Alhambra per non offendere la loro fede cristiana”.

Che fare? E’ necessario che gli insegnanti ripensino una buona volta a che serve la scuola?. Si provi a chiedere agli studenti a cosa serve la scuola, difficilmente vi diranno che “la funzione della scuola di ogni ordine e grado è la formazione dell’uomo e del cittadino, come recitano i ‘Programmi Brocca’. Provare per credere. Perché avviene questo? Perché la scuola, gli insegnanti e gli studenti, salvo eccezioni, hanno smesso di interrogarsi di chiedersi il perché degli avvenimenti. Per molti la scuola non è in grado di darsi un pensiero per il futuro. La difficoltà nasce dal fatto che oggi noi viviamo quella fase nichilista di cui parla Nietzsche. Che cos’è il nichilismo?  Ponendosi egli stesso la domanda, il filosofo risponde: “Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al «perché?»; che cosa signifi­ca nichilismo? – che i valori supremi si svalutano.

Il nichilismo è dunque la situazione di disorientamento che subentra una volta che sono venuti meno i riferimenti tradizionali, cioè gli ideali e i valori che rappresentavano la risposta al «perché?» e che come tali illuminavano l’agire dell’uomo. Viviamo in un tempo di rinuncia totale alla comprensione critica dell’orizzonte di senso (o, meglio, di non-senso) del nostro presente. Heidegger vede la nostra epoca come un tempo indigente nel quale è calata e si estende la “notte del mondo”. Ridare un senso alla nostra educazione e formare uomini e cittadini attivi e pensanti per il Terzo Millennio sono finalità che non possono essere affidate alla sola all’educazione civica (per quanto importante e necessaria) impartita da docenti di storia e filosofia o d’italiano e storia, ma deve essere compito di tutti gli insegnanti: da quello di educazione fisica a quello di musica, passando per gli insegnanti delle humanae litterae ecc.

La scuola e le famiglie devono tornare a EDUCARE, a “insegnare non pensieri, ma a pensare”, come raccomandava E. Kant.  Con questa affermazione il filosofo voleva aiutare i suoi studenti a pensare, a porsi domande a cercare risposte e a servirsi della propria intelligenza in modo da diventare cittadini, responsabili ed autonomi eticamente e culturalmente, anziché pecore obbedienti al sovrano di turno. Dice a tal proposito il filosofo Dario Antiseri: “Si rischia seriamente di essere meno cittadini e oggi meno cittadini del mondo senza la consapevolezza critica che uno studio serio della storia delle idee e delle controversie filosofiche e degli studi classi ,didatticamente riveduti, e in grado di offrire. Solo ‘menti aperte’ costituiscono il presidio più sicuro di una società aperta e accogliente”

Romolo Vitelli

18 novembre 2015
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