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Varese, Il Salò di Pasolini, Battarino: una lezione ancora attualissima

Una sequenza della pellicola di Pasolini

Una sequenza della pellicola di Pasolini

Tre settimane dopo la morte del poeta il suo ultimo film viene proiettato al Festival di Parigi. Se “Salò”, non solo per tragica coincidenza temporale, prefigura quella morte, un’analoga prefigurazione si può leggere in tutta l’opera di Pasolini.

E’ sufficiente leggere una delle poesie giovanili, pubblicata nel 1954 in “Quarta generazione. La giovane poesia” raccolta curata allora da Piero Chiara e Luciano Erba e riproposta nel 2014 grazie alla preziosa opera di Serena Contini: versi capaci di vedere e mostrare “la fine degli anni” in una sera apparentemente qualsiasi

“Forse la luna. Forse fuori voci

di ragazzi che a file vanno in chiesa.

Ma la sera è più triste, e io non odo

Null’altro ch’essa nella stanza vuota.

Essa, e la fine dei miei anni, e il tempo

Di primavera che scende tutto in fiore,

e mi lascia con volto di ragazzo

tra questi campi e queste sere nuove”

L’opera di Donatien-Alphonse-François de Sade, fonte letteraria dichiarata del film, è una descrizione barocca del Male in cui la costruzione di un’espansione geometrica di violenze è “contenuta” in un sistema normativo autoreferenziale. Tradurla in immagini cinematografiche si poteva ritenere impossibile.

Ma Pasolini realizza quest’impresa, innanzitutto “contenendo” l’oggetto della storia in un contesto cinematografico formale impeccabile: fotografia, costumi, sceneggiatura.

E’ anche un film a suo modo “didattico”, che insegna a quali nefandezze può arrivare l’esercizio del puro potere sul corpo altrui. Non è un dettaglio che nei titoli di testa compaia una bibliografia essenziale su de Sade che esordisce con un famoso saggio di Roland Barthes.

“Salò, o le 120 giornate di Sodoma” era certamente contro il buon costume, se il buon costume era ciò che portò allora a negare il visto all’uscita nelle sale italiane. Ancora dieci anni dopo la Cassazione scriverà che un’opera cinematografica è oscena quando contiene “scoperte carnalità e violenze riposte nel fondo degenerativo degli istinti primordiali della specie”.

Pasolini, in “Salò”, rappresenta proprio queste primordialità, che, usando l’arte cinematografica, rivela come coessenziali a un potere totalitario esercitato senza limiti.

La statica e quasi monumentale rappresentazione di quel potere come disponibilità della sorte di altri uomini, nella scena della “selezione” dei ragazzi, richiama le scene di selezione nei campi di concentramento, suggerendo una specificità sadica del nazifascismo.

Contro cui la civiltà europea ha reagito anche con la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma nel 1950, la quale, come esatto contrario di quella forma di esercizio del potere, stabilisce il divieto di tortura, il divieto di schiavitù, il diritto all’immediato controllo giudiziario sulla privazione di libertà da parte delle polizie.

In “Salò” sono percepibili fonti pasoliniane di ispirazione.  La drammatica rassegna dei volti delle vittime richiama sequenze di “Accattone” e “Mamma Roma”; la madre angosciata per il figlio catturato dai nazifascisti diventa controcanto all’Anna Magnani di “Roma città aperta”; evangelica è la citazione dei fascisti/centurioni che giocano a carte, inquadrati dopo il grido “Dio, Dio, perché ci hai abbandonati!” di una delle vittime.

C’è poi “Sul ponte di Perati”, nella tavolata di carnefici e vittime: un canto della Brigata alpina “Julia” che Nuto Revelli trasformerà in “Pietà l’è morta”: la “bandiera nera” della versione cantata nel film prelude alla “meglio gioventù” dei versi successivi, con cui Pasolini cita ancora se stesso.

Quella tavolata era, secondo il regista, un paradossale momento di unità tra le due “classi”: che però non impedisce, come in tutto il film, di riconoscere le figure, tipiche di tutti i totalitarismi, dei servi e dei ruffiani, selezionati indifferentemente tra gli entusiasti e gli opportunisti; e quella, complementare, delle vittime che si fanno delatori, in una delle scene successive più intrinsecamente drammatiche.

Il sanguinoso parossismo finale delle torture è insopportabile, è tale da farci distogliere lo sguardo dallo schermo. Ma dovremmo rivolgerlo ai luoghi in cui quelle torture vengono ancora oggi, ancora in questo momento, praticate su donne e uomini inermi, privati della libertà senza che una legge e un giudice controllino il potere esecutivo, in regimi totalitari o nelle prove di califfato dell’Africa e dell’Asia.

Distogliamo pure lo sguardo dalle immagini con cui Pasolini ci scuote ancora, quarant’anni dopo: ma per ricordare che di un regime di violenza, umiliazione e morte come quello che cattivi maestri e cinici propagandisti prefigurano – in quei luoghi e qui, ciascuno a suo modo – noi stessi potremmo rimanere vittime. E i nostri sguardi sarebbero quelli profondi, disperati e perduti che egli ci mostra, terribilmente, in “Salò”.

Giuseppe Battarino

 

2 novembre 2015
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9 commenti a “Varese, Il Salò di Pasolini, Battarino: una lezione ancora attualissima

  1. ombretta diaferia il 2 novembre 2015, ore 15:44

    «… Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente ad essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconosci­bili.
    Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a preten­dere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandaliz­zare; a bestemmiare…»

    (da ”Intervento al congresso del Partito Radicale”, che Pasolini avrebbe dovuto tenere a Firenze, due giorni dopo il 2 Novembre 1975, quando venne ritrovato assassinato all’Idroscalo di Ostia. – cit. in Lettere luterane Einaudi 1977)

    grazie per questa tessitura.
    od

  2. Emiliano il 6 novembre 2015, ore 13:51

    Controcorrente… non ritengo questo signore ne un martire ne un mito. Se le parole qui postate dalla signora Ombretta appartengono veramente a lui (e, come spesso capita nel caso di personaggi famosi, non invenzione postuma da attribuirgli), francamente, di uno così posso farne volentieri a meno.

  3. a.g. il 6 novembre 2015, ore 14:25

    Parole profetiche, allusive, simboliche…”estreme”…Pasolini era un poeta, non un impiegato di un ufficio pubblico….

  4. Emiliano il 6 novembre 2015, ore 21:44

    Non è questione di essere poeti o impiegati, ma quelle parole non mi sembrano particolarmente felici ne poetiche, al limite, come lei scrive “allusive” e ancor più “estreme”.
    Se questa è poesia, è davvero di pessimo gusto.
    E OGGI ci lamentiamo di vivere in un mondo decadente… con MODELLI così dove vuoi andare del resto?

    Scoraggiante.

  5. Giuseppe Battarino il 8 novembre 2015, ore 10:31

    Lo “scandalizzare e bestemmiare” dell’intervento citato da Ombretta Diaferia rinviava consapevolmente allo “scandalo” evangelico (“oportet ut scandala eveniant”, Luca, 17,1; Matteo 18,7); come scrive Gabriella Pozzetto (“Lo cerco dappertutto. Cristo nei film di Pasolini”) “il punto di vista di Pasolini è stato drammaticamente confermato, tanto da essere definito profetico, ma quello che colpisce, e che porta inevitabilmente a riflettere, oggi che tutto si è avverato, è il suo sguardo sacrale sulle cose, sul mondo”.
    Inevitabilmente.

  6. Emiliano il 9 novembre 2015, ore 23:34

    Tante cose dette da altri “profeti” prima di lui si sono avverate… e mi sorge sempre il dubbio che più che di “profezie” si tratti di rivelazioni più o meno volute di obiettivi da realizzare a tavolino dal potere costituito per ragioni che – puntualmente – ci sfuggono…
    Pasolini (che non era certo uomo libero, ma politico accorto) non fa eccezione a questa regola.

  7. a.g. il 10 novembre 2015, ore 00:19

    Ai tempi delle polemiche più roventi, risultava evidente, anche al più sprovveduto lettore, che Pasolini “remava contro” l’establishment…mi dispiace per te, caro Emiliano…

  8. ombretta diaferia il 10 novembre 2015, ore 00:34

    Caro Signor Emiliano, le parole di Pasolini sono facilmente reperibili a chiunque vogli andarsi a leggere l’intervento che scrisse e mai lesse due giorni dopo la sua morte per ovvie ragioni.
    E le conosco bene, perché introducono un volume che la casa editrice che conduco pubblicò cinque anni fa.
    Mi spiace che si sia perso l’occasione di leggere e studiare qualcuno che resta un punto fermo della cultura italiana e contro cui si scagliano i meno avveduti.

    Ma questo 40° anno dalla sua morte è stato ben onorato, perché le case editrici italiane hanno ristampato molti suoi volumi.
    Colga al volo l’occasione di scoprirlo.

    con sempre illimitata stima nel prossimo mio.

    od

  9. a.g. il 10 novembre 2015, ore 00:37

    Che diplomazia….

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