Lettere

Come il Pd può vincere a Varese

piazzamontegrappaPiaccia o no il personaggio Renzi la sua elezione a segretario nazionale del PD, attraverso il meccanismo delle primarie e la conseguente ascesa a Palazzo Chigi, ha cambiato molto, non solo nel PD e nella politica, ma anche nel nostro Paese.

Se Bersani non avesse perso, Renzi non avrebbe mai potuto salire così in alto. Dunque, se in politica vale il principio che ad ogni azione ne corrisponde una uguale e contraria, alla sconfitta politica di Bersani e, a questo punto direi anche di una intera generazione e classe politica, l’unica risposta plausibile ( e forse anche frutto della disperazione ) era, e così è stato, il rivolgersi a colui che rappresentava la rottura con un mondo antico, glorioso, ma ormai uscito esausto dalla ventennale battaglia contro Berlusconi e la Lega e tentare una strada nuova, diversa rispetto al passato e più in sintonia con gli umori degli italiani.

In questa situazione, l’aspetto più di rottura, anche da un punto di vista dell’immagine, con il passato, è stato il modo in cui Renzi ha trattato i corpi intermedi ed in particolare i sindacati.

Renzi ha abbandonato i riti delle mediazioni, delle consultazioni con le parti sociali, degli incontri nella mitica “sala verde” con le forze sindacali e lo ha fatto in ragione dell’esigenza di “decidere presto e senza eccessivi condizionamenti”.

Ora che il nostro Paese abbia bisogno di semplificare i processi decisionali è un fatto assodato, che abbia bisogno anche di fuggire dalle logiche dei veti incrociati, dal corporativismo che si traduce in difesa di privilegi e conservazione di rendite di potere è altrettanto vero, che tutto questo però sia traducibile nella semplice e perentoria negazione del valore positivo che ancora possono esprimere proprio quei corpi intermedi tanto bistrattati non mi convince pienamente.

Complessità e semplificazione non sono due concetti alternativi. L’Italia è un Paese complesso che ha bisogno di semplificazione, ma la sua complessità deriva dalla sua Storia e da una storia patria che ha generato un pluralismo culturale e sociale che è stato non solo diversità, ma anche il vero motore dello sviluppo economico dell’Italia repubblicana e dell’affrancamento dei ceti popolari dalla povertà e dalla sudditanza delle élitè.

Personalmente sono ampiamente convinto che la modernizzazione del sistema Paese passi anche attraverso un mutamento della natura stessa delle nostre forze sociali, prime fra tutte quelle sindacali, ma assodato questo è anche chiaro che il processo non può che partire da loro e non è pensabile che avvenga sotto la spinta della politica come se gli fosse stata puntata una pistola alla tempia.

Ma il tema è: è pensabile modernizzare un paese e “semplificarlo” perseguendo con forza anche la coesione sociale andando avanti con prove muscolari e senza l’apporto delle forze sociali e quindi anche di tutti i corpi intermedi di cui le forze sindacale sono parte importante? Che l’epoca della concertazione fosse finita l’aveva già decretato Monti il quale aveva fatto passare una riforma pensionistica, la c.d. Legge Fornero, tra le più dure di tutti i tempi senza discutere con nessuno. Ma oggi è pensabile che un Paese come l’Italia si possa governare senza processi che sappiano coinvolgere le forze sociali presenti nel Paese? La modernizzazione e la semplificazione si possono perseguire attraverso un “dirigismo” statuale senza produrre effetti dirompenti sulla coesione sociale?

Io credo che questa sia una frontiera politica che debba essere esplorata e che non si riconduce unicamente a quello che sta a Roma, ma che offre invece ampi spazi di confronto anche a livello locale e questo ben al di là del “sindacalismo territoriale” sterile a cui ci ha abituato per anni la Lega.

Il PD di Varese può legittimamente candidarsi ad un ruolo cerniera tra Roma e il nostro territorio. Lo può fare ribaltando la logica del politico che riporta sul territorio il “verbo”, ma facendosi invece portare di istanze di coesione e di rappresentanza nuove. Lo può fare non in ragione di vecchi strumenti della politica, ma attraverso la sua classe dirigente cresciuta in venti anni di battaglie politiche proprio contro chi ha fallito tutte le occasioni che gli si sono mostrate.

La sfida per cambiare verso al Paese nel 2016 passa anche da questo. Non è più tempo di scontri muscolari, è tempo di riannodare i fili del dialogo.

Roberto Molinari

Componente Direzione P.le PD Varese

29 ottobre 2015
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