Varese

Con “Sacri Monti e altre storie” a Varese sono tornate le grandi mostre

Da sinistra Cassinelli, Ferrari, Tinazzi e Longhini

Da sinistra Cassinelli, Ferrari, Tinazzi e Longhini

Avevamo ormai perso ogni speranza: grandi mostre, adieu. Da almeno dieci anni, dall’epoca dell’Anna Bernardini, allora direttore dei Civici Musei di Varese (ora direttrice della prestigiosa Collezione Panza), il Comune non ne aveva più organizzate di mostre come questa, che apre oggi al Castello di Masnago. Spending review? Poche idee? Scarsa attenzione alla cultura? Mah. Sta di fatto che questa volta si fa sul serio con questa mostra dal titolo “Sacri Monti e altre storie. Architettura come racconto” e si potrà visitare fino al 29 novembre. L’hanno curata due architetti del Politecnico di Milano, la giovane Claudia Tinazzi e il docente Massimo Ferrari. Si vede, ahimè, l’impronta degli architetti, ma si tratta di una mostra che conferma un vecchio adagio: la mostra è un pensiero, innanzitutto. Lo dice anche l’assessore alla Cultura, Simone Longhini, che insieme al conservatore Daniele Cassinelli ci accompagna alla preview, che viene soprattutto guidata dalla curatrice con una bravura da applauso.

Qui non vedrete centinaia di quadri sul Sacro Monte, vedute e tramonti, ma un susseguirsi di nessi e sinergie, evocazioni e confronti intelligenti e non scontati, che qualche volta fanno sussultare per la meraviglia. Come da bambini quando si finiva in qualche negozio di vecchie cose. Questa è una mostra costosa (100 mila euro) e anche il Comune ha fatto la sua parte (ha messo 20 mila euro). Ma è una mostra, con tre realtà importanti: la Regione, il Politecnico di Milano e la Triennale di Milano, che in occasione di Expo ha dato vita, nei capoluoghi della Lombardia, ad eventi ad hoc. E questa mostra rappresenta, per Varese, un bell’evento, forse il primo, realizzato in occasione dell’Expo.

E cosa si poteva scegliere per Varese se non il Sacro Monte? Così hanno fatto i curatori che hanno scelto, come negli spettacoli di fuochi pirotecnici, prima le cose basilari per poi arrivare, passo passo, alle esplosioni finali. Nella mostra il Sacro Monte di Varese, piccola Gerusalemme, funziona da motore immobile, che lancia una ricca serie di percorsi. Si parte dal plastico del Sacro Monte come percorso che unisce varie tappe. Si arriva quindi alla Via Francigena e alla ottanta tappe del Vescovo Sigerico di Canterbury, e poi si passa alla Ruta del Peregrino in Messico.

Da qui si inizia a sprofondare in una sorta di gorgo di bellezze favolose: si arriva ad un’intera parete dedicata alla Gerusalemme etiope: Lalibelà (l’antica Roha), un riferimento che da solo vale tutta la mostra. Perchè qui la Gerusalemme in terra è un negativo fotografico, le cappelle sorgono sotto terra e, come dice il curatore Massimo Ferrari “sono il vero archetipo del Sacro Monte”. Ma siamo appena all’inizio: la mostra presenta incisioni realizzate da Bianchi Bariviera che partecipò ad una spedizione archeologica nel ’39 e che ci dona immagini eccezionali della chiese rupestri etiopiche. A sostegno immagini fotografiche, panoramiche e dettagli.

Avanti ancora: si fanno avanti due geni diversi, ma che qui si confrontano, l’architetto Aldo Rossi e il grandissimo Giovanni Testori (dentro la mostra c’è anche l’Associazione Testori). Cosa crea un ponte tra i due personaggi? San Carlo Borromeo. La mano del San Carlone di Arona che diventa presenza ossessiva in Rossi, grande santo che “strega” Testori, che a penna lo ritrae e che scrive “Il Gran Teatro Montano” su Varallo. Ma procediamo e arriviamo agli spazi che spiegano le tre grandi dimensioni dei Sacri Monti: quella del paesaggio, con un drone che volteggia e filma la montagna sacra varesina; quella dell’architettura, con il “Libro dei misteri” di Galeazzo Alessi che per la prima volta lascia Varallo e atterra a Masnago e con un confronto tra modellini dei Sacri Monti Unesco, dove si vede come quello di Varese sia il più ampio e complesso; quella dell’arte con una tela che Cassinelli ipotizza possa essere del Morazzone e che il Comune di Varese acquistò grazie all’interessamento di Testori, nucleo di quel museo dell’arte secentesca che avrebbe dovuto sorgere a Villa Mirabello.

Infine grande apertura al contemporaneo e chiusura della mostra tra la Via Crucis di William Xerra e la rienterpretazione del Sacro Monte da parte del cileno Ondurraga, autore del padiglione cileno ad Expo, che realizza una cappella a precipizio sul mare, precaria e solida nello stesso tempo, in cui una ragazza legge solitaria un libro.

Una vera mostra, insomma, che viene ulteriormente arricchita dall’arte fotografica, anche in questo caso con confronti, rapporti, intuizioni. Come non innamorarsi del confronto tra i personaggi delle cappelle fotografate “al naturale” da Pepi Merisio e quelle illuminate con riflettori cinematografici da Giovanni Ricci Novara? Questo e tanto altro si può trovare nella mostra del Castello, che si completa con un’appendice alla Sala Veratti, visibile da domani 2 ottobre, con gli studi per Crocifisso di Lucio Fontana e uno studio sulla Crocefissione di un giovanissimo Testori.

Mostra bella e complessa. Ma mostra come non se ne vedevano da anni.

 

1 ottobre 2015
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Un commento a “Con “Sacri Monti e altre storie” a Varese sono tornate le grandi mostre

  1. gianni il 2 ottobre 2015, ore 10:46

    Ma la Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte di Varese di solito sempre presente nelle manifestazioni culturali della città dov’è ?

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