Lettere

L’Italia non è un Paese per giovani

giovanilavoroLa migrazione italiana nell’ultimo trentennio è decisamente cambiata. L’Italia è diventata un paese d’immigrazione, con una continua crescita della popolazione di cittadinanza straniera. Ma nello stesso tempo i vari rapporti d’ indagine ci dicono che sono molti i giovani che abbandonano il nostro Paese in cerca di un futuro migliore. Gli italiani hanno ricominciato a lasciarsi alle spalle la loro Patria; di questo fenomeno, che diventa purtroppo sempre più grave, si parla colpevolmente ancora troppo poco. Ormai sono già 100 mila quest’anno i connazionali andati a cercare fortuna all’estero.

Tanto che dall’inizio dell’anno sono ormai più gli italiani che espatriano degli stranieri che si fermano in Italia. E’ un evento in grande crescita che colpisce non solo il Sud, ma anche il Nord. Emblematico è il caso di Milano: 60.273 milanesi sono iscritti all’Anagrafe Residenti Estero, oltre il 13% ha tra i 23 e i 35 anni. Perché se ne vanno? A spingere lontano tanti italiani è, ora come un tempo, la mancanza di un lavoro, o un lavoro mal pagato, o un reddito che non garantisce più lo stesso tenore di vita. La metà dei giovani italiani è pronta a fare le valige e a emigrare. I dati sulla disoccupazione generale e giovanile pubblicati dall’Istat registrano che il tasso tra 15-24enni è al 43,9%, nuovo record storico di sempre.

L’Italia ha il triplo dei ragazzi che non studiano, né lavorano, rispetto alla media europea (statistica Censis). La maggioranza dei giovani italiani, il 61%, è quindi pronta a lasciare il Paese “per motivi di lavoro” ma anche per motivi di studio, come vedremo più avanti. Le cause dell’alto livello di disoccupazione sono molteplici: la crisi della domanda interna, la difficoltà di accesso al credito sia per le imprese che per i singoli, l’aumento della pressione fiscale. Il Governo ha investito solo l’1,25% del Pil per aumentare la competitività, molto meno di quanto facciano i diretti concorrenti come Germania, Francia e Regno Unito. Nel complesso dell’Ue sono stati spesi 275 miliardi, ma non basta per stare al passo degli Usa.

Nell’Italia del declino si è così bloccato l’ascensore sociale, e abbiamo creato una società piatta, immobile sul presente, mentre il futuro è scomparso dall’orizzonte delle nuove generazioni. Purtroppo per loro il futuro non è più “una speranza, ma una minaccia”. Tra i giovani italiani è molto positivo l’aspetto della mobilità (74,8% degli intervistati). Un giovane che ha talento, voglia di studiare e di lavorare in un contesto di lavoro multinazionale, fare esperienze e confrontarsi con altre culture, espatria per motivi di studio. Gli studenti universitari italiani all’estero sono 42.433 (dati 2011 Fondazione Migrantes). Nell’ordine, scelgono: Germania, Svizzera, Francia, Belgio, Inghilterra. Nel biennio 2008/2009 ben 17.754 studenti italiani hanno usufruito del programma Erasmus. Ma la vera piaga è la disoccupazione giovanile.

In Italia è il peggior spreco di forze e di talenti, che costringe sempre più giovani a lasciare il Paese non solo per scelta, ma anche per non rassegnarsi a rimanere a lungo disoccupati o a fare un lavoro sotto sottopagato e sotto inquadrato. Verso quali paesi s’indirizzano i nostri giovani? Le nazioni che considerano più attrattive, per un’esperienza di lavoro, sono: Australia, Usa e Regno Unito che insieme raccolgono oltre la metà delle risposte (il 54,8%). Segue la Germania, Paese che presenta una disoccupazione giovanile particolarmente bassa, poi Canada, Francia, Austria, Svizzera e Belgio e in misura minore la Spagna. Comunque, è la Gran Bretagna ad attrarre gli italiani in fuga: 71,5 % in più da un anno all’altro. A Londra abitano ormai 250 mila italiani. Naturalmente i costi di questa emigrazione per il nostro Paese sono rilevanti.

Secondo i dati ConfimpreseItalia l’investimento in capitale umano che viene perso per l’espatrio soprattutto dei laureati ammonterebbe a ben 5 miliardi e 915 milioni di dollari. Secondo “la Repubblica” la fuga dei talenti dall’Italia comporta un costo in termini formativi pari a otto miliardi e mezzo di euro in dieci anni, quasi un miliardo l’anno. Il dato è stato ottenuto incrociando i dati  Ocse sui costi sostenuti dallo Stato per formare un laureato, con il totale dei laureati espatriati. Secondo l’Istituto Italiano per la Competitività (ICom), i nostri “cervelli” in fuga all’estero hanno portato con sé circa quattro miliardi di euro. Si tratta del valore di tutti i brevetti da loro realizzati al di là delle Alpi, negli ultimi 20 anni. Il 35% dei migliori 500 ricercatori italiani abbandona il Paese, denuncia lo studio.

Non siamo un Paese per giovani. L’Italia ha il più alto numero di giovani che non lavorano e non studiano, in Europa. Che fare? La crisi del nostro Paese è seria e lo spreco di tanti talenti giovanili è una tragedia. L’Italia vive una grave “crisi cognitiva”- come dice Carlo Donolo- in Italia sperduta .’ “Si ha crisi cognitiva”- dice lo studioso – “quando una società perde il suo orientamento verso il futuro, cessa di nutrire speranze fondate, si spaventa di fronte alle nuove sfide proposte da un mutamento globale che investe ogni aspetto del reale.” Quest’affermazione mi ricorda quanto diceva profeticamente molto tempo addietro Friedrich Nietzsche, la civiltà occidentale diceva il  filosofo-  stava avanzando verso l’Ultimo Uomo, una creatura apatica, senza grandi passioni o grandi impegni. Incapace di sognare, stanco della vita; uno che non si prende più rischi, cerca soltanto comfort e sicurezza.

Sembra scritta per il nostro Paese. Possiamo uscire da questa crisi e ridare una speranza e un futuro all’Italia e soprattutto ai nostri giovani? E’ un’impresa quasi impossibile; ma ci possiamo riuscire, facendo leva sulle forze migliori del Paese. L’Italia ha bisogno di riforme serie; di lotte all’evasione fiscale, alla corruzione, alla burocrazia, al nepotismo, incentivando  il merito e la professionalità. Bisogna rifare l’Italia e gli italiani: ma per questo ambizioso programma  occorre una nuova politica, una nuova classe dirigente, preparata e dinamica, una nuova moralità, un nuovo spirito civico e soprattutto l’elaborazione di un progetto Italia per il Terzo Millennio, che non potrà essere affidato a un “uomo solo al comando”.

Occorre uno sforzo congiunto di tutte le forze politiche sane, e moralmente ineccepibili e dinamiche del Paese; e soprattutto  abbiamo bisogno del concorso di tutte le agenzie formative e di tutti i cittadini di buona volontà, capaci di anteporre il bene comune al proprio tornaconto personale.

Romolo Vitelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

21 settembre 2015
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Un commento a “L’Italia non è un Paese per giovani

  1. giovanni dotti il 22 settembre 2015, ore 14:49

    Condivido quanto scrive il prof. Vitelli. Una sola considerazione: più che anteporre il bene comune al proprio tornaconto personale bisognerebbe pensare che nel bene comune sta anche il nostro individuale. Se il Paese migliora nel suo insieme, miglioreranno anche le condizioni di vita di tutti noi.

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