Lettere

A Calais l’Europa scopre gli immigrati

stranieriDa quando il tunnel della Manica è stato preso d’assalto dagli immigrati, Francia e Regno Unito ora scoprono il fenomeno immigrazione e chiedono aiuto all’Ue. Calais è oggi la porta verso la salvezza. Per molti migranti arrivati in Europa dall’Africa del nord Londra è infatti, l’obiettivo finale di migliaia di immigrati che vivono accampati nei pressi di Calais. Un rapporto della polizia britannica ha fatto sapere che mille tentativi di entrare illegalmente sono stati “respinti” dalle forze di sicurezza nei pressi del sito dell’Euro-tunnel, mentre altri 700 sono stati “intercettati” all’interno del tunnel.

Ieri, i ministri dell’interno britannico e il suo collega francese, hanno scritto al Sunday Telegraph, sollecitando i Paesi europei a collaborare per risolvere alla radice la crisi in atto a Calais, definita “una priorità sia a livello europeo che internazionale” (Sic!). A parlare sono francesi e britannici, ma le parole usate sembrano quelle pronunciate ormai da mesi dalle autorità italiane che chiedevano una maggior partecipazione europea alle operazioni di salvataggio e accoglienza sulle coste siciliane.

Chi non ricorda l’egoismo e la miope inettitudine di molti paesi membri dell’Ue in particolare di Francia e Inghilterra di fronte alle masse di diseredati che si riversano sulle nostre coste? Posti davanti a un esodo di carattere epocale, la sola cosa che la Comunità si è saputa inventare è stata quella di mandare qualche altra nave nel Mediterraneo e destinare un po’ di soldi in più all’operazione Tritone. Oggi di fronte all’emergenza di Calais chiedono collaborazione e interventi comuni e scrivono che “Europa non è la terra dell’oro e i migranti hanno una visione irrealistica di ciò che possiamo loro offrire”.

Il continente non è in grado di rispondere alle illusioni di chi arriva dall’Africa o dal Medio Oriente. La tesi che Londra e Parigi sostengono è condivisibile. Le conclusioni cui giungono sono però paradossali: da soli, i singoli paesi, non possono affrontare le ondate dei migranti, la crisi è globale e serve una risposta concordata fra i partner europei. Giustissimo. Peccato che fino a qualche settimana fa, prima di Calais, tanto Londra, quanto Parigi, ci hanno trattato a pesci in faccia quando chiedevamo, noi italiani, la condivisione dell’emergenza migranti. Perché dimenticarlo? Siamo di fronte ad una fase difficile per la vita politica europea e questi atteggiamenti politici smascherano un camaleontismo vergognoso.

Non c’è da scandalizzarsi: sappiamo che la politica internazionale è fatta di voltafaccia, contorsioni e ipocrisie e di nazionalismi esasperati. Ci sono voluti migliaia di morti perché l’Europa si svegliasse un po’. Solo quest’anno oltre duemila migranti sono morti nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere le coste europee. A diffondere la cifra drammaticamente simbolica della tragedia in corso è l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

“E’ inaccettabile che nel XXI secolo le persone che fuggono da guerra, persecuzioni, povertà e impoverimento della terra debbano patire tali terribili esperienze nei loro paesi, per non dire quello che sopportano durante il viaggio e poi morire alle porte dell’Europa”, ha detto il direttore generale dell’Oim, William Lacy Swing. Nonostante queste tragedie, l’Oim ha riconosciuto gli “sforzi straordinari delle forze navali italiane e non che nel Mediterraneo, che continuano a salvare vite umane ogni giorno”: sono circa 188.000 i migranti salvati finora nel Mediterraneo e, secondo l’organizzazione, presto si supereranno i 200.000 arrivi.

Che fare? Innanzi tutto bisognerà comprendere che questa dell’immigrazione non è tanto e solo un’emergenza destinata ad esaurirsi nel breve tempo, quanto una tragedia biblica innestata dalla fine dei blocchi contrapposti, dal processo di globalizzazione, dalle guerre, dalla siccità, dalla carestia, dai fanatismi religiosi, dal terrorismo ecc.; questioni con le quali dovremo confrontarci lungamente in futuro. Sarà inutile innalzare muri né rinserrarsi e barricarsi nei propri fortini, siamo di fronte a un esodo di portata inimmaginabile che spingerà sempre più masse di poveri e/o perseguitati politici a fuggire da morte certa nei loro disastrati paesi, per tentare di dare una speranza e un futuro migliori ai loro figli e a sé stessi. E’ l’Onu e l’Europa che dovranno dimostrare di essere all’altezza di una politica di accoglienza, cercando di rimuovere le cause in loco di quest’ immane tragedia. Certo noi, in Italia e in Europa, non li possiamo accogliere tutti. Le forze politiche sono state miopi e latitanti di fronte a questo fenomeno che si stava annunciando da tempo e non hanno preparato, né educato alla tolleranza, al rispetto, alla mondialità, all’umanità le popolazioni. Quindi bisogna anche comprendere, come dice giustamente E. Galli Della Loggia, (Sui migranti non servono sermoni) le ragioni di chi protesta contro l’immigrazione nel nostro Paese.

“L’Italia è un Paese con una forte disoccupazione e un alto indice di povertà. Stando così le cose è mai ammissibile che l’Italia abbia davvero bisogno di vedersi arrivare decine di migliaia d’ immigrati, e che possa permettersi di impiegare le sue risorse per accoglierli? Non solo, ma dopo quanto è accaduto in Gran Bretagna e in Francia, con i giovani africani e asiatici di seconda generazione convertitisi allo jihadismo islamico e al terrorismo, è davvero ancora possibile credere all’integrazione? Chi protesta contro l’immigrazione lo fa mosso in genere da due stati d’animo molto forti: il senso d’insicurezza e il bisogno di eguaglianza. L’insicurezza è prodotta dal vedere un estraneo comportarsi senza alcun riguardo verso la comunità di cui si fa parte. Per esempio orinare a proprio piacere contro i muri, ubriacarsi e schiamazzare a perdifiato, non pagare il biglietto sui mezzi pubblici, accamparsi nei parchi cittadini, vendere dovunque merce contraffatta, invadere gli spazi comuni (stazioni, marciapiedi) per dedicarsi apertamente al taccheggio, o tenere analoghi comportamenti: e però venendo sanzionato, bene che vada, solo una volta su mille. Per simili gesta, infatti, le forze dell’ordine e le polizie locali non solo non intervengono quasi mai, ma quando lo fanno la cosa di regola non ha alcun esito significativo. Non so se i ministri dell’Interno e della Giustizia, i sindaci, si rendono contro che assecondando questo andazzo essi si assumono la grave responsabilità di contribuire ad esasperare lo spirito pubblico, ad eccitarlo al massimo contro gli immigrati. Se invece si trovasse il modo di intervenire contro le suddette infrazioni con frequenza e in senso immediatamente punitivo (sì, punitivo: guai ad aver paura delle parole), ciò avrebbe un importantissimo effetto di rassicurazione. Trasmetterebbe loro il messaggio che il primo obbligo che essi hanno, venendo in Italia, è quello di rispettare, come chiunque, le norme che regolano la nostra collettività”.

Giustamente la gente che vede quanto è accaduto in Gran Bretagna e in Francia, con i giovani africani e asiatici di seconda generazione convertitisi allo jihadismo islamico e al terrorismo, è preoccupata di vivere tra immigrati che possono compiere un attentato nel nostro Paese è si pone un quesito non retorico: è ancora possibile credere all’integrazione? La globalizzazione, lo sviluppo della tecnica, Internet il Web ecc. hanno accorciato le distanze e abbattuto le “prigioni culturali”. Dice a tal proposito B. Giussani I (Tra un Tweet e un post è il vero secolo breve.) “quarant’anni fa un somalo emigrato nel Wisconsin aveva minime possibilità di rice­vere notizie dal suo paese. Quindi la sua capacità almeno teorica d’integrazione era alta. Oggi grazie al web lo stesso emigrante vive culturalmente al cento per cento in Somalia. L’integrazione diventa bassissima. Non so che cosa sia più giusto. Ma so che il più grande contingente di jihadisti dello stato islamico negli Usa è composto da somali emigrati nel Wisconsin che mentalmente non vivono negli Usa ma in Somalia. La disgregazione del melting pot americano è compensata dal manteni­mento della vita virtuale e culturale in un’altra parte del mondo”. Quindi anche questo sarà un problema serio da affrontare con mezzi appropriati e nuovi se vogliamo vivere. La globalizzazione digitale è inversamente proporzionale all’integrazione dei popoli ”.

Nel concludere questa mia riflessione sull’immigrazione vorrei che ciascuno di noi, ( pensando a quell’umanità derelitta che affronta mille disagi per giungere sulle nostre coste) continuasse a “coltivare l’umanità”, perché come dice Sofocle: “L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”.

Romolo Vitelli

 

5 agosto 2015
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