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Libri, Quando “L’Unità” era un grande giornale, l’amarcord di Paolucci

La copertina del volume

La copertina del volume

“Potrebbe apparire a prima vista una provocazione ma le mie intenzioni, un paio di anni fa, quando ho cominciato a scrivere il libro, erano altre. Volevo lasciare la testimonianza di un giornalista che per quasi mezzo secolo aveva vissuto in quel giornale. Non credo comunque che i responsabili della nuova Unità possano adombrarsi. Anche loro dovrebbero essere ben consci della distanza siderale fra le due testate. Voglio dire lo spessore, la forza ideale, le idee, i progetti, lo stile. E poi gli uomini. Certo che vedere ancora la scritta che ricorda Antonio Gramsci e la data della fondazione, il 1924, fa un po’ impressione! Questa testata, rinata dopo mille traversie, è giocata tutta su Renzi e il suo gruppo dirigente e allora si che ti prendono sgomento e tristezza”.

Ibio Paolucci, 89 anni, maremmano di nascita e genovese d’adozione, che ha firmato per l’editore Melampo di Nando Dalla Chiesa, autore di una lucida prefazione, “Quando l’Unitù era un grande giornale” (pp. 210, Euro 15,00) da pochi giorni nelle librerie, seduto alla “Fondazione Memoria della Deportazione” di via Dogana 3 a Milano alla plancia di comando del “Triangolo Rosso”, lo storico periodico dei deportati politici nei campi di sterminio nazisti, appare sereno. “Ci tenevo a raccogliere i brandelli della mia memoria prima che se ne andasse e credo dì aver detto tutto il necessario”, esordisce.

Ha taciuto sugli anni che hanno preceduto la sua entrata all’Unità negli anni ’50, dopo aver fatto a 14 anni l’operaio e il fattorino all’Ansaldo di Sestri Ponente e dopo essere stato rastrellato dai tedeschi il 16 giugno 1944 con altri mille lavoratori nella storica azienda genovese e deportato in un campo di lavoro di feroci collabazionisti polacchi. Quelle storie fanno parte di altri libri usciti per Arterigere di Varese negli anni scorsi in cui Paolucci ha ricostruito il duro cammino che l’avrebbe condotto al giornalismo. Ancora la fabbrica, poi, lui amante e studioso profondo del teatro e della pittura, assunto come suggeritore al Teatro d’Arte “Città di Genova” con la Compagnia del grande Almirante (lo zio del leader neo-fascista), quindi, dopo il fallimento dell’impresa, il funzionariato nel Pci e infine il giornalismo.

Capo redattore della pagina culturale dell’Unità, sempre nel capoluogo ligure, poi il trasferimento a Varsavia. “Fu Ingrao a offrirmi questa possibilità. Era il 1958. Avevo schivato in precedenza Pechiino e Tirana. Tornare in Polonia, la terra della mia prigionia, con Gabriella, mia moglie sposata tre anni prima, mi inorgoglì. Dovevo organizzare “Radio Varsavia” in lingua italiana e collaborare con “l’Unità” che aveva in Franco Fabiani un bravissimo corrispondente. Rimasi in quel Paese sino al 1961. Fu un’esperienza proficua con due momenti significativi. La traduzione che feci per Einaudi dal polacco del Diario di David Rubinowicz, il ragazzo ucciso dai nazisti che aveva riempito cinque quadernetti ritrovati per caso nei bidoni della spazzatura di un caseggiato, e la serie di servizi nel 1960 su Maurizio Pollini, allora poco più che un ragazzo, vincitore del Premio “Chopin” sgominando la temuta concorrenza russa e polacca. Festeggiammo la vittoria a casa mia con delle belle mele polacche”.

Dopo la Polonia, il rientro in Italia e la destinazione al settore politico-sindacale. Il libro si diffonde nel rievocare le lunghe trasferte al seguito del segretario del Pci Luigi Longo, in Emilia, nelle Puglie, nel Friuli. Bagni di folla, l’intensa lezione del maturo dirigente uscito dala guerra di Spagna, dal confino, dalla Resistenza e i viaggi fra la Germania, il Belgio e la Svizzera a raccogliere le voci dei nostri emigranti. Pagine memorabili. “Anni di fatica e di intensa tensione” dice Paolucci che non manca in quegli anni di percorrere l’Italia degli operai riportando le loro rivendicazioni.

Improvvisamente la carriera prese una strada impensabile. Il terrorismo. “Fu Aldo Tortorella a chiedermelo con insistenza. Non ero entusiasta ma cedetti. Avrei finito decenni dopo con la strage di Bologna”.

Paolucci con abilità, equilibrio, rigore, seppe maneggiare la materia bollente senza mai scottarsi. Cominciò con il caso Pinelli e poi, capo-cordata riconosciuto dei famosi “pistaroli” come li definì Marco Nozza, raccontò le Brigate Rosse (“Paolucci, gli gridò alle Vallette dalle gabbie dell’Assise Franceschini, quando usciremo da qui ti manderemo a lavorare in Germania!” al che Ibio Paolucci ebbe gioco facile, replicando: “già fatto!”, lasciando il “bierre” e i suoi accoliti fra cui Curcio, di sasso); gli eversori della “28 marzo” di Marco Barbone killers di Walter Tobagi: il pantano dei gruppuscoli rossi milanesi; il “7 Aprile” di Negri e Vesce; i neofascisti-stragisti da piazza Fontana, a Brescia, a Bologna.

Ebbe due condanne a morte. Il libro le richiama. La prima per mano di O.P., il foglio di Mino Pecorelli, l’uomo dei servizi deviati, ucciso per strada da mani ignote per cui furono indagati Andreotti e Vitalone, entrambi poi assolti. Un bel giorno O.P. sparò in copertina il messaggio oltraggioso e mendace: attenzione, Paolucci è l’uomo del Pci dentro le Procure. Fa il doppio gioco. Controlla l’intera stampa. Non accadde per fortuna nulla ma la stilettata fu perfida.

Seguì la brigata “28 marzo”: sul portone di casa una sera trovò appesa una sentenza di morte con 134 grammi di piombo. “Chiesi al collega Strambaci- ridacchia Paolucci- perchè tutti quei grammi. Lui mi rispose: sono il contenuto esatto di un caricatore!”. Siccome allora i giornalisti cadevano a pioggia (pochi giorni prima Guido Passalacqua, fu ferito alle gambe), Ibio Paolucci ebbe, suo malgrado la scorta, un vecchio simpatico partigiano della Valsesia con il colpo sempre in canna e la macchina a prova di bomba.

“E dei suoi direttori, caro Paolucci cosa ci dice?”. “Leggi il libro e vedrai”, risponde. Fra le righe, collocati a cavallo dei vari episodi, scorrono i nomi che hanno fatto grande “l’Unità”: Mario Alicata, Gian Carlo Pajetta (“un caratteraccio”), Emanuele Macaluso (“alcune valutazioni potevano apparire in contrasto con la linea della fermezza sul terrorismo tenuta dal Pci e dal giornale”), Aldo Tortorella (“il più amato”).

Dopo il complesso film sul giornale, la galleria dei personaggi. E’ la seconda parte del volume, una vera. lezione di storia: Giorgio Bocca, Camilla Cederna, Maurizio Pollini, Leo Valiani, il maresciallo Novembre (collaboratore di Ambrosoli), Gillo Pontecorvo, Bruno Trentin, Giovanni Pesce, Pietro Ingrao, monsignor Ravasi (“non ho mai partecipato-dichiarò-al funerale delle ideologie”), Corrado Stajano, don Andrea Gaggero (reduce da Auschwitz e represso da Siri), il giudice Guido Galli ucciso da Prima Linea alla “Statale”.

Franco Giannantoni

3 agosto 2015
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