Varese

Varese, Forum Cultura in Provincia, Gallina: tre principi per rilanciare la cultura

teatroooooVaresereport sta pubblicando una serie di interventi dedicati all’interessante iniziativa organizzata in Provincia di Varese dal consigliere Alberto Tognola. Una serie di incontri che, per la prima volta, hanno dedicato alla cultura e ai suoi protagonisti un giusto spazio, raramente riservato loro dalle amministrazioni locali. Gli interventi che stiamo pubblicando sono soltanto un contributo alla riflessione e alla discussione. Il presente intervento è a firma di Adriano Gallina, coordinatore di “Convergenze”, innovativa rete varesina di dodici associazioni. A lui la parola:

Muovo anch’io – come chi mi ha preceduto in questo spazio di dialogo ed intervento propiziato da Andrea Giacometti – da un semplice e rapidissimo omaggio: il “doppio” forum sulla cultura convocato da Alberto Tognola è stata a mia memoria la prima, primissima, occasione in cui la Provincia di Varese si è posta in un’ottica di ascolto e di ricognizione dei bisogni degli enti pubblici e degli attori culturali, cercando di prefigurare in forma condivisa ipotesi d’orizzonte delle future politiche di sostegno. Tutto questo – e non sembri un paradosso – assumendo come premessa forte proprio una debolezza: quel “non possumus” finanziario evocato già a partire dal titolo, “come se…”. Una premessa forte proprio perché, a partire dalla fragilità del presente, ha posto con chiarezza il problema delle regole future, di come e dove navigare se e quando usciremo dalla bonaccia, di bussole, di timoni e timonieri, per mantenere la metafora marinaresca. Di come – e con quali regole e criteri, appunto – redistribuire le poche risorse che forse, auspicabilmente, ci saranno.

La politica culturale come orizzonte strategico

Quel che reputo molto interessante, cioè, è che con accenti differenti il livello a cui si è collocato il dibattito è stato il livello delle regole e della trasparenza, della qualificazione della spesa e della certezza del diritto nella sua ripartizione, della progettazione culturale d’orizzonte e della creazione di sistemi stabili di sussidiarietà tra pubblico e terzo settore. Si è parlato sostanzialmente di politica culturale, non di “cultura” in senso generico. Un dato molto rilevante, perché proprio in questo nodo e nella sua pressoché inesistente declinazione pratica (ancor prima e ancor più che nella drammatica questione delle scarse risorse) è probabilmente rintracciabile la lacuna più significativa che ha caratterizzato la cultura in provincia, sia pure a fasi alterne, sostanzialmente nel corso dell’ultimo ventennio.

“Politica culturale”: un termine che mi pare indicare una complessiva visione strategica, pluriennale e d’orizzonte, del possibile sviluppo e della vita culturale di un territorio; una capacità globale di leggerne, interpretarne e monitorarne costantemente i bisogni; una conoscenza diretta ed approfondita della qualità espressa dai suoi attori culturali e dal pubblico servizio che, sia pure in una dimensione privata, di fatto tali attori culturali assolvono; un’azione di sostegno a queste realtà – conseguente a tutto questo e compatibile con le risorse – che ne prefiguri una tendenziale stabilizzazione nel tempo fondata su un serio principio di sussidiarietà. Tutto questo, naturalmente, lungo una filosofia che non esclude affatto la diretta gestione ed attività pubblica di servizi inespressi dall’azione privata o per i quali si valuti preferibile (sul piano qualitativo, economico, organizzativo, gestionale) un’azione pubblica priva di mediazioni (penso per esempio, ovviamente ed in primo luogo, alle biblioteche o ai musei, ma non solo).

Tre principi

Si tratta di un modello di sussidiarietà che muove da due assunti fondamentali e solo apparentemente contrastanti: (1) per un verso, dal principio essenziale (che risale sostanzialmente alla seconda metà degli anni ’40, a Keynes e alla fondazione dell’Arts Council britannico) dell’autonomia e terzietà della cultura rispetto all’universo della politica: un modello che esclude, in termini di principio, censure, chiusure ed il ricorso più o meno implicito a criteri extraculturali (o clientelari, o “di appartenenza”) nella valutazione pubblica della qualità e del merito delle istituzioni e dei progetti culturali. Un principio, a mio personalissimo modo di vedere, ampiamente aggirato nel corso degli ultimi anni; (2) Dall’altro lato, e contemporaneamente, dalla necessità di questa valutazione stessa, che giocoforza si deve tradurre in qualche forma di scelta e selezione. Una necessità legata ad una semplice, e credo condivisibile, considerazione: l’eccessiva frammentazione della spesa in una miriade di piccoli e piccolissimi contributi, spesso predeterminati dall’amministrazione sulla base di residue disponibilità di cassa e pressoché del tutto privi di connessione con dati di natura quantitativa e qualitativa, mortifica i beneficiari, sostanzialmente scontenta tutti o quasi, precarizza in forma cronica qualsiasi attività, non ne garantisce la continuità e, in ultima analisi, dequalifica la spesa stessa, rendendola sostanzialmente del tutto irrazionale. Questa funzione è, ritengo, un diritto ed un dovere della politica culturale.

Infine ad un orizzonte molto, forse troppo lontano dalle nostrane consuetudini (ma in fondo è tutto da ricostruire, quindi perché non avere il coraggio di forzare le abitudini verso un modello nuovo?) un terzo principio, che interviene a risolvere la contraddizione, evidente, che intercorre tra i primi due. Si tratta del principio dell’interposta persona (o Arm’s lenght principle) tra potere politico e realtà culturali: un principio che traduce l’idea di terzietà nell’istituzione di un organismo intermedio – a carattere consultivo (ma il cui parere, sia pur non vincolante, sia tenuto in rilevante considerazione) – costituito da un’ampia, democratica e composita rappresentanza dell’universo culturale del territorio (scuola, università, società civile, fondazioni bancarie, singoli cittadini di comprovata autorevolezza: con l’unica ovvia condizione dell’assenza di conflitti di interessi) e a cui venga affidato il compito di esprimersi in ordine al sostegno da riconoscere a progetti e soggetti della cultura in provincia.

Un organismo – giocoforza di nomina politica, ma i cui criteri di costruzione (che prevedano per esempio la rotazione periodica dei suoi componenti) e le cui forme di rappresentanza riflettano quantomeno una composizione plurale e ad ampio spettro – dovrebbe essere delegato ad operare compatibilmente con i vincoli di bilancio ma anche in una prospettiva strategica di sviluppo e stabilità del sistema culturale, tramite riunioni e valutazioni pubbliche e pubblicamente motivate: per garantire la massima trasparenza dei criteri di giudizio qualitativi e quantitativi adottati e al contempo (vista la sua funzione esclusivamente consultiva) per evidenziare le consonanze o le dissonanze tra i pareri espressi in questa sede e le relative deliberazioni politiche.

La cultura del territorio tra “soggetti” e “progetti”

Ora, in quanto precede si è fatto riferimento a più riprese ad alcune idee fondative: si tratta delle idee di orizzonte strategico della politica culturale, di sviluppo e di stabilizzazione. Attualmente invece – e non si tratta certo di una specificità varesina – il modello del sostegno alle attività culturali muove lungo l’asse progetto/valutazione/[eventuale] finanziamento: gli attori culturali propongono annualmente progetti di attività che vengono sottoposti ad una valutazione politico-culturale-amministrativa che, in caso positivo, si conclude con la proposta ed approvazione. Si tratta di un modello che – almeno sulla carta – ha indiscutibilmente alcuni meriti: evita la creazione di rendite di posizione (o, come dicono alcuni, “caste”) cristallizzate; conserva la flessibilità della valutazione delle progettualità nel merito, consentendone una considerazione più puntuale; mantiene il controllo della spesa nel quadro dei bilanci annuali senza ipotecare il futuro.

Quel che mi preme rilevare qui, tuttavia, sono i molti inconvenienti – più pesanti dei meriti – che questa prassi necessariamente implica e determina. Quel che pare mancare in questo modello, infatti, è la capacità di “leggere” il territorio e il suo tessuto culturale non solo attraverso la considerazione “eventuale” (non è un caso che si tratti dell’aggettivo derivato dal termine “eventi”) delle proposte volta per volta recepite ma dalla considerazione dei suoi soggetti culturali stabili, la cui attività è ricorrente, storicizzata e caratterizzata dalla continuità, la cui progettualità non si esaurisce in singoli “eventi” o “cicli di eventi” ma in una multiforme e poliedrica attività che disegna l’habitat culturale della provincia in forma permanente: quegli organismi per i quali non è possibile seriamente “frammentare” la propria progettualità complessiva in sotto-segmenti perché quella progettualità complessiva e d’orizzonte ne definisce la fisionomia e la soggettività e ne descrive la globale funzione pubblica. Il territorio è, cioè, caratterizzato dall’attività ricorrente e “attesa” di alcuni soggetti (ma di fatto anche di alcuni “progetti”) la cui reiterazione da alcuni anni identifica di fatto (pur senza esaurirla) la cultura provinciale. Non cito nessuno, per non dimenticarne troppi, ma li conosciamo per nome, ne conosciamo più o meno il periodo di svolgimento, le caratteristiche culturali, l’identità, le vocazioni: non si tratta più (o non solo) di progetti, ma di veri e propri soggetti – spesso istituzioni – della cultura cittadina.

Ora: io credo che una politica culturale lungimirante e d’orizzonte debba essere in grado, con coraggio, di individuare, scegliere, valorizzare e de-precarizzare i propri soggetti culturali stabili, includendoli nel quadro di prospettive di sostegno almeno triennali, che consentano loro (sul piano economico e organizzativo ma anche, banalmente, sul piano psicologico) percorsi di sviluppo di media-lunga durata, itinerari culturali pluriennali, visioni strategiche e di sistema. E’ questa una scelta che ha compiuto da ormai quasi trent’anni, per esempio, il Comune di Milano, con lo straordinario sistema delle convenzioni teatrali: un sistema che – senza abdicare ad una sacrosanta funzione di controllo su griglie di valutazione quantitative e qualitative (ma senza entrare mai, al contempo, nel merito delle scelte artistiche di ciascun teatro) ha, anche in questi difficilissimi tempi, salvaguardato su base triennale la conservazione di un modello di pubblico servizio, conferendo qualche elemento di certezza non-congiunturale ai suoi teatri, soprattutto sottraendo in buona misura le progettualità di ciascuno alla discrezionalità della valutazione annuale e alla conseguente, inevitabile, incertezza e precarietà.

Tutto questo non esclude, ovviamente, la valutazione ed il finanziamento di singoli progetti proposti da qualsiasi altro attore culturale: ma entro un quadro dialettico, in cui la fisionomia della vita culturale del territorio si compone, in modo articolato, di “soggetti” al fianco di “progetti”, di “sistemi” al fianco di “eventi”, di appuntamenti ricorrenti affiancati da una ricca biodiversità culturale.

L’assessorato alla cultura come luogo dell’ascolto e della coprogettazione

Quel che credo emerga da quanto precede è una visione sottrattiva del ruolo dell’Ente Pubblico in campo culturale. L’assessorato alla cultura, o come si chiama ora, in breve, non è, non può essere e non deve essere la “direzione artistica” di una città né un’organizzazione di eventi. L’assessorato alla cultura dovrebbe invece essere, a mio avviso, il luogo della progettazione, coordinamento e regolazione di sistemi culturali, giocati sull’inclusione e sulla valorizzazione piena delle funzioni e delle qualità espresse dalla società civile; il luogo in cui vengano promosse e stimolate – e non solo astrattamente “caldeggiate” – pratiche orizzontali di aggregazione, processi co-organizzativi che oltrepassino nella pratica la dimensione degli steccati concorrenziali tra operatori culturali. Favorire concretamente progettualità comuni, spazi di cooperazione, modelli stabili di coordinamento ma al contempo favorire e promuovere le differenze, riconoscendo ruoli, vocazioni, funzioni alternative espresse dal territorio.

In questo senso, credo che si possa dire che un assessorato alla cultura ha sostanzialmente un ruolo di meta-progettazione, di indirizzo, di agenzia di facilitazione. Un ruolo, cioè, di natura fortemente strategica, amministrativa ed organizzativa. Un ruolo in cui, paradossalmente, la figura dell’assessore è tanto più politicamente significativa quanto più si sottrae dalle luci della ribalta dell’iniziativa autonoma per farsi essenzialmente costante portavoce e difensore (anche, e soprattutto, all’interno della propria maggioranza) di un principio di dignità, priorità e sostenibilità dell’investimento per la cultura come elemento essenziale – e non accessorio o residuale – della qualità della vita di una città.

In tutto questo percorso – per il quale occorre tempo, coraggio, ascolto, immaginazione – sono certo che Alberto Tognola sarà, cercherà sinceramente di essere, interlocutore attento e vero compagno di strada.

Adriano Gallina

16 luglio 2015
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