Varese

Varese, Forum Cultura in Provincia, Dino Azzalin: ecco cosa ne penso

L'editore e poeta Dino Azzalin

L’editore e poeta Dino Azzalin

Varesereport inizia a pubblicare una serie di interventi dedicati all’interessante iniziativa organizzata in Provincia di Varese dal consigliere Alberto Tognola. Una serie di incontri che, per la prima volta, dedicano alla cultura e ai suoi protagonisti un giusto spazio, raramente riservato loro dalle amministrazioni locali. Gli interventi che pubblichiamo sono soltanto un contributo alla riflessione e alla discussione. Il primo intervento è firmato da Dino Azzalin, editore e poeta, oltre ad essere medico e volontario. A lui la parola: 

Che l’iniziativa di Alberto Tognola sia stata ed è lodevole e meritoria di attenzione lo dice la grande adesione e gli interventi che si sono susseguiti in modo circostanziato e attento in ben due incontri e in una sala gremita non solo degli addetti alla cultura ma chi della cultura ne usufruisce ogni giorno, e oggi che anche le casse della Provincia sono vuote, anzi con un buco imprescindibile che ricade sulle spalle di tutti i cittadini, viene a galla la solita tiritera della politica che si è mangiato una quantità spaventosa di danaro pubblico che è la stessa tiritera che ha portato agli inizi del 2008, con le famigerate agenzie di rating e la bolla dei mutui subprime, alla crisi mondiale che ci ha portato a questa triste realtà di una crisi economica alla quale oramai ci siamo “abituati” o “assuefatti”.

Ma se allora la politica ha sempre riservato le “briciole” alla cultura cavandone “beffe di demoni”, sembra giunto il momento storico di cambiare le regole e invertire la rotta.

Se è stata la politica a sbagliare, se è stata l’economia delle grandi banche a mandare sul lastrico milioni se non miliardi di persone, e se le risorse sono sempre state riservate a categorie come le politica stessa e il danaro pubblico è stato sprecato in opere mai completate o mai realizzate (vedi la strada Salerno- Reggio Calabria) allora è meglio che il tempo delle cose e degli uomini governi in altro modo, riproponendo nuovi modelli di cultura e di sviluppo per una nuova civiltà.

La mia ossessiva convinzione è che invertendo questi fattori e togliendo a chi ha avuto di più prima oggi deve avere meno, così finalmente e non fatalmente la cultura non sarebbe più la Cenerentola delle scelte politiche ma diventerebbe il volano economico di una nuova rivoluzione globale. Cambiando cioè la fila del pallottoliere e soprattutto creando nuove regole si invertirebbe la rotta che ci ha portato a questa deriva. Ai “Lavori pubblici” dovrebbero interessarsi solo di scuole e di ospedali, e degli edifici di utilità sociale, mentre all’“Urbanistica” solo di ristrutturazione e di conservazione del suolo già fin troppo vampirizzato dal cemento, ma non sono che due esempi, i più banali o vetero populisti, di ciò che si è destinato in modo improprio alla speculazione edilizia, parola chiave della distruzione della bellezza, e della poesia del territorio.

Il resto delle risorse dovrebbero essere destinate alla scuole e all’istruzione, sia in termini economici che strutturali, per l’innovazione e la l’instaurazione di un nuovo pensiero di ecologia della mente. Perché deve essere messa in crisi l’una intera filosofia capital-consumistica, che altro non ha fatto che creare abitudini viziate, bisogni occulti e inesistenti creando pattume a cielo aperto, vivendo ben al di sopra delle nostre possibilità individuali. E quando abbiamo capito che si poteva vivere sprecando di meno, il mondo si è fermato.

Ma ora bisogna ripartire da un nuovo pensiero produttivo ed ecologico creando una nuova idea di lavoro per i giovani. Ricordo spesso l’esempio del primo sindaco Milano, Antonio Greppi, scrittore e commediografo, che dopo lo sfascio della seconda guerra mondiale, nel 1946, volle come primo edificio pubblico la costruzione del Piccolo Teatro di Milano a simbolo di una nuova cultura per una nuova civiltà. E in questo momento io credo che la cultura che ha dominato fin qui e che ha portato il pianeta alla catastrofe economica e ambientale che è sotto gli occhi di tutti sia davvero da sovvertire.

Per farlo bisogna iniziare dalle scuole di ogni ordine e grado, perché è da li che noi possiamo intervenire, e non solo rifondando un nuovo pensiero ma soprattutto destinando le risorse che fino adesso sono state destinate alla cattiva politica e agli sprechi. Come scrisse Norberto Bobbio nel 1996 “Chi si rifugia, come in un asilo di purità, nel proprio lavoro, pretende di essere riuscito a liberarsi dalla politica, e invece tutto quello che fa in questo senso altro non è che un tirocinio alla politica che gli altri gli imporranno, e quindi alla fine fa della cattiva politica.”

Ecco bisogna tirar via l’indifferenza di noi cittadini dalla cattiva politica fatta da mediocri cialtroni, non tutti e non sempre, ma che hanno prodotto e produrranno soltanto mediocri progetti. Dobbiamo finalmente indignarci. Non parliamo poi davanti a scandali e corruzione come le ruberie di Stato vero cancro del nostro sistema “democratico”. Qui dovremmo pensare a quanto è fondamentale il ruolo dei cittadini. Il Rinascimento dovrebbe insegnare qualcosa ai lor signori, che è stato un esempio davvero straordinario di bellezza lungimirante, sono bastate poche menti illuminate, per portare a un radicale cambiamento sociale che maturò un nuovo modo di concepire il mondo e sé stessi, sviluppando le idee dell’umanesimo, nato in un ambito letterario nel XVV secolo.

Oggi ancora di queste vestigia facciamo vanto in tutto il mondo e che rappresentano a tutt’oggi un volano di grande portata economica nazionale. Oggi invece prima di di tutto salviamo le banche (vedi la vicenda greca) che sono state la principale causa del fallimento sociale del pianeta. Una economia iniqua e diseguale che ha portato i paesi ricchi a diventare più ricchi (Germania, Stati Uniti, Emiri Arabi, ecc. ecc) e quelli più poveri a diventare ancora più poveri, (Africa, Sud-America, Grecia ecc. ecc.) fomentando odi di appartenenza e conflitti sociali. Allora dobbiamo fare come fanno i musulmani che insegnano l’Islam non appena il bambino impara a capire e parlare, insegnando i principi di una religione a cui resteranno vincolati tutta la vita? Certo che no, ma loro una cosa l’hanno saputa fare, trasformare le moschee non solo in un luogo di culto, ma luogo di indottrinamento e di formazione. Certo la deriva del terrorismo è la peggior espressione di questa esasperata concezione di indottrinamento religioso, ma le cronache non parlano mai di un ebreo che si è imbottito di tritolo facendosi saltare in aria. Certo questo è un esempio limite, quasi una provocazione, per far comprendere quanto la forza di una cultura sia in grado di muovere interi eserciti. Non parliamo poi di guerre inutili favorite anche dagli USA come quelle dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia, della Siria e di tante altre che ci riempiono di profughi il Mediterraneo perché, chi non scapperebbe dalla paura, dalla catastrofe e dalla povertà ?

Termino con una frase di Carlo Cattaneo patriota, scrittore e filosofo italiano di formazione illuminista già nel 1848 all’indomani delle ”Cinque giornate di Milano” nel suo storico intervento diceva: “Non c’è libertà senza cultura”.

Dino Azzalin

13 luglio 2015
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