Lettere

Una politica bella è possibile

imagesCAMJ47OEQualsiasi attività noi facciamo “è politica”. Ogni cosa essa sia, è pur sempre frutto di un’attività fisica o mentale finalizzata al perseguimento di un interesse, sia esso privatistico o pubblico. La politica è l’attività del “polites”, del cittadino della “polis”, e questa dovrebbe badare a perseguire gli interessi di tutti attraverso la predisposizione di regole e strumenti con i quali si possano governare le diverse esigenze e necessità dei singoli riuniti in una collettività. Credo che dopo la “rivoluzione” del XVIII secolo, quando il potere passò nelle mani della borghesia e dopo i periodi bui dei regimi della prima metà del XX secolo, la concezione di politica sia tutta da rivedere anche alla luce della dismissione delle “ideologie” che avevano condizionato – e non poco – la vita politica tra il dopo Guerra e la caduta del Muro di Berlino.

Tanto per essere chiaro, penso che chi facesse politica dopo la Guerra fosse guidato, anche senza saperlo, da ciò che Marx affermava nel concetto di materialismo storico con il termine “sovrastruttura”, cioè da quell’approccio sostanzialmente ideologico alla “realtà” fatta di rapporti economici (struttura).

Chi ha fatto politica nel 68 e negli anni 70 e fino all’80, sa benissimo di cosa sto parlando; potevi essere “comunista”, “fascista”, o semplicemente “democristiano”, ma ciascuno aveva dietro le spalle un’ideologia che reggeva l’approccio con la politica.

Poi è crollato il muro. E da un concetto ideologico si è ritornati ad una concezione “borghese” e laica della politica, gli uomini politici si sono riciclati in “manager” della politica, in “amministratori” di partiti dai bilanci che assomigliavano più a quelli di aziende, a uomini di immagine, a comunicatori, a portatori di interessi personali e/o corporativi.

La politica ha preso il sopravvento su tutto, complice il sistema obsoleto che consentiva (e consente) di utilizzare il potere per condizionare il sistema stesso, la sua struttura socioeconomica, le persone e la loro libertà, gli interessi privati di singoli o delle lobbies. Nemmeno il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica ha mutato queste condizioni. E chi ha mantenuto un minimo di decenza ideologica è scomparso, o ha parzialmente fallito l’obiettivo.

Sicchè siamo arrivati ad oggi, dove in ragione di questa mutazione genetica, al Governo in Italia abbiamo un partito di centrosinistra insieme ad uno di centrodestra; un’accozzaglia tra gli eredi di coloro che credevano in qualcosa e votavano PCI, con altri che maledivano il comunismo e votavano DC o più in là ancora; mi domando in che girone dell’Inferno li segregherebbe il Sommo Poeta se potesse essere qui oggi.

Di fatto siamo arrivati al celeberrimo “compromesso storico”, originale teoria politica perseguita negli anni 70 dai due dei più grandi statisti che l’Italia abbia di recente avuto, ovvero Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, che peraltro di quell’idea iniziale non ha più nulla, posto che non si è trattato di una fusione per incorporazione tra due “ideologie” o pensieri (quello cattolico e quello comunista), ma semmai di un mero matrimonio di interesse, perchè di pensiero comunista e di pensiero cattolico non se ne parla più prorio dagli anni 70. Quello che conta è governare a qualsiasi costo.

Per farla breve, secondo me la politica non dovrebbe essere un “mestiere” perchè troppe volte chi si occupa a tempo pieno di politica perde di vista l’interesse collettivo utilizzando “il potere” per far prevalere interessi privatistici o di parte.

La politica dovrebbe essere più “leggera” e meno incidente sulle vicende socioeconomiche; meno potente e più attività di servizio. Non dovrebbero esistere i politici “a vita”, o quantomeno non dovrebbero essere riutilizzabili per più di un paio di volte (come i Sindaci) e poi scadere, come lo yogurt che diventa acido.

Ci si può occupare di politica anche senza essere dei governanti, perchè – tornando all’incipit di questa letterina – qualsiasi attività noi facciamo è politica e questo esclude che la politica la facciano solo i politici, lasciando viceversa aperta la possibilità che ciascuno di noi possa fare qualcosa di buono per la “polis”.

Sia chiaro che questo non è un intervento contro la politica e non deve essere letto come un elogio preventivo delle “liste civiche”, perchè io stesso ho una tessera in tasca, ma piuttosto come una riflessione che vorrei condividere con Bruno e con gli altri lettori del nostro Varesereport che ancora hanno il desiderio di pensare alla possibilità di fare una politica “bella” e “buona”.

Bruno Belli è un umanista; in un intervento di qualche tempo fa avevo affermato (un pò irriverentemente ma al solo fine di esasperare un concetto che mi vedeva perplesso rispetto alla sua decisione di abbinarsi ad un partito) che Bruno fosse “il più politico degli umanisti”; ecco, credo di poter riprendere qui quella battuta e questa volta, più seriamente, poter dire che egli è un politico in quanto umanista.

Una tessera non fa primavera e nemmeno la rivoluzione, Bruno Belli potrà peraltro fare la sua politica da cittadino e coinvolgerci ugualmente nei suoi progetti che sono politici a tutti gli effetti.

Giulio Moroni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 luglio 2015
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3 commenti a “Una politica bella è possibile

  1. Bruno Belli il 3 luglio 2015, ore 17:25

    Caro Giulio,
    non mi sarei aspettato che, in un tuo intervento pubblico tu terminassi riferendoti alla mia modesta esperienza (modesta in tutto): è un’ovvietà, se ti scrivo che mi ha fatto oltremodo piacere.
    Posso sottoscrivere quanto hai esposto, tirandomi fuori, per ovvi motivi, dai due ultimi periodi (altrimenti sarebbe un mio auto elogio).

    E’ chiaro che, oggi, siamo giunti alle conseguenze estreme di un periodo che può evolvere soltanto attraverso uno “scossone” (non necessariamente “rivoluzione”, in senso letterale): vedi, ad esempio, gli stessi problemi che attraversano un’Europa nata male. Non sono contro l’Europa, ma contro questo sistema che, ad esempio, tramite le “lobby” soprattutto di Germania e di Francia si è dimenticato di riconoscere, almeno con i fatti, il principio di “autodeterminazione dei popoli”, sancito, come tu meglio sai di me (sei tu il “giurista”), dall’Unesco, in seguito alla celebre convenzione del 1947 a Parigi, dopo la Seconda guerra mondiale.

    Quindi, a mio parere (e non mi sembra d’essere lontano dalla tua analisi), il “politico” d’oggi dovrebbe tornare ad essere “umanista” se, con questo termine, così come lo intendo, non s’identifica solo il “cultore della cultura” (voluto gioco di parole), che sarebbe un individuo sterile per la società, votato al solo narcisismo, ma soprattutto, l’attento osservatore della società.

    Dopo anni di tecnologia (senza dubbio utilissima, ma, come ogni mondo “virtuale”, da usarsi con adeguata misura), dopo almeno 6 o 7 lustri di assoluto riconoscimento massimo ai “manager” (di ogni settore), cresciuti attraverso l’analisi del “numero” votato alle concentrazioni di potere economico (se uso il vecchio termine “plutocratico”, sta’ attento che mi darebbero del “fascista”), si è giunti alla massima discrepanza tra i bisogni reali della gente comune e quelli di un’elite (il 10% circa della popolazione) che detiene almeno le ricchezze e il potere pari a circa 2/3 dello stato.
    Per un assurdo lo “spread” non è l’allargamento del debito secondo un “umanista”, ma è il divario che vive un individuo comune tra una vita decente ed una sopravvivenza difficile.

    E, sarà retorico, ma, a titolo d’esempio, mentre un economista “strozza” il lavoro, senza trovar “la quadra”, un Seneca, già alcuni secoli fa, ci aveva suggerito una buona strada.
    Così come un Sallustio – massimo esempio del “predicar bene e razzolar male”, quando lo hai letto e ben conosciuto (sia come scrittore, sia come “profittatore” delle casse dello stato, vedi “horti sallustiani”), ti mette bene in guardia dal credere in toto a qualunque venditore di fumo (diffido di chi ha una ricetta per risolvere tutto e si ritiene, a priori, migliore, senza farsi mai assalire dal dubbio, fondamentale aspetto per la crescita).

    Scusa questa mia lungaggine, ma ho notato che, forse, qualche “incisività” l’ho prodotta in questi ultimi anni, se anche i politici della destra, a differenza di quanto avrebbero fatto qualche anno fa, non si sono messi a “sbertucciare” chi ha saluto un partito politico, per di più dell’altro schieramento.

    B.B.

  2. Emiliano il 3 luglio 2015, ore 20:30

    Mi piace la lettera di Moroni per una cosa soprattutto: cioè il fatto di apparire in tutto e per tutto sopra le parti, pur provenendo dalla penna (anzi, la tastiera) di un uomo di partito.
    E non è una cosa facile.
    Sarà, forse, perchè ormai sia giunto alla conclusione che certe ideologie sarebbe ora finissero nell’armadio dei ricordi?

    Su una frase sola dissento, cioè quella iniziale: “Qualsiasi attività noi facciamo “è politica”.

  3. Mariella il 5 luglio 2015, ore 11:15

    Ottima riflessione quella di Giulio Moroni ed altrettanto ottimo il “completamento” alla stessa di Bruno Belli.
    In queste righe i due hanno saputo cogliere il nocciolo di quello che la gente comune ci si aspetterebbe e sarebbe una svolta di grande significato, più delle tante parole spese dai consueti politici che fingono di ascoltare, ma hanno già costruito le loro “tecniche” di potere.

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