Lettere

Italiani, popolo smemorato

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A 70 anni dalla Liberazione del nostro Paese solo il 2,5 per cento dei maturandi ha scelto di svolgere il tema sulla Resistenza. Eppure una traccia in questo importante anniversario gli insegnanti se la dovevano aspettare e preparare studenti a svolgerla. Perché in così pochi hanno scelto la traccia storica sulla Resistenza?

Le cause sono molteplici e nell’economia di questa riflessione non le potremo analizzare tutte, ci limiteremo a ricordare quella che è sempre stata  la malattia endemica italiana: la “smemoratezza”, ben delineata da P.P. Pasolini nella citazione che segue: “Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che i vizi di questo Paese – speciale nel vivere alla grande ma con le pezze al culo – sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.”

Come dargli torto? Basta vedere come gli italiani siano sempre  pronti a correre dietro al pifferaio amorale di turno e a saltare sul carro del vincitore, affidandosi oggi come ieri all’uomo solo al comando, per capire di che pasta siamo fatti, anche se non tutti per fortuna. Del resto “il 25 aprile non è mai stata una data monumentale”- ricorda lo storico G. De Luna – “non ha mai conosciuto quella dimensione celebrativa che caratterizza il 14 luglio in Francia o il 4 luglio negli Stati Uniti.” Le forze anti-resistenziali, mai definitivamente sconfitte, hanno sempre cercato di snaturare la portata liberatrice della Liberazione. Si pensi alle celebrazioni del 25 aprile. Negli anni della “guerra fredda” furono in parte oscurate o ridotte a riti ufficiali senz’anima dai governi “centristi”, restando segno distintivo della sinistra. L’allora Ministro dell’Educazione propose di sostituire la da data del 25 aprile con la nascita di Guglielmo  Marconi (sic!) E solo dieci anni fa la destra berlusconiana proponeva di abolirla.

L’Italia ha sempre sofferto spesso di smemoratezza ammalandosi a volte di desistenza, come l’ebbe a definire Piero Calamandrei. L’evento-resistenza, con tutto il suo carico d’idealità e sacrificio, non fu per intero conservato e trasmesso come pratica attiva nel nuovo presente: per molti versi – purtroppo – rimase appunto allo stato di evento.  Quindi non ci dobbiamo lamentare se solo il 2,5% per cento degli studenti ha scelto  il tema sulla  Resistenza; né se ignorano la strage delle Fosse Ardeatine, come si evince da ciò che racconta sull’ultimo numero di Sette, il supplemento del Corriere della Sera, A. Cazzullo a tal proposito: “Il mese scorso mi sono trovato in una città medaglia d’oro della Resistenza, in un cinema pieno di 300 ragazzi dell’ulti­mo anno di liceo. Educati, attenti, anche commossi; nessuno di loro però sapeva cosa fossero le Fosse Ardeatine. Una storia che si racconta in un minuto: i partigiani mettono una bomba a Roma; muoiono 33 tedeschi (oggi diremmo altoatesini, il loro reparto si chiamava Bozen, Bolzano); ogni tedesco dieci italiani; 335 italiani vengono uccisi con un colpo alla nuca nelle cave sulla via Ardeatina.( A quel punto un ragazzo si è alzato a dire: «Ma io la sapevo questa storia! Però pensavo fosse successa in Friuli Venezia Giulia». Si era confuso  con le foibe…”

Ovviamente la colpa non è solo loro; è anche nostra. Non riusciamo più a trasmettere la memoria.” Invece la trasmissione della memoria è necessaria alle giovani generazioni. Non avere dato nelle Istituzioni pubbliche e soprattutto a scuola il giusto spazio alla storia della Resistenza ha comportato una sorta di “carestia morale“. In questo modo i valori di riferimento per tutti e in particolare per i giovani rischiano di essere solo gli interessi, ciò che conviene. In un’Italia, come l’attuale, in crisi di valori e lacerata da odi, razzismi, xenofobia, egoismi, individualismi, corruzione ecc. quanto sia necessaria quella “moralità della Resistenza”, quanto siano necessari quegli ideali di fratellanza, libertà, democrazia uguaglianza che spinsero tanti giovani a morire per ridare all’Italia  la libertà,  la democrazia  e una speranza per un futuro migliore a tutti noi. Oggi abbiamo bisogno di “rifare l’Italia e soprattutto gli italiani”.

Ma per educare e formare quest’uomo nuovo moralmente ed eticamente responsabile abbiamo bisogno che tutte le Istituzioni formative (Stato ,Chiesa, Famiglia e soprattutto la Scuola) coordino gli sforzi al fine di diffondere una cultura resistenziale.

Non bisogna ridurre la memoria della resistenza a un vuoto o vagamente patriottardo cerimoniale, a un rito officiato per consuetudine, un po’ come si celebra una qualunque festa senza quasi ricordare che tipo di valori mobilita e mette in gioco. Il virus xenofobo e fascista  che sta scuotendo l’Europa non ha mai smesso di mutare e adattarsi. Perciò avverte lo storico  G. De Luna  non bisogna dimenticare che“Razzismo, sufficienza morale, culto della forza, disposizione a sacrificare la libertà per l’autorità: non sono rischi connessi al ventennio, sono rischi che viviamo oggi, in questa fase calante e complessa della democrazia occidentale. E per combatterli non trovo medicina migliore di una paziente ri-educazione all’antifascismo, alla “perfezione” di quella resistenza che non va pensata in chiave mitografica, ma come spunto vivo.”

La libertà è una condizione da salvaguardare giorno per giorno perché non è data una volta per sempre: essa esige l’eterna vigilanza. S’insiste spesso sulla necessità di non dover disperdere o svilire quel patrimonio ideale nato dalla Resistenza: non sarebbe solo indegno nei confronti del passato, ma anche una perdita irreparabile per una  società libera, democratica ed aperta alla  mondialità come dovrebbe essere la nostra.

Romolo  Vitelli

 

 

28 giugno 2015
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