Varese

Franco Giannantoni ricorda Luigi Zanzi

 

Il professor Luigi Zanzi

Il professor Luigi Zanzi

Non aveva paura della morte ma aveva una gran fretta, prima che arrivasse, malgrado la battaglia orgogliosa e disperata contro il male (“l’inatteso intruso”, l’aveva definito), di terminare il suo programma, scrivere gli ultimi cinque libri le cui carte erano ben disposte sui tavoli in legno massiccio della mansarda nella casa alle pendici del Colle Campigli fatta costruire alla fine degli anni ’50 dal padre il notaio Luigi Zanzi senior per sé, la moglie, Ester Caronni, raffinata modista con l’atélier in piazza Monte Grappa, e per i quattro figli, Camilla, Luigi junior, Alessandra e Paolo, un modo arcaico ma sicuro per tenere la famiglia sempre unita.

L’impresa gli è riuscita come sempre era accaduto quando Luigi, spirato all’alba del 31 maggio scorso, si era prefissato di raggiungere l’obiettivo che s’era dato. Con forza mirabile, unica (“spinto dall’ossessione di non aver più tanto tempo davanti a me”, mi aveva scritto il 20 maggio dell’anno scorso), ha terminato il proprio compito fra periodi in cui la salute era parsa accettabile ed altri tempi cupi, segnati dalla sofferenza.L’ultimo libro per i tipi di Hoepli “Trittico alpestre”, è stato una folgorazione. Luigi infatti con magico intuito è riuscito nell’impresa di legare insieme tre personaggi, profondamente diversi fra loro, Petrarca, Cézanne e Dante, proiettandoli nella personale “lettura” della montagna. Il penultimo libro, sempre per Hoepli, illustrava la rocambolesca vicenda di Mary Buonanno Schellembrid (la nonna della moglie di Luigi, Laura Lozito), direttrice della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano salvata, con il suo immenso patrimonio librario (170 mila volumi) trasferito per tempo nell’Abbazia di Pontida, dal fuoco dei bombardamenti Alleati dell’estate del 1943. Di questo lavoro, durato anni, Luigi era orgoglioso e io con lui per una marginale collaborazione.

“Ha speso bene la sua vita” ha detto di lui in maniera mirabile il professor Antonio Padoa Schioppa, suo compagno di studi e insieme docente all’Università di Pavia, entrambi “europeisti” storici, nell’orazione funebre del 1° giugno alla Badia di San Gemolo di Ganna, luogo carissimo a Luigi perché lì si era sposato.

La Badia Luigi l’aveva nel cuore. Con la Fondazione “Maria Giussani Bernasconi per il restauro d’arte e per gli studi umanistici” di cui era l’animatore, aveva contribuito a farla riemergere nel secolare splendore dopo anni e anni di progetti, studi, operazioni di recupero del fratumato comparto immobiliare ed agricolo dei primi abitatori, i monaci benedettini. “Un uomo eccezionale – ha aggiunto Padoa Schioppa- perché Luigi ha saputo percorrere dieci vite in una sola, spaziando con il suo ingegno in direzioni diverse, percorrendole tutte con un profilo altissimo”. Meglio di così non si sarebbe potuto dire.

Lo Zanzi della filosofia e della fisica, della musica e della montagna, dell’insegnamento (“sapeva parlare ma anche ascoltare, dote rara nei cattedratici”. ha ricordato con un filo d’ironia Padoa Schioppa) e della scrittura, della professione forense (appena trentenne trattò il passaggio della Ignis alla Wirpool) e della ricerca storiografica, del federalismo di Rossi e Spinelli, della storia politico-sociale (Macchiavelli) e socio-religiosa (i Sacri Monti).e della natura. Un monumento vivente di idee e di passioni, di rigore scientifico e di intransigenza civica.

Amava Varese in modo sofferto come tutti gli amori. L’avrebbe voluta sul modello di Oxford, con le ville milanesi della collina ormai in disuso a disposizione degli studenti dell’Università come moderni “colleges” con strutture di ricerca centralizzate, non disperse e casuali perché allora, usava dire, “non saremmo in presenza di un’autonoma Università ma di qualcosa d’altro”. Il sogno si era spento quasi sul nascere. Zanzi volava alto, altissimo e la classe politico-amministrativa della città molto basso, in direzioni soprattutto diverse, privilegiando abbattimenti, colate di cemento e palazzoni per un volto sfigurato, regno del terziario.

A Borca di Macugnaga aveva un’abitazione splendida, immersa nella pineta a lato del torrente Anza. Un gioiello “Walser” con arredamenti originali, emblemi di una popolazione di cui aveva studiato e scritto con la Fondazione Enrico Monti di Anzola d’Ossola, le origini e l’opera civilizzatrice delle Alpi. Con i Walser e le sue storie leggendarie raccontate sotto il plurisecolare tiglio del Dorf, Luigi aveva iniziato a saggiare la montagna, a conoscerla, a apprezzarla, con cautela e rispetto. Poi accompagnato da Giuseppe Oberto e da Claudio Schranz, celebri guide della “parete est” del Rosa, aveva toccato via via tutte le vette sino a Zermatt, e poi le Dolomiti, le Grigne e l’Hymalaya. Montagne che lo avevano stretto in un abbraccio ideale con Walter Bonatti di cui avrebbe riscattato agli occhi del mondo, in una storica “sentenza”, la immonda ferita infertagli sul K2 e con Reinhold Messner che alla morte ha definito Luigi “il filosofo della montagna”.

Quando decise di entrare come indipendente nella giunta leghista di Raimondo Fassa gli espressi il mio dissenso. Fu un aspro confronto fra le mura di via San Martino. I fatti mi avrebbero dato torto: quello che io avevo considerata una scelta che avrebbe offerto credibilità al movimento di Bossi fu un mio errore. Luigi aveva visto al di là della barriera ideologica: come Assessore al Bilancio e al Territorio voleva difendere l’ultimo brandello di quella che era stata un tempo la città-giardino. Pubblicò un libretto, una sorta di vademecum, con le opere da compiere prima del degrado totale. L’iniziativa non ebbe seguito e Luigi, bollato in certi circoli come una sorta di visionario, si trovò isolato. Continuò negli studi, rilanciò la battaglia sul Federalismo nel sogno di un’Europa politicamente unita svincolata dal fardello dei poteri nazionali (ahinoi, un triste presagio!), impresse alla sua produzione libraria un ritmo ancora più frenetico.

Gli devo riconoscenza per innumerevoli gesti. Il mio libro sul fascismo repubblichino e l’occupazione tedesca di Varese per la Franco Angeli (1984) nella collana di Franco Della Peruta, ebbe la sua prefazione e il contributo della “Giussani Bernasconi” e costituì, scritto come fu coi documenti dei perdenti nazifascisti, un esempio per successive ricerche. Luigi mi fu vicino (prefazione e finanziamento) anche in un’altra “impresa”: il racconto documentato sull’oscura pagina dell’oro di Dongo e la fucilazione per mano del Pci comasco e lombardo di due partigiani “garibaldini” protagonisti di quelle ore tempestose (“Gianna” e “Neri” vita e morte di due partigiani comunisti. Mursia, 1992).

Al “Circolo della Stampa” di Milano per l’occasione Luigi radunò a parlare di questo tema tuttora scottante Aldo Aniasi “Iso”, ex comandante dell’Ossola e sindaco di Milano, Oreste Gementi “Riccardo”, responsabile “giellista” della Piazza di Como, il comandante militare della Piazza di Dongo Pietro Terzi “Francesco”, il professor Giulio Guderzo, docente di Storia Contemporanea di Pavia, l’editrice signora Mursia. Discutemmo fino a notte fonda di quelle dissennate fucilazioni. Lui fu il superbo trascinatore come in altre occasioni, fra le ultime, un anno fa, quella sotto l’olmo della Villa delle Quaranta Colonne di Biumo Superiore con Guglielmo Mozzoni, indimenticabile personaggio di una Varese scomparsa.

Franco Giannantoni

 

3 giugno 2015
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3 commenti a “Franco Giannantoni ricorda Luigi Zanzi

  1. giancarlo angeleri il 4 giugno 2015, ore 11:49

    Grande Franco. Anche in questo ricordo di un Grande. Sei il migliore di tutti noi

  2. Ludovica il 5 giugno 2015, ore 10:47

    Bravo papà…bel ricordo che hai fatto del tuo Amico …mancherà a tutti..ma soprattutto alle persone che gli hanno voluto bene come te da una vita….!!!

  3. Flavio A B Castiglioni il 6 giugno 2015, ore 16:56

    In pochi mesi dall’addio di Guglielmo Mozzoni, Varese perde un altro illustre personaggio…

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