Lettere

Dove vince e dove perde il Pd

Pd-bandiereLe elezioni regionali 2015 dicono a Renzi che nonostante siano finite 5 a 2 per il Pd, la Lega e il M5Stelle escono vittoriosi ed ottengono il miglior risultato possibile rispetto alle atteseI Cinquestelle sono il secondo partito. Il dato nuovo per i pentastellati è che ottengono voti in maniera presso che omogenea in elezioni regionali e locali, dove per lo più prima non tendevano nemmeno a presentarsi. E’ in atto una strutturazione del movimento in tutto il territorio nazionale con dirigenti pragmatici ed onesti che vanno in Tv ad argomentare con maggiore cognizione di causa.

Ora dopo questo risultato ci si aspetta da loro un percorso di maturazione politica. La Lega prende voti un po’ dappertutto: al Nord, al Centro e anche al Sud, anche se non con le stesse percentuali, passando, sotto la direzione di Salvini, da movimento radicato solo al Nord, a Lega nazionale. Il tanto 40% sbandierato da Renzi e renziani non c’è più, stiamo tornando a quel fatidico 25% tanto disprezzato.

Il Pd perde a sinistra e non guadagna a destra. Quello che esce sconfitto è il “Partito della nazione”: un’idea di partito dove non c’è distinzione tra destra e sinistra, e dove può entrare chiunque lo voglia.

Renzi paga per le sue politiche di divisioni interne, per il Patto del Nazareno, per le riforme istituzionali (Italicum e riforma del Senato) per l’abolizione dell’art. 18, per aver voluto portare avanti, contro il mondo degli insegnanti, degli studenti e delle famiglie l’approvazione della cosiddetta “buona scuola”; la politica dei troppi annunci ecc. L’aver imposto con spavalderia e disprezzo la rottura con i sindacati ha aggravato la frattura con il mondo del lavoro, della scuola: bacini elettorali e pilastri fondamentali di una componente di sinistra fondamentale del Pd. L’errore capitale di Renzi è stato quello di aver sottovalutato la necessità di tener uniti i Democratici e di aver rotto con la minoranza interna, umiliandola a più riprese.

Il Pd ha vinto dove i candidati erano unitari e  non erano di provata fede renziana e la destra non aveva candidati credibili, come in Puglia e Toscana, o ha vinto di un soffio dove i candidati capaci e radicati nel territorio dovevano vedersela con politici di un certo spessore (Campania, Umbria); e perso dove Renzi ha imposto e sponsorizzato i suoi fedelissimi: Moretti in Veneto; e Paita e in Liguria. Regioni queste ultime dove la destra aveva candidati forti, come Zaia o moderati ed unitari come Totti e dove la sinistra era divisa. Questo risultato dei 5-2, al di là dei trionfalismi di rito dei vari dirigenti del “giglio magico renziano”, dice che c’è un problema di definizione dell’identità e di ristrutturazione del partito democratico.

Renzi deve lasciare la guida del Pd (a chi vorrà ristrutturarlo dalla base in maniera trasparente al fine di formare una nuova classe dirigente) ed occuparsi delle vere riforme che interessano l’Italia: lavoro, istruzione, lotta alla corruzione, e all’evasione,  impegno per un’Europa dei popoli e meno della finanza ecc. Il Premier dopo le europee è diventato troppo spavaldo ed ha finito per inimicarsi un po’ tutti, crogiolandosi forse dietro il famoso motto: “molti nemici molti onori”, che per la verità non ha mai portato fortuna a chi la usato.

Le uniche vittorie Renzi le ha conseguite solo con l’unità del Pd, una di queste è stata  l’elezione di Mattarella. Il distacco e la disaffezione dei cittadini dalla politica e dalla partecipazione al voto, rilevati in questa tornata elettorale, non potranno che aumentare; e dicono che non c’è molto tempo per trastullarsi. Del resto Salvini e Grillo (diventato il secondo partito) incalzano; e Renzi con l’Italicum rischia di andare al ballottaggio con uno di loro. L’unità di una sinistra rinnovata e la definizione di un’identità forte del partito democratico  sono l’unica strada da intraprendere, se si vuole far fronte alle sfide che il Terzo Millennio pone al nostro Paese.

Romolo Vitelli

1 giugno 2015
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