Lettere

La Buona Scuola e i presidi

scuola1La scuola italiana, nell’ultimo rilevamento internazionale Ocse, resta il fanalino di coda rispetto ai sistemi scolastici degli altri paesi. Il nostro è anche l’ultimo dell’area Ocse per occupazione giovanile: appena il 52,8% dei giovani tra i 25 e i 29 anni ha un’occupazione, contro una media pari nell’area al 73,7. Il paese con la maggior percentuale di giovani occupati è invece l’Olanda (81,7%), seguita da Austria (81,4%) e Giappone (81,2%).

In Europa, peggio dell’Italia, c’è solo la Grecia che però non è inclusa nella classifica Ocse. Ma non solo. In Italia aumentano anche i giovani inattivi, i cosiddetti «Neet», che non sono né occupati, né a scuola o in formazione. «Il nodo di fondo – sottolinea il rapporto – è la scarsa occupabilità dei giovani, perché magari non hanno le competenze richieste dal mercato del lavoro o non possono usarle in modo produttivo».

Come sottolinea il rapporto, i Governi devono fare di più perché i giovani abbiano un buon avvio della loro vita lavorativa mettendoli in grado di avere o di adattarsi alle competenze richieste. «Occuparsi di questo problema non è solo un imperativo morale, ma anche una necessità economica» ha detto il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria alla presentazione del rapporto. «Troppi giovani lasciano la scuola senza avere le competenze giuste e anche quelli che le hanno, trovano difficoltà ad utilizzarle in modo produttivo. Questi giovani avranno spesso un futuro difficile» ha aggiunto Gurria.

Dal rapporto emerge che a livello Ocse in media il 10% dei giovani tra i 16 e i 29 anni ha scarse competenze di lettura e scrittura. In Italia la percentuale è doppia, arriva il 20% e questo comporta il primo posto in classifica. La Penisola è poi seconda (dopo gli Usa) quanto a scarse competenze matematiche, che riguardano più del 25% dei giovani. “L’Ocse consegna una situazione allarmante della scuola italiana.

Come se ne esce? I problemi sono molti, ma per l’economia di questa mia riflessione mi limiterò ad esaminare la questione del  ruolo assegnato ai presidi dalla “buona scuola”, approvata  da un ramo del Parlamento.  Roger Abravanel a tal proposito ha scritto: “Matteo Renzi ha riformato la scuola secondo lo stesso principio applicato alle aziende per l’articolo 18.  Ma la scuola non è un’azienda. La logica di Matteo Renzi applicata alla riforma della scuola è la stessa del Jobs act: eliminare (o almeno ridurre) le ingiustizie a danno dei lavoratori precari, ma allo stesso tempo dare più potere ai loro capi (imprenditori nelle aziende, presidi nelle scuole) nella selezione della forza lavoro: gli imprenditori possono licenziare chi lavora male e i presidi assumere chi insegna bene. Lo Stato-padrone ha scelto i capi, cioè i presidi, per essere dei burocrati. Con concorsi dove si valuta la conoscenza delle leggi e delle norme,” e poco e male, aggiungerei io, le competenze pedagogiche.

Certamente non tutti i presidi sono solo dei burocrati; chi ha avuto la fortuna di insegnare sa che ci sono presidi motivati, appassionati della propria funzione che guidano le scuole con equilibrio, competenza e senso di responsabilità. Dare loro più autonomia e poteri sarà sicuramente un bene. “Ma non tutti i presidi”-  aggiunge Abravanel – “sono così. È’ questo che una vera riforma della scuola deve creare: un sistema che permetta ai suoi “clienti” di conoscere gli istituti migliori, con valutazioni oggettive e una vera trasparenza sul valore della formazione nel mercato del lavoro. Solo allora, potrà sceglierne bene i capi — cioè i presidi — e responsabilizzarli. Perché il potere senza responsabilità è solo arbitrio”. L’autonomia responsabile da dare ai presidi è una condizione necessaria, ma non sufficiente per risolvere i gravi problemi che la scuola vive in questa fase di crisi.

L’insegnamento pubblico è oggetto di concorrenza, da quella che è stata chiamata la “scuola  parallela” ( media,  televisione e sempre più da Internet) e secondo statistiche attendibili inciderebbe solo per il 24% nel processo conoscitivo e formativo dei giovani. Stando così le cose noi abbiamo bisogno di una vera riforma scolastica in grado di mettere la scuola al centro dell’attività del Governo per adeguarla, con mezzi adeguati e un’ottima formazione di base degli insegnanti, agli standard europei. Però la riforma della scuola per essere efficace dovrà essere vista e collocata all’interno della crisi di civiltà della quale essa è una componente. “Viviamo una crisi di civiltà, una crisi di società, una crisi di democrazia, nelle quali si è introdotta una crisi economica i cui effetti aggravano le crisi di civiltà, di società, di democrazia. La crisi dell’educazione dipende dalle altre crisi, che a loro volta dipendono anche dalla crisi dell’educazione.” ( E. Morin)

Romolo Vitelli

 

29 maggio 2015
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Un commento a “La Buona Scuola e i presidi

  1. Roy1 il 30 maggio 2015, ore 19:42

    Non so se questa riforma sia buona o no. E’ certo che la scuola degli ultimi venti anni ha prodotto risultati disastrosi
    http://www.huffingtonpost.it/2013/10/08/indagine-istruzione-ocse_n_4062356.html
    Siamo ultimi o penultimi nella formazione, meno del 30% di chi esce dalla scuola italiana ha le competenze minime, secondo l’OCSE, “per vivere e lavorare nel XXI secolo”.
    Sarebbe necessaria una “vera riforma”? forse, ma abbiamo disperato bisogno di “qualcosa” immediatamente

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