Lettere

Lessico renziano, una riflessione

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Da più parti, e soprattutto dalla minoranza del Pd, (dopo i vari voti di fiducia con i quali Renzi ha imposto l’approvazione dell’Italicum e le sue “cosiddette riforme”), si sono levate voci allarmate sui pericoli che corre il nostro sistema democratico. Il Premier viene considerato un “decisionista autoritario”, un “uomo solo al comando” che non tiene conto delle obiezioni e dei suggerimenti della minoranza di sinistra del suo stesso partito, delle opposizioni, dei sindacati ecc.

I vari dirigenti della minoranza accusano Renzi di aver approvato delle riforme di destra che il Paese non ha mai permesso a Berlusconi; e denunciano il mutamento del Pd, ormai diventato un partito di centro; vedendo il malessere  tra gli iscritti, gli  elettori e i dirigenti di sinistra del partito, come dar loro torto?

Del resto Renzi non fa nulla per smentirli anzi non perde occasione per rinsaldare le loro  certezze, ripetendo sprezzantemente: “Abbiamo stravinto, li abbiamo distrutti”; li abbiamo asfaltati”; “li abbiamo rottamati e ci siamo presi il partito.” “ Quelli che criticano sono i gufi e i perdenti del 25%, che non si rassegnano alla sconfitta”; “Se non votate, ricordatevi che andrete a casa.” “La sinistra masochista, che vuol far tornare Berlusconi!” Sono espressioni di una rozzezza unica quelle che il Premier ha riservato e riserva ai dirigenti e ai parlamentari del Pd non allineati, cioè a  quella componente che fu la sinistra: il Pci, il Pds, i Ds. “Viene in mente” – dice Staiano – “ una pagina dolorante del gran romanzo di Claudio Magris, Alla cieca: «Comunque, finché te le danno gli altri, i nemici, i farabutti, è una cosa che, se hai fegato, puoi sopportare. Il peggio viene quando a metterti nella fossa dei serpenti sono i tuoi, e dopo un po’ non sai più se quelli sono i tuoi o se sono le carogne che con i tuoi hai sempre cercato di spazzar via».

E’ triste e doloroso, per chi ha costruito il Partito democratico, ed è stato anche segretario, dover subire lo sgarbo di non essere invitato nemmeno  alla  Festa de l’Unità; e dover convivere quotidianamente  con insulti e provocazioni  varie, insolite sino ad ora nel Pd.  Dirigenti come Bersani, D’Alema, Rosy Bindi, Enrico  Letta ecc.  ogni giorno  subiscono disprezzo ed umiliazioni gratuite ed arroganti da parte di uno, come il  sindaco di Firenze, che governa proprio grazie a quel 25% che altri, nel bene e nel male, hanno accumulato.

Renzi, dicendo che si è impadronito del partito e che ora è di sua proprietà, richiama alla memoria quel noto, arrogante e millantatore viaggiatore della pubblicità del treno Italo che dice spavaldamente  che “il treno è suo perché l’ha inventato lui”. Le continue umiliazioni che la minoranza sta subendo fanno male; ma a questo punto sorgono un paio  di  interrogativi: che deve fare ancora Renzi per dimostrare loro che  lui  vuole farli  fuori tutti? E ancora: solo ora si rendono conto con chi hanno a che fare?  Renzi non viene da Marte, ma è figlio loro, di quella sinistra litigiosa, divisa, inconcludente ed auto – referenziale che, dopo la morte di Berlinguer, non ha saputo rinnovarsi per fronteggiare le sfide del Terzo Millennio, lasciando campo libero al “sindaco di Firenze” di impadronirsi del  partito. “Chi è causa del suo male pianga se stesso”, dice un vecchio adagio. Eppure non ci voleva molto a capire chi era Matteo: i segnali delle sue intenzioni erano tanti ed evidenti e c’era chi cercava anche di mettere in guardia (purtroppo inascoltato) il partito.

Per la verità il malessere che serpeggia nel Pd, dopo la crisi delle ideologie e dei partiti, è il segno che qualcosa di più profondo e complesso è  mutato nel Paese e nella politica italiana (e per quanto riguarda il nostro discorso) e  nel partito democratico  e   tra i suoi iscritti, elettori e dirigenti. Già Gramsci avvertiva che quando tra dirigenti e diretti si crea un distacco, una disaffezione, si è in presenza di una fase nuova, di  una fase di transizione, dove un vecchio modo di fare politica muore e un nuovo modo non è ancora nato; e in questo interregno si manifestano fenomeni degenerativi antidemocratici. E in questa fase di crisi e di stallo si è infilato in maniera spregiudicata il fenomeno Matteo Renzi. Il Premier, di fronte all’immobilismo e all’inefficienza  della  sinistra, ha introdotto un positivo elemento  di velocità nelle decisioni, una forte volontà  di cambiamento per smuovere un Paese da troppi  lunghi  anni immobile ed impantanato; ma accanto a queste  note positive ha  introdotto nella pratica politica pericolosi effetti collaterali antidemocratici.  Governa il partito con piglio autoritario a colpi di maggioranza e non si cura di aumentare gli iscritti né di trattenere quelli che si stanno allontanando.

Il premier, nonché segretario del Pd, fa di peggio: di fronte all’abbandono di Pastorino, di Cofferati, di Civati e di tanti altri dirigenti periferici e militanti di base (che non hanno rinnovato la tessera e che annunciano che non voteranno più per il Pd o voteranno scheda bianca, come preannuncia persino Scalfari)  ha fatto  e fa spallucce e tira diritto, come se non fosse successo nulla. Ha avvilito il Parlamento con i continui decreti, imponendo anche un voto di fiducia  nell’approvazione  dell’Italicum; bisogna ricordare che  nella storia parlamentare italiana  la fiducia è stata utilizzata sulle leggi elettorali: nel 1923, dal governo Mussolini sulla legge Acerbo, e nel 1953,dal  governo De Gasperi sulla legge Scelba, la legge-truffa. E pensare che proprio Renzi aveva detto che le riforme istituzionali sono di tutti  e vanno approvate con il più largo consenso.

Ma non si è fermato a questo ha delegittimato sindacati, minimizzato e irriso i tanti che hanno scioperato contro il Jobs Act, contro la “Buona scuola” ecc.. Non dimostra di essere un politico accorto e sensato quando insieme alla sua “corte” dice: “Fassina va via”? problema suo”!  No è  un problema di tutto il  partito, caro segretario! “Civati e Fassina non portano voti, non porterà l’elettorato di sinistra.” Ma i voti, indipendentemente da quelli che porteranno o meno Civati e Fassina, ci sono nel Paese e sono quelli che hanno scioperato, quelli che sinora si sono astenuti nelle elezioni  e che non credono più a questo Pd; sono i voti di quelli che non hanno rinnovato la tessera e non la rinnoveranno sinché il Pd, che è diventato un mix micidiale di populismo, trasformismo e di autoritarismo, non tornerà ad essere un partito democratico  rinnovato di centro sinistra e non un organismo che imbarca tutti: fuoriusciti, ex di Forza Italia, destra, ecc.; che mette nelle proprie liste ex fascisti e incriminati e collusi con la  camorra come è avvenuto in Campania. Come se ne esce? Non certo con i ritorni ai “caminetti”, dove si riunivano i soliti dirigenti che prendevano da soli, dopo estenuanti riunioni, decisioni non sempre tempestive ed adeguate; ma ponendo fine alla deriva populista e degli annunci, imboccata dal premier sinora.

Cosa fare allora? Non un’ammucchiata che comprende tutti: Sel, Rifondazione comunista, Ferrero, e minoranza Pd, ma una Costituente di sinistra in cui i vari protagonisti siano in grado di mettersi in discussione e ricominciare a pensare e a delineare una strategia di governo per l’Italia del Terzo Millennio.  Spetta a una sinistra, rinnovata dalle fondamenta, promuovere e far nascere un nuovo soggetto politico democratico, dotarsi di un nuovo vocabolario, di  nuovi  paradigmi culturali, nuovi mezzi di comunicazione e smetterla di vedere “la realtà con lo specchietto  retrovisore”. Occorre uno sforzo di tutti per rifare l’Italia e gli italiani.

Un buon leader vincente alla  testa di una sinistra rinnovata e moderna potrebbe essere Giuliano Pisapia, come ha detto Scalfari a Ballarò: “Non è male ricordare che è uno dei migliori sindaci d’Italia, un vero riformatore, che incarna l’immagine di una sinistra dei diritti e delle libertà.”

Romolo Vitelli

13 maggio 2015
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi

 
 
kaiser jobs