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Nel diario di Angelo Del Boca il riscatto di una generazione

Angelo Del Boca

Angelo Del Boca

Quel “diario”, una vera pietra preziosa, un’opera d’arte letteraria come l’ha giudicata Giovanni De Luna, é’ rimsasto chiuso nel cassetto per settant’anni e non sarebbe mai più uscito se Mimmo Franzinelli non l’avesse scoperto fra le carte di Angelo Del Boca, il più importante e serio studioso delle imprese coloniali.

Del Boca, diciannovenne studente all’Università di Torino, rastrellato dai fascisti di Salò nell’autunno del 1943, intruppato a forza con altri compagni nelle fila degli alpini, venne spedito a Musingen in Germania dove si sarebbe costituita la “Monterosa”, una delle quattro Divisioni di Rodolfo Graziani, da rimandare in Italia per combattere gli Alleati.

Furono mesi tragici quelli trascorsi nella fanghiglia della Foresta Nera fra esercitazioni a fuoco e assalti a nemici immaginari. Al rientro, la “Monterosa” fu impiegata sul fronte della Garfagnana, non contro gli anglo americani che non c’erano ancora, ma per sparare contro i partigiani. Un mondo ignoto ai più, soprattutto ai ragazzi come Del Boca che avevano già imparato sulla propria pelle cosa fosse il nuovo esercito del Duce. Carne da macello al servizio dei tedeschi.

Fu da quei giorni della tarda estate del 1944 che il ragazzo piemontese, con la vena di scrittore già emergente (sarà Elio Vittorini a suggerirgli di proseguire pubblicandogli brandelli di romanzi sul Politecnico) si mise a registrare giorno dopo giorno su pezzi di carta raccogliticci quello che avveniva. Squarci fatti di morte, di fame, di terrore, di freddo, di sangue, d’amore, di disperazione e di speranza. Il comandante fascista che schiaccia con i suoi scarponi un ragazzo fatto prigioniero rappresentò la svolta. Del Boca, seguito da una decina di alpini della sua brigata scelse di fuggire. Disertò. Seguirono l’incontro decisivo con il buon parroco di Torriglia, una breve inconcludente sosta presso un gruppo comunista, alcuni contrasti, sino all’approdo definitivo nella Divisione di “Giustizia e Libertà” sulle colline piacentine.

Quella generazione arrivò alla Resistenza anche per questa strada. Pagando il prezzo della prigionia, “inventando” il riscatto, perseguendo con coraggio la strada della libertà. Pagine, quelle di questo diario, oggi in libreria per i tipi di Feltrinelli con postfazione di Mimmo Franzinelli e il titolo magico (già pensato nel ’44-’45) di “Nella notte ci guidano le stelle” (pp. 194, Euro 20,00) dalla suggestiva ballata sovietica “Katiuscia”. Del Boca scrive come fosse un uomo maturo. Il passo è quello. Conosce la paura, fugge quando i mongoli del “Turkestan”, una Divisione al servizio del tedeschi, rastrella le montagne, incendia i paesi, violenta la gente. Attraversa i monti fra gelo e neve, dorme nei capanni, sfugge alle trappole, spesso a caro prezzo, compie degli errori.

“Combatto-scrive a un certo momento-non per la Patria ma per rivedere il volto di mia madre”. E’ una “lettura” altissima, intima. “Sapevo di avere quel diario-mi ha confessato al telefono- ma proprio la consapevolezza che fosse infiorato da troppe ingenuità data l’età me l’aveva fatto nascondere”.

Era stata solo un’impressione. Il diario conduce dentro la Resistenza con forza dirompente proponendone aspetti sconosciuti. Non fu una passeggiata la Resistenza. Non deve essere un mito come s’ama proporre. Angelo Del Boca, quando stavano scemando gli ultimi bagliori di quella guerra terribile, conobbe l’amore, proprio come in una fiaba. Avvenne in un Castello, quello di Lisignano, poco lontano da Bobbio, nella prima Repubblica partigiana, con il ponte levatoio e le quattro torri. Qui incontrò la bella e intrepida castellana, Maria Teresa Maestri. Una donna forte. Se ne innamorò, la sposò un anno dopo. Il diario spende parole struggenti per quell’incontro del destino dopo tanto penare.

Franco Giannantoni

30 aprile 2015
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Un commento a “Nel diario di Angelo Del Boca il riscatto di una generazione

  1. giancarlo angeleri il 1 maggio 2015, ore 21:36

    Un’altra pagina epica descritta da Giannantoni. Non si finisce mai di imparare. Grazie Franco e grazie Varesereport

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