Lettere

Immigrazione, questione di ordine pubblico?

barconiPapa Francesco, l’8 luglio 2013 a Lampedusa, chiedeva: “Chi è responsabile del sangue di questi fratelli e queste sorelle in umanità? Abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna… la cultura del benessere ci rende insensibili alle grida altrui!”.  Questo interrogativo è stato accolto da un silenzio assordante. Ma il Santo Padre, dopo l’ennesima recente tragedia degli immigrati, nel Canale di Sicilia, della settimana scorsa, che ha spezzato la vita e le speranze di circa 900 tra donne, uomini e bambini, ha rinnovato con forza l’appello alla solidarietà umana e cristiana, tentando di smuovere le coscienze assopite.

L’appello e  il numero delle vittime hanno costretto i politici europei e il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-Moon, a fare appello alla comunità internazionale affinché agisse per impedire altri drammi in futuro. In molti speravano dopo questi appelli che l’Unione Europea che, sinora è stata vistosamente e colpevolmente assente dalla tragedia che si sta svolgendo sui suoi confini marittimi meridionali, si muovesse unitariamente e volesse finalmente considerare l’emergenza immigrazione in termini  umanitari e  non più come un affare della sola Italia e/o della Sicilia, ma come un problema di tutta l’Europa nella  sua frontiera  marittima meridionale. Purtroppo ancora una volta le attese sono state deluse.

La montagna ha partorito il topolino. La soluzione (data dai capi di Stato e di governo di Bruxelles a questo dramma) è stata dice G. Rossi- “impostata secondo l’ideologia finanziaria ormai dominante: un aumento del finanziamento all’operazione “Tritone”e un pattugliamento militare nel Mediterraneo con navi da guerra e aerei, per il respingimento dei profughi. A ciò si aggiunga l’individuazione degli scafisti come nemico numero uno, da combattere”. E’ così che l’ecatombe del Mediterraneo è diventata, anziché un’emergenza umanitaria da affrontare tutti insieme, una guerra di difesa delle frontiere e una guerra agli scafisti, giusta e sacrosanta, ma inefficace finché non si colpiranno i veri capi dell’organizzazione degli schiavisti.

Il Mediterraneo con le sue oltre 20.000 vittime (dalla fine della Guerra Fredda, a oggi) diverrà sempre di più “Mare  Nostrum” è sarà il cimitero d’Europa degli emigranti. “E’ così che l’Europa- aggiunge – G.  Rossi – “oltre a tradire la sua storia e i suoi valori, ha tradito anche la sua identità. L’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea dichiara che l’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli e garantisce inoltre “misure appropriate per quanto concerne i controlli alle frontiere esterne, l’asilo, l’immigrazione, la prevenzione della criminalità e la lotta contro di quest’ultima”. Articolo dimenticato dai Capi di Stato e di governo nell’ultima riunione di Bruxelles. L’agenzia di protezione dei confini europei (Frontex) e l’attuale politica appena varata dall’Unione tendono a considerare il problema dell’immigrazione, non già come appartenente alla protezione dei diritti umani, come vorrebbe il Trattato, bensì come questione di carattere economico e di criminalità.”

Oggi dice E. Bianchi, Priore di Bose: “Vediamo espandersi come un contagio in tutta l’Europa questo clima di ostilità verso l’altro, soprattutto se povero, di gretto egoismo tribale, in un continente di cui solo pochi anni fa si decantavano le profonde radici cristiane e la cultura solidaristica dei ceti operai e dello ‘stato sociale’. Che amarezza costatare che tra la “nostra gente” molti – ormai dimentichi del loro passato di migranti, della loro antica miseria, della loro fuga verso terre dove c’era speranza di pane – hanno bevuto questo veleno della negazione dello straniero.” Purtroppo per tanti anni le forze democratiche del nostro Paese (e in particolare la sinistra in Italia e a Varese) su queste tematiche  sono  state a dir poco latitanti e non hanno elaborato una politica dell’accoglienza, nella compatibilità e nella legalità, lasciando mani libere alle forze razziste e xenofobe nell’ ammorbare e inquinare la società.  Il problema dell’esodo biblico delle migrazioni e dei profughi è questione economica, politica, religiosa, culturale ecc., ridurla a una questione di polizia e di frontiera significa non volerla risolvere.

In Europa e nel nostro Paese bisognerebbe davvero cambiare l’approccio al problema, ma come farlo in un clima sociale e culturale che si è via via imbarbarito in questi ultimi venticinque anni?  Le Istituzioni e persino la Chiesa sono venute meno ai loro impegni di solidarietà. Purtroppo i tanti uomini e donne che in questi anni hanno assistito i più deboli – dice E. Bianchi – “vengono dileggiati come “buonisti”, chi si impegna quotidianamente per la pace è additato come imbelle “pacifista”, chi denuncia i meccanismi perversi dell’idolo-mercato, fosse pure il papa, viene classificato come “comunista” o al massimo come “utopista”.  Ma nonostante ciò c’è qualcosa che gli europei potrebbero fare per ridurre le morti degli emigranti. Potrebbero usare per esempio le loro marine per aprire ‘corridoi umanitari’ tra il Nord Africa e l’Europa; potrebbero facilitare l’ingresso legale, in modo che uomini donne e bambini in fuga dalla guerra, dalla miseria e dall’oppressione politica e religiosa possano raggiungere l’Europa in modo sicuro senza dover mettere le loro vite nelle mani degli scafisti.

L’Unione Europea potrebbe anche abolire o riformare il Regolamento di Dublino che obbliga coloro che cercano asilo a fare domanda in un solo paese. Questa legge, dando troppa responsabilità ai ‘paesi di confine’ europei, come Malta, l’Italia, la Spagna e la Grecia, li ha penalizzati, facendo sperimentare loro aumenti d’immigrazione irregolare nei 20 anni passati. Tutti gli immigrati ovviamente non potranno essere accolti; ma non dimentichiamo che l’Europa ha bisogno di emigranti e gli emigranti hanno bisogno dell’Europa. “È per questo che occorre smettere di considerare i migranti come dei barbari criminali o dei nemici da respingere, invece che degli esseri umani da accogliere e da integrare nella propria civiltà”- conclude  G Rossi – “col rispetto delle loro tradizioni. Nulla di più attuale risulta l’intuizione contenuta nella magnifica poesia “Aspettando i barbari” del grande poeta greco, Konstantinos Kavafis, nato e morto, non a caso, ad Alessandria d’Egitto. Dopo aver descritto la possibilità di accogliere i Barbari con i dovuti onori, laddove i Barbari altro non sono che popoli diversi, conclude: «E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari/ E ora, che sarà di noi senza Barbari. Loro erano comunque una soluzione”.

Romolo  Vitelli

28 aprile 2015
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