Lettere

La Liberazione e la scuola

liberazioneTh. Mann avrebbe voluto mettere in epigrafe al volume, “Lettere di Condannati a morte della Resistenza Europea”, le parole scritte nel 1944, da un giovane operaio francese poche ore prima della sua fucilazione: “Io spero che il ricordo dei miei compagni e mio non sarà mai dimenticato, perché dovrà essere indimenticabile”.

Sono passati solo 70 anni dalla Liberazione, possiamo dire che l’auspicio del giovane operaio francese si sia avverato? A sentire le risposte date a Ballarò ieri sera, da tutti quei giovani italiani che, pur avendo frequentato le scuole superiori non sapevano che festa fosse il 25 aprile e da chi e da che cosa eravamo stati liberati, dobbiamo concludere amaramente con il partigiano “Eros”, presente in trasmissione, che purtroppo il sacrificio di tanti giovani, come quello francese, non solo forse è stato dimenticato, dalle giovani  generazioni, ma anche non conosciuto.

Perché questo? Le cause sono molteplici e non le potrò affrontare tutte, mi limiterò a due: la prima di ordine politico- culturale; l’altra di natura prettamente educativa. Il prof. Gentile, non certo storico di parte né tanto meno di sinistra, più volte ha ricordato che: “E’ il nostro paese, la nostra cultura nazionale, a non aver mai fatto i conti fino in fondo con il totalitarismo fascista.  Anzi da noi vi è stata la “defascistizzazione del fascismo”, ovvero lo svuotamento del regime dei suoi tratti liberticidi e la negazione del suo carattere totalitario”.

Purtroppo accanto a questa grave situazione unica in Europa, bisogna dire che è venuto meno anche il ruolo che la scuola deve avere nell’educazione delle giovani generazioni ai valori democratici ed  antifascisti . Nelle nostre scuole, dalle elementari alle superiori, si ripetono sino alla noia le vicende storiche dei patrizi e plebei dell’antica Roma e poi non si ha il tempo per far studiare (e se lo si fa, lo si fa malamente), le tragedie del Novecento, La Seconda Guerra Mondiale, la lotta degli alleati e delle vicende partigiane, la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, ecc.

Come possono i giovani pensare di acquisire un atteggiamento aperto all’indagine sul passato per meglio comprendere e accettare le rapide accelerazioni della società contemporanea e partecipare in modo cosciente e responsabile alla vita collettiva, con questi vuoti? Per creare un uomo nuovo, moralmente ed eticamente responsabile, capace di vivere criticamente e attivamente le vicende del Terzo Millennio, abbiamo bisogno che tutte le agenzie formative (Stato, Chiesa, Famiglia e soprattutto la Scuola) coordino gli sforzi al fine di diffondere una cultura resistenziale.

Il 70° deve essere un’occasione per restituire alla scuola il suo ruolo in tal  senso. E necessario che il Miur istituisca corsi di formazione per tutti gli insegnanti al fine di sviluppare una “pedagogia della Resistenza e della memoria democratica”.  I docenti dovrebbero privilegiare in particolare le tematiche cruciali del Novecento, utilizzando tutti gli strumenti multimediali a disposizione. Per favorire una conoscenza viva e attualizzata della Resistenza bisognerebbe invitare ex partigiani, storici, a parlare in classe, vedere filmati d’epoca ecc.

Un valido momento di formazione umana e civica sarebbe senz’altro la partecipazione, almeno delle classi superiori, a viaggi d’istruzione nei Luoghi della Memoria. La lettura di libri a scuola sulla lotta di Liberazione, e di lettere di condannati a morte della Resistenza italiana ed europea, per tenere viva e onorare la memoria di quegli eventi e di quegli eroici partigiani e soldati alleati che combatterono contro il nazi-fascismo, sacrificando la loro esistenza, potrebbero essere un utile antidoto contro l’oblio. Vorrei riportare, a conclusione di questa mia riflessione, ampi stralci della bella lettera con la quale – il capitano Franco Balbis decorato a El Alamein, fucilato dai fascisti il 5 aprile 1944 – si congeda dai genitori: «Babbo adorato, il tuo unico figlio si allontana da te. Non perderti d’animo e accetta quest’ultimo volere di Dio. Ti raccomando la mamma: anche per lei devi essere forte. Muoio con la grazia di Dio e con tutti i conforti della nostra religione. Prego i miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura. Con la coscienza sicura d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta…

Romolo Vitelli

 

22 aprile 2015
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