Cinema

Un Nanni Moretti cupo e intimista nel nuovo film “Mia madre”

Moretti e la Buy nel film "Mia madre"

Moretti e la Buy nel film “Mia madre”

L’ultimo film di Nanni Moretti, “Mia madre”, nei cinema dal 16 aprile, è una pellicola che viaggia su un doppio binario, due storie ben delineate che, tuttavia, si intrecciano frequentemente, si mescolano, rimandano l’una all’altra.

C’è la storia di una regista, impersonata da una Margherita Buy in uno stato di grazia, alle prese con la realizzazione di un film dedicato al dramma del lavoro nell’Italia del renzismo. Un’azienda viene acquisita da un imprenditore americano (proposto da un cialtronesco John Turturro) che mette in atto un rilancio a costo di licenziamenti e conflitti sindacali. Il film che realizza la regista procede a fatica, con stanchezza, tra continui dubbi e voglia di mollare tutto. Quasi un “Fellini 8 e mezzo” riletto nell’Italia della crisi e del Jobs Act.

C’è poi una seconda storia, che man mano che la pellicola di Moretti procede si rivela essere il vero cuore del film, che racconta allo spettatore come due fratelli, la Buy e il fratello Giovanni (ruolo che Nanni Moretti si è affidato), affrontano il cammino della madre verso la morte, annunciata dai medici e rivelata dalle condizioni della madre. Una vicenda raccontata da un Moretti che studia la psicologia dei due fratelli verso la madre morente, che è inmpersonata da una Giulia Lazzarini che, per questo ruolo, meriterebbe un Oscar. Se Giovanni soffre ma mantiene faticosamente una sua lucidità, la Buy – invece – si dimostra fragile, sempre sull’orlo della resa, dell’abbandono alla stessa sofferenza.

Così, dopo i film generazionali (come “Ecce Bombo”) e politici (“Palombella rossa” e “Il Caimano” ), Moretti torna allo stesso tema del film “La stanza del figlio” dopo 14 anni, mostrandosi ormai un autore maturo, profondo e intimista, in grado di percorrere il tunnel della morte e dell’elaborazione del lutto con un film che, pur stilisticamente non perfetto, risulta comunque credibile e coinvolgente. Nel film “Mia madre” la morte diventa, per i due fratelli, occasione per rivisitare la propria vita, per fare bilanci, per illuminare le zone d’ombra.

Le due storie camminano parallele, ma trovano un punto in comune: il ritratto che dell’Italia il nuovo film di Moretti affida allo spettatore. Si tratta di un Paese incupito, che fronteggia il declino, addolorato, sia sul fronte sociale, che su quello personale. Nel film di Moretti resta tuttavia, e nonostante tutto, il cinema – un cinema di coraggio e di qualità – come opportunità per uscire dalla crisi, come ciambella di salvataggio in un mare tempestoso. Una fiducia ostinata, dunque, nell’arte, a cui affidare il compito difficile di farci intravvedere una possibile via d’uscita. Come dimostra la Buy che, alla notizia della morte della madre che la raggiunge sul set, conclude la scena che sta girando, quasi aggrappandosi ad essa.

C’è da augurarsi che questo film di Moretti – che insieme ai film di Sorrentino e Garrone andrà a Cannes – trovi i giusti riconoscimenti, per la storia che racconta, per gli interpreti che Moretti ha saputo dirigere in un film che, forse, apre una nuova stagione del cineasta italiano.

Andrea Giacometti

18 aprile 2015
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