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Varese, Calogero Marrone, due anni fa Giusto fra le Nazioni. Ma la targa non cambia

Calogero Marrone

Calogero Marrone

L’11 aprile 2013, due anni fa, lo Stato di Israele insignì in una cerimonia pubblica al Salone Estense Calogero Marrone, il Capo dell’Ufficio Anagrafe e Affari civili del Comune di Varese, assassinato nel lager nazista di Dachau il 15 febbraio 1945, del titolo di “Giusto fra le Nazioni”, il massimo riconoscimento per chi aveva aiutato, anche a prezzo della vita, la comunità ebraica repressa dal nazifascismo.

Fu la conclusione di un complesso cammino istruttorio condotto dallo Yad Vashem di Gerusalemme, il Tempio dell’Olocausto, dopo l’uscita del mio libro e di Ibio Paolucci “Un eroe dimenticato” che aveva fatto riemergere dal silenzio la figura del coraggioso cittadino sicliano (Calogero Marrone era nato a Favara l’8 maggio 1889) giunto in città nel 1931 dopo aver vinto un pubblico concorso.

Alla cerimonia erano presenti con la dottoressa Gard in rappresentanza dell’Ambasciatore di Israele Livia Link anche le nipoti di Marrone, Daniela e Manuela. Il Sindaco avvocato Attilio Fontana mi offrì la possibilità di prendere la parola e, seppur in sintesi, potei tratteggiare la vita di Marrone, la sua statura professionale e, dall’8 settembre 1943 la sua attività a favore della comunità ebraica e del mondo antifascista fornendo ai richiedenti carte di identità in bianco per poter guadagnare la libertà nella vicina Confederazione Elvetica.

Tradito probabilmente sul posto di lavoro, Marrone venne sospeso il 31 dicembre 1943 per decisione del podestà Domenico Castelletti ed arrestato da alcuni ufficiali della Polizia di Frontiera tedesca il 7 gennaio 1944 nella sua abitazione di via Damiano Chiesa (ora via Sempione) dove viveva con la moglie Giuseppina e i quattro figli Filippa, Brigida, Salvatore e Domenico. Da quel giorno iniziò il suo tormentato e doloroso viaggio dal carcere di Varese, a quelli di Como e di Milano, sino al “campo di smistamento e di polizia” di Bolzano Gries (“la mia via Crucis”, scrisse in una delle tante lettere piene di speranza nella libertà), l’anticamera della deportazione.

Quell’11 aprile 2013 nel Salone Estense colsi l’occasione di segnalare un problema che mi stava a cuore e che giudico fondato. Si trattava di modificare la targa intestata a Calogero Marrone nei giardinetti dell’area Cagna. La dicitura infatti a nostro parere non dava l’idea né della personalità di Marrone né del suo sacrificio. La forma del tutto anonima sormontata dalla scritta “Giusto fra i Giusti” (inesistente nella terminologia dello Stato di Israele e dell’Istituto Yad Vashem) era giustificata dal fatto che non comparivano mai le parole “ebreo”, “fascista”, “nazista”, “campo si sterminio”, tanto da far pensare che l’anonimo redattore avesse voluto in qualche modo prendere le distanze da quella tragica realtà.

Ricordo a me stesso quel testo ancora oggi presente (non è stato neppure colpevolmente inserito il titolo di “Giusto fra le Nazioni”!): “Piazzetta Calogero Marrone “Giusto fra i Giusti”, Favara 12 maggio 1889-Dachau 15 febbraio 1945. Capo Ufficio Anagrafe del Comune di Varese offrì aiuto e sostegno (in che modo?) a centinaia di fratelli (quali?) perseguitati dalla tirannide (quale?). Tradito (dove?), arrestato (da chi?), deportato (da chi?) morì in un campo di concentramento tedesco (campo di sterminio!) senza mai abbandonare la propria dirittura morale e la propria dignità. La Città di Varese memore e deferente lo onora”. (Manca la data della posa della targa)

Senza entrare per l’ennesima volta nel merito dell’estrema marginalità del luogo scelto per onorare questo grande italiano (non esistono infatti numeri civici e il sito è del tutto ignorato dalla comunità tranne quella piccola parte costretta ad attraversare occasionalmente quel lembo di terra), quello che colpiva era il testo che allontanava la figura di Calogero Marrone dalla tragedia che aveva vissuto.

Più corrispondente alla verità storica sarebbe (e con Ibio Paolucci la suggerisco), questa dicitura: “Calogero Marrone, Favara 1889-Dachau 1945, Capo dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Varese, “Giusto fra le Nazioni”. Aiutò ebrei e antifascisti consegnando loro documenti d’identità in bianco e contribuendo alla loro salvezza. Tradito sul posto di lavoro e denunciato dal Podestà fascista di Varese al Comando Tedesco di Frontiera, fu arrestato il 7 gennaio 1944. Dopo un lungo calvario nelle carceri di Varese, Como, Milano e nel campo “di smistamento e di polizia” di Bolzano-Gries, fu deportato nel lager nazista di Dachau dove morì il 15 febbraio 1945. Uomo del Sud, fu campione di solidarietà sino al sacrificio della vita. Lasciò la moglie e quattro figli in giovane età”.

L’appello che rinnovo con Paolucci a due anni di distanza e che rivolgo al Sindaco e a tutto il Consiglio comunale (mi ripeto, aggiungendo immediatamente il titolo di “Giusto fra le Nazioni” in luogo dell’inesistente “Giusto fra i Giusti”) giunge mentre Favara, il paese natio, il 18 marzo scorso in una grande cerimonia pubblica, alla presenza del Prefetto di Agrigento, del sindaco Rosario Manganella, del rappresentante della Comunità Ebraica di Palermo, della nipote di Marrone, Daniela Marrone e del figlio, e degli studenti liceali, ha onorato il suo eroico figlio intitolandogli un Giardino in centro città e una lapide ricordo e tenendo un Convegno di Studi.

Franco Giannantoni

 

9 aprile 2015
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