Lettere

Vacanze lunghe, polemica aperta

almareeeCome al solito il governo Renzi lancia, al di fuori di una visione unitaria di sistema, spot, annunci e provocazioni varie su questioni, che da anni attendono una soluzione. Questa  volta è  ancora il  caso della Scuola. Quando un ministro della Repubblica punta il dito contro un’annosa e tipica stortura italiana, com’è quella della lunghezza delle  vacanze  estive, dovrebbe avere il buon senso di individuare, oltre al problema, anche la sua possibile soluzione.

L’esternazione del ministro Poletti sulle vacanze estive, invece mette sul piatto della discussione pubblica una questione insieme drammatica e arcinota senza però prospettare alcuna soluzione concreta. Anzi, indica una vaga alternativa, la formazione professionale, che rischia di portare solo sfruttamento delle forze giovanili. In sostanza  il  ministro Poletti, con la sua provocatoria esternazione, ha sollevato un vespaio tra gli  addetti  ai lavori e tra gli  studenti, indicando una soluzione sbagliata ad un problema vero e  reale, dimostrando che su questa problematica parla a vanvera.

Perché mi esprimo così? Che tre mesi di vacanze d’estate siano troppe; mentre durante l’anno scolastico siano poche e male distribuite lo sanno tutti i genitori, che hanno figli di qualsiasi età. E’ un tempo eccessivo, che crea problemi seri a qualsiasi organizzazione familiare dove al massimo i genitori hanno venti giorni di ferie, è evidente che in ciascuna famiglia si ponga ogni anno la questione di come organizzare il tempo rimanente.

Il ministro ha detto: “I miei figli d’estate sono sempre andati per un mese al magazzino generale a spostare le casse della frutta.” La soluzione di questo enorme problema sarebbe la possibilità per i giovani di andare a raccogliere un mese l’anno la frutta d’estate o a spostare le cassette di frutta ai magazzini? Non scherziamo. Un ministro non può fare un’affermazione del genere, sapendo che le vere carenze strutturali della scuola pubblica in Italia sono altre. Comunque l’infelice sortita del ministro può essere un’utile opportunità per aprire finalmente, una discussione seria sul calendario scolastico italiano ed anche sul rapporto tra scuole e mondo del lavoro”, questioni sulle quali da anni  vado scrivendo e parlando. Questo se si vuole adeguare il sistema scolastico italiano agli standard europei.

L’economista L. Bini Smaghi, in un articolo del 9 marzo sul Corriere, “Gli standard europei che la nostra scuola non sa raggiungere”, individua due motivi di arretratezza del nostro sistema: durata del ciclo scolastico (un liceo di 4 anni); vacanze estive troppo lunghe che penalizzano l’apprendimento. Per l’economa di questa riflessione mi occuperò solo del secondo problema, cioè del modo in cui il ciclo scolastico è organizzato nel corso dell’anno.

L’Italia è uno dei paesi che non ha ancora cambiato il suo calendario ed  ha un periodo di vacanze estive di circa tre mesi,  invece di vacanze più frequenti durante l’anno. Questo fa sì che nel nostro calendario non ci sia un corretto rapporto tra attività lavorativa e riposo necessario per riprendere con più lena l’attività educativa. La parola “vacanza” deriva dal latino: [‘vacantia’], che significa letteralmente ‘mancanza’, vuoto, sgombro, libero, senza occupazioni.

Una vacanza scolastica quindi dovrebbe essere considerata come un’interruzione della normale attività didattica quotidiana, nella quale lo studente (e si spera anche l’insegnante) libero dalle incombenze di routine, si riposa e ricrea la mente, dedicandosi ad attività senza scopi immediati, in vista di una rigenerazione delle proprie forze al fine di riprendere con più energia e proficuamente le attività scolastiche future. Ed è per questo che in molti paesi non si parla molto né di compiti a casa e tanto meno di “compiti per le vacanze”. Assegnare molti compiti per le vacanze sarebbe una contraddizione in termini, un assurdo logico, ancor prima che pedagogico, giacché le vacanze sono tali, o dovrebbero esserlo, proprio perché liberano dagli affanni feriali.

Tutto questo non è contemplato dal nostro ordinamento  scolastico né dal  calendario. Il motivo invece per cui in Italia le vacanze lunghe si fanno  in estate, è perché abbiamo ancora un calendario scolastico concepito per una società agricolo-industriale, nella quale le scuole chiudevano per lungo tempo perché i figli dovevano aiutare i genitori nella stagione della semina e del  raccolto nei campi. Da almeno 50 anni questa necessità non sussiste più, e i bambini d’estate, a parte i 15-20 giorni di ferie che hanno anche i genitori, passano il tempo con qualche nonno o zia in pensione; i  più fortunati  all’oratorio; oppure  in mezzo alla strada. In una società postmoderna e globalizzata com’è la nostra attuale, dobbiamo rivedere i programmi ormai in gran parte obsoleti, tranne quelli delle elementari e medie, che conservano ancora delle potenzialità non adeguatamente sfruttate; durata degli studi; rapporti scuola-lavoro; e calendario  scolastico. Organizzate in modo più accurato per tutto l’anno con un armonico equilibrio tra attività e riposo le vacanze è un’esigenza pedagogica e politica.

Ricorda a tal proposito il prof.   Bini Smaghi: “importanti studi scientifici dimostrano che periodi lunghi di interruzione riducono l’efficacia dell’istruzione scolastica. Ad esempio, uno studio del 2007 di Alexander, Entwisle e Olson, della John Hopkins University, intitolato proprio “ Le conseguenze durature del divario di apprendimento estivo” , dimostra, sulla base di una serie di valutazioni empiriche, che il gap educativo tra studenti di diversa estrazione sociale tende a ridursi durante il periodo scolastico, ma aumenta nuovamente nel periodo delle vacanze estive… Più lunghe sono le vacanze, meno efficace è la scuola nel dare pari opportunità agli studenti più poveri…. La ricerca mostra peraltro che è difficile per i ragazzi mantenere una concentrazione elevata a scuola per un periodo superiore a due mesi.

Questo è il motivo per cui nella maggior parte degli altri sistemi educativi europei il trimestre è interrotto a metà da una o due settimane di vacanza, in autunno, inverno e primavera, oltre alle vacanze di Natale e Pasqua. L’Italia non si è invece adeguata. Il motivo per non cambiare sistema sembrerebbe essere che in Italia fa più caldo ed è difficile tenere i ragazzi in classe a fine giugno ai primi di settembre. Tuttavia, per i numerosi istituti stranieri che operano in Italia – internazionali, inglesi, francesi, tedeschi o svizzeri [ o come le Scuole europee, compresa quella di Varese ] – e finiscono l’anno scolastico a fine giugno e cominciano il nuovo ai primi di settembre, con un mese in meno di vacanze estive rispetto all’Italia, il caldo non sembra essere un ostacolo così insormontabile. Come non lo è in altri Paesi europei, inclusi quelli mediterranei”. Del resto per regioni come la Sicilia o altre regioni si potrebbero fare calendari ad hoc, come avviene in Germania, non certo però per ragioni climatiche.

Certo una migliore ripartizione di giorni di ferie esige una diversa articolazione dei curricula scolastici, esami finali ecc. ma questi non sono problemi irrisolvibili. Ho insegnato per molti anni nella Scuola Europea di Varese negli anni  ’70/’80; avevamo ferie ripartite oculatamente per tutto l’anno con un bell’equilibrio tra attività e riposo; la scuola iniziava alle otto e terminava alle 16,10; il mercoledì s’insegnava sino alle 13.00; e il sabato era libero. Gli esami finali, il Bac (baccalaureato, corrispondente al nostro esame di maturità), venivano anticipati; e il 7  luglio la scuola chiudeva per due mesi e riapriva come oggi il 7 settembre. Il ciclo secondario durava quattro anni.  Dalla Scuola Europea di Varese, così come dalle altre in Europa, sono usciti brillanti manager, professori universitari, ambasciatori ecc.; non tutti erano figli di professori universitari o di ricercatori del Centro di Ispra, anzi questi non erano la maggioranza. Vorrei dire a Renzi e Poletti che il rapporto scuola – lavoro non si affronta facendo lavoretti estivi; (non perché un’esperienza del genere non possa essere utile a dei ragazzi, negli altri paesi in molti lo fanno) quello che occorre è un apprendistato alla tedesca. Che non è uno stage: perché, dai 14 ai 17 anni, i giovani tedeschi passano metà del loro tempo lavorando in fabbriche e uffici, imparando non tanto un mestiere, quanto le competenze necessarie nel mondo del lavoro. Oggi all’ Italia occorre un  progetto per il Terzo Millenni.

Il nostro Paese – dice Abravanel – deve formare cittadini che abbiano “ la capacità di ragionare con la propria testa, avere spirito critico, risolvere problemi e impegnarsi a fondo, innovare e migliorare, comunicare e interagire, soprattutto in team.” Una scuola all’altezza delle sfide del Terzo Millennio dovrebbe avere come scopo primario quello di formare non tanto delle “teste bene piene”, ma quanto ben fatte; una rinnovata dovrebbe insegnare ai propri studenti la capacità di “imparare ad apprendere”; cioè dovrebbe servire a formare degli autodidatti, persone in grado di aggiornare nel corso degli anni futuri autonomamente il proprio sapere. “Queste abilità”- aggiunge Abravanel – “ rappresentano oggi una nuova dimensione del termine «cultura» e sono richieste a gran voce dalle aziende capaci di affrontare le sfide di questo secolo, quelle che offrono la maggior parte dei posti di lavoro. Ma sono utili anche per essere buoni cittadini, elettori, genitori, coniugi e risparmiatori: per questo vengono anche chiamate «competenze della vita».

Romolo Vitelli

25 marzo 2015
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