Lettere

Scuola, qualche consiglio sulla riforma

scuola1Recentemente Roger Abravanel, in un interessante articolo sul Corriere, (“Una scuola davvero buona? Cinque consigli per la riforma”), ha proposto alcuni significativi consigli.

Ecco in sintesi i cinque suggerimenti. 1°) ridurre il percorso formativo; 2°) valutare seriamente le scuole; 3°) ripensare “radicalmente curriculum e didattica, che devono essere meno nozionistici e più capaci di formare quel pensiero critico misurabile con i test tipo Invalsi e Pisa. Non conta più tanto che cosa, ma come si studia, e questo comporta una rivoluzione della didattica (in classe e a casa) e un enorme sforzo di riqualificazione e formazione on the job degli insegnanti”; 4°) un apprendistato alla tedesca dai 14 ai 17 anni. 5°) l’esigenza di restituire alla scuola italiana la sua capacità di certificare il merito in modo credibile.

Per l’economia di questa riflessione mi concentrerò sul “terzo” suggerimento che chiede un ripensamento radicale dei curricula e della didattica. Il rinnovamento della didattica e  ripensamenti radicali dei curricula, aperti alla mondialità, sono questioni pedagogiche fondamentali in un mondo globalizzato multietnico, multiculturale e multi religioso, com’è quello odierno, percorso purtroppo, da fondamentalismi, odi razziali, intolleranze, guerre, stragi ed eccidi terroristici, come quelli recenti della Tunisia e dello Yemen.

Ma ritengo parimenti che vadano ripensati e riformulati “il principio educativo” e l’impostazione di fondo di “cosa” si studia nelle nostre scuole. Per ciò che concerne il “principio educativo” dobbiamo rilevare che già era in crisi negli anni ’30. Quel “principio educativo”  come aveva già denunciato A. Gramsci  era andato in crisi perché  esso  era razionale  e funzionale ad un certo tipo di società di cui era  espressione. Ma nel dopoguerra quel principio educativo non poteva essere riproposto, perché era mutata la realtà; e lo stesso insegnamento del latino, che pure aveva avuto la sua funzione, doveva essere sostituito da una o più materie.  Ma- diceva Gramsci -  non sarà facile sostituirlo.

Oggi un nuovo principio non l’abbiamo definito e il latino e il greco non hanno trovato dei sostituti validi. Purtroppo oggi il processo educativo è diventato molto più complesso per gli effetti della globalizzazione e dell’immigrazione. Le correnti migratorie che si sono succedute nel nostro Paese stanno producendo varie novità: una di queste è costituita dal passaggio da una società mono – confessionale a una multi-confessionale.  Noi oggi come cittadini interagiamo con persone provenienti da tradizioni, lingue, culture e religioni diverse, e quindi dobbiamo saper affrontare le questioni che sorgono dalle differenze culturali etniche e religiose.

Queste novità, non di poco conto, pongono seri problemi allo Stato, alla scuola e a tutte le altre agenzie educative e richiedono la ridefinizione complessiva dei curricula di base, aperti alla mondialità a più culture a più religioni. Purtroppo anche sul fronte della scuola scontiamo i nostri ritardi. Dovremmo avere nuovi programmi scolastici aperti alla “cittadinanza del mondo”; ma nelle nostre aule, salvo eccezioni, ci si attarda ancora nella somministrazione di contenuti quasi esclusivamente radicati nella nostra tradizione nazionale. Quando qualcuno chiedeva a Diogene il Cinico da dove venisse, egli rispondeva: «Io sono un cittadino del mondo».

Con questo egli intendeva rifiutare di essere definito unicamente sulla base delle sue origini geografiche e dell’appartenenza a un gruppo, elementi  certamente fondamentali  e basilari per la definizione e la strutturazione dell’identità di ogni uomo; ma egli continuava a definirsi in termini di aspirazioni e di interessi più universali. Il filosofo con la sua affermazione ha voluto ricordarci che ognuno di noi vive in due diverse comunità: la comunità locale alla quale si appartiene dalla nascita e la comunità che aspira ad allargarsi a tutta l’umanità, la sola quest’ultima a essere veramente importante e veramente comune. Il fatto di essere nati in una particolare comunità è una pura casualità; ogni essere umano sarebbe potuto nascere in qualsiasi comunità. Perciò noi siamo membri di “due comunità”. Diogene sostiene che un buon cittadino è in primo luogo “cittadino del mondo”. I filosofi stoici in genere ritengono che per conoscere se stessi sia necessario aprirsi a tutte le manifestazioni umane: possiamo conoscere meglio noi stessi e le nostre abitudini se abbiamo la possibilità di entrare in relazione con quelle di altri uomini.

Essi ritengono, spingendosi ancora oltre, che riusciremo a trovare soluzioni migliori ai nostri problemi se ci caleremo in questo contesto più ampio che è la mondialità; e se eviteremo di ancorarci alle nostre soffocanti gabbie localistiche. Nessun argomento è così ampiamente sviluppato dagli stoici quanto quello relativo ai danni che può provocare un’eccessiva fedeltà alla vita politica di un gruppo. Ma questa consapevolezza di essere dei cosmopoliti, esige un radicale ripensamento del nostro modo  di  essere; processo che non può avvenire sporadicamente solo nelle ore di educazione civica; ma esige che tutta l’Istituzione scolastica sia coinvolta. Cosa dovrebbero apprendere i nostri studenti in una scuola aperta alla mondialità per essere pronti a fronteggiare i problemi di un mondo globalizzato? Innanzitutto dovranno dedicare uno studio selettivo e critico più rigoroso alla letteratura alla lingua, alla storia della propria nazione; da questo patrimonio sono scaturiti quei i valori che li hanno plasmati e hanno dato loro un’identità nazionale, e religiosa, ma anche perché le loro scelte fondamentali dovranno principalmente essere compiute nella loro patria.

Dovrebbero avere un’educazione multiculturale, finalizzata anche a far conoscere agli studenti le caratteristiche principali delle culture lontane, delle minoranze etniche, razziali e religiose all’interno del nostro Paese. Bisognerebbe quindi anche inserire nei nuovi programmi, accanto all’insegnamento della religione, un’ora di religioni e una di morale laica.  Questa nuova educazione dovrà creare un cittadino nuovo più tollerante e inclusivo al fine di rendere tutti gli esseri concittadini a tutti  gli effetti della nostra comunità. Cicerone sostiene che il dovere di rispettare l’umanità ci spinge a onorare e dimostrare ospitalità nei confronti degli stranieri che si vengono a trovare nel nostro territorio. Lo stesso dovere ci distoglie dall’impegnarci in guerre di aggressione e ci spinge a considerare particolarmente perniciose quelle che hanno come pretesto l’odio verso altre popolazioni o che si pongono per scopo lo sterminio. Solo un’ educazione rinnovata aperta alla mondialità potrà formare cittadini responsabili e tolleranti in grado di porre un argine all’odio e ai fondamentalismi.

Significativo a tal proposito quanto affermato nel 1993 dal Congresso Nazionale Africano: “L’educazione deve indirizzarsi verso lo sviluppo della personalità umana; della percezione della dignità personale, e deve mirare al rafforzamento e al rispetto per i diritti umani e per le libertà fondamentali. Deve inoltre promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia tra i cittadini delle diverse nazioni.”

Questa purtroppo è rimasta una nobile aspirazione, che dovremo tutti contribuire a tradurre nella realtà, al più presto, se si vogliono  fermare le guerre, gli  odi, il razzismo,  il  terrorismo, i fondamentalismi e i risorgenti neonazismi, che stanno  insanguinando il nostro pianeta.

Romolo Vitelli

22 marzo 2015
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