Lettere

Matematica dal volto umano

matematicaSecondo una rilevazione recente del test internazionale i quindicenni italiani si piazzano con 485 punti in matematica al di sotto della media Ocse (di 494 punti), dopo il Portogallo e appena sopra la Spagna. Il titolo della pubblicazione PISA: “La matematica ti rende ansioso?” è già un programma con tanto di “indice di ansietà” per misurare l’impatto a livello emotivo sugli studenti che penano non poco nella risoluzione dei problemi. L’Italia è uno dei paesi Ocse dove questo indice è più alto.

Del resto già nel 1982 M. Pellerey nell’agile libretto, “Per l’insegnamento della matematica dal volto umano”, ammoniva: “L’insegnamento della matematica rimane nella memoria di molti adulti carico di sensazioni di disagio, talvolta ancora sorgente di incubi, spesso sepolto da affermazioni del tipo “io in matematica non ho mai capito nulla”. Da allora sembra non essere mutato molto: ancora oggi  per molti studenti gli esercizi di algebra e/o i problemi di geometria sono  quasi  sempre fonte  di impotenza, ansia e frustrazione.

Secondo gli esperti Ocse gli italiani hanno risultati peggiori per l’eccessiva competizione e per gli alti indici di ansietà nell’affrontare i problemi, invece l’apprendimento della matematica all’estero è meno traumatico perché gli studenti studiano senza eccessive pressioni. E quindi i docenti italiani dovrebbero aggiornare i loro metodi d’insegnamento/apprendimento affinché la matematica non continui ad essere l’incubo dei quindicenni. Per la verità, al di là di queste giuste considerazioni  critiche degli esperti Ocse, gli  insuccessi dei nostri studenti hanno  motivazioni più remote e complesse, che per l’economia di questa riflessione non possiamo affrontare, se non marginalmente. E’ bene ricordare però che nel nostro Paese per anni l’idealismo crociano è stato egemone; e questa egemonia era dettata da una filosofia che considerava la scienza, e persino la matematica, come una sorta  di sapere di seconda classe. Ad onore del vero bisogna dire che se la cultura italiana è scientificamente  arretrata non è solo colpa di Croce; l’Italia sconta i ritardi del suo processo di unificazione  e  delle sue chiusure culturali provinciali  e soprattutto risente dei  guasti della sua scarsa maturità democratica e del suo  precario  sviluppo economico.  

Che fare? Come se ne esce? Bisogna investire in modo massiccio nella formazione inziale e in quella in servizio  degli insegnanti. Quindi è giusto assumere i precari, come sta facendo oggi Renzi; ma bisogna reperire anche i fondi  necessari soprattutto per investire in formazione, per far acquisire  ai docenti il “sapere”,  “ il saper fare”  e il  “saper interagire”, cioè  quel bagaglio di   competenze essenziali teoriche e pratiche all’altezza delle sfide pedagogiche del Terzo Millennio. Non bisogna dimenticare, come ricorda M. Pellerey, “In Progettazione Didattica,” 1979, un manuale ancora di pregnante attualità, che per lo più i nostri docenti, sono ancora accomunati da una formazione di base nella quale la  conoscenza non è organizzata in funzione dell’agire, ma del sapere; non del risolvere problemi, ma del  giudicare.

E’ una formazione culturale di tipo critico-osservativo, quando non meccanico-riproduttivo. E viene così a mancare ogni prospettiva generativa. Quando ci siamo esercitati – aggiunge lo studioso- nell’applicare concetti, princìpi e procedimenti all’interpretazione di fatti, di fenomeni, o anche solo di documenti, che avessero il sapore di novità, o alla risoluzione di problemi di natura decisionale? Quando mai, per scendere ad un esempio più palpabile, nello studio della matematica ci si è impegnati nel processo di matematizzazione di situazioni grezze o in quello di risoluzione di problemi non di routine? Come fare allora a pretenderlo dai propri allievi? Dice Roger Abravanel che “il segreto della buona scuola è nascosto nel metodo di studio” (Corriere 23 febbraio 2015).  E un buon metodo di studio non può ignorare quanto ha elaborato sinora la psicologia dell’età evolutiva circa il processo di apprendimento dei  concetti matematici.

Secondo J. Piaget  i ragazzi, essendo nella fase delle operazioni concrete (da 7 a 11 anni), non sono ancora capaci di ragionare su dati presentati in forma puramente astratta. L’ultimo stadio quello delle operazioni logico-formali, si svilupperebbe tra i 12 e i 14 anni.  Si può comprendere come la teoria degli stadi di Piaget abbia una grande importanza in campo educativo, in quanto suggerisce quali apprendimenti uno studente  può conseguire in rapporto all’età e quali no. Questo dovrebbe indurre la scuola a porre al centro del processo educativo l’educando con il suo vissuto e le sue capacità fattive e recettive. Quindi meno lezioni frontali e più lavori di gruppo e individuali, imparando e insegnando allo stesso tempo per apprendere anche “l’etica del lavoro, che vuol dire prendere  impegni e responsabilità, non ubbidire a comando.” Questo i bravi insegnanti lo sanno benissimo e dovrebbero dire ai propri allievi: «Imparate a ragionare con la vostra testa!». 

La letteratura scientifica dice Francesco Avvisati, suggerisce che l’ansia si riduce se insegnanti e studenti ritengono la matematica un sapere e un saper fare alla portata di ciascuno (con sforzo e impegno, certo: come un muscolo da allenare), piuttosto che una capacità innata e immutabile.”  Del resto oggi gli insegnanti hanno a disposizione strumenti didattici multimediali diversificati che possono utilmente motivare gli allievi, basti pensare ai tanti filmati scientifici divertenti di Piero Angela, reperibili in Dvd,  per capire a cosa mi riferisco.  Ma purtroppo, come ha avuto modo di ricordarci più volte il filosofo Enrico Berti, “la cultura italiana continua ad essere condizionata dal pregiudizio gentiliano, per cui la didattica, come competenza specifica circa il modo di insegnare una qualsiasi disciplina, non esiste. Infatti il suddetto pregiudizio non tiene conto del fatto che l’insegnare è un rapporto biunivoco, cui deve corrispondere dall’altra parte l’apprendere, pena il suo completo fallimento”.

Ed è quello che sembra ricordarci con le considerazioni che seguono Monsignor G. Ravasi nel suo prezioso “Breviario Laico”: “Provo disagio ogni volta che mi capita d’imbattermi, sui mezzi pubblici della mia città, nelle torme di ragazzi che vanno o tornano dalle scuole: è infatti  palpabile il fastidio e il disinteresse che essi nutrono per quelle ore che devono trascorrere in classe; bisogna riconoscere che non sempre la colpa è degli studenti perché, come ci ricorda il saggista ottocentesco inglese Walter Pater: “conquistare il sapere attraverso un autentico interesse è la prima condizione per interessare al sapere altri”.“Ci sono”- continua G. Ravasi – “ infatti  molti docenti che hanno amato la loro materia da studenti e sanno farla amare ora che sono in cattedra. Questa regola vale per tutte le attività che hanno un risvolto sociale: si riesce a conquistare l’attenzione e la condivisione degli altri se si è per primi interessati e appassionati a quello che si fa, si dice e si comunica.

Del resto Hegel soleva affermare che “nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione.” E’ questa carica di passione che bisogna riaccendere a scuola e far sfavillare in ogni professione.” Solo così si potranno  educare gli studenti in modo autonomo e  critico, fornendo loro gli  strumenti intellettuali per affrontare utilmente i problemi che la vita pone loro quotidianamente. Insomma bisogna che i docenti facciano “studiare per la vita e non per la scuola”, come raccomandava circa duemila anni fa il filosofo Seneca.

Romolo  Vitelli

25 febbraio 2015
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