Varese

Varese, Madame Bovary con Chiara Favero alla rassegna Gocce

Chiara Favero in scena

Chiara Favero in scena

“Gocce 2015″ – la rassegna di teatro contemporaneo organizzata da Ragtime in collaborazione con Filmstudio 90 presso il Cinema Teatro Nuovo – prosegue all’insegna della grande letteratura trasferita in palcoscenico.

Il 26 febbraio, alle ore 21, il sipario del Nuovo si aprirà infatti sull’intensa e commovente interpretazione di Chiara Favero, che – con la regia di Luciano Colavero – porterà in scena gli ultimi istanti della vita di una tra le più straordinarie figure femminili del romanzo di ogni tempo, Emma Bovary, con la più recente produzione della compagnia Strutture Primarie: Madame Bovary.

Ispirato al capolavoro di Flaubert, lo spettacolo – vincitore del Premio Stazioni di Emergenza VI – porta in scena le ultime ore di Emma, in un allestimento di straordinaria forza interpretativa e di grande impatto emotivo.

La conoscono tutti, anche chi non ha letto il romanzo che porta il suo nome. Su di lei sono stati realizzati film e spettacoli teatrali. Su di lei hanno scritto canzoni, saggi, studi, parodie, imitazioni. Il suo nome ha definito una malattia dell’anima: il bovarismo. La sua personalità supera i confini del romanzo che la contiene.

Madame Bovary è l’amante, la romantica, la sognatrice, la madre che non vuole essere madre, la moglie che non vuole essere moglie, l’idealista, l’insaziabile, la squilibrata, l’insoddisfatta, l’entusiasta, la depressa, la donna senza speranza, la gran dama, la contadina, la donna alla moda, la puttana, la donna in fuga dalla realtà, che desidera sempre essere diversa da ciò che è, la donna che rovina se stessa, consapevolmente, ma senza potersi fermare, la donna che insegue la vita, che non si accontenta, che vuole di più, la donna che mente, anche a se stessa, la donna che vuole morire e nello stesso tempo vuole vivere a Parigi. Madame Bovary era Flaubert. Madame Bovary sono io. Madame Bovary sei tu.

 

 

“Quando immagino Madame Bovary vedo una donna che ha fame, vedo una donna drogata di desiderio. La sua droga non sono gli oggetti, la sua droga è l’immagine, la visione, il sogno di ciò che non possiede. Lei vede qualcosa che non ha, lo desidera e corre. Se può permettersi di comprarlo lo compra. Se non se lo può permettere s’indebita e lo compra lo stesso. Se non può comprarlo neanche indebitandosi fino al collo si ammala di desiderio e d’invidia. Il desiderio l’avvelena, ma nello stesso tempo la rende viva. Lei vuole l’impossibile, e questo la rende viva. Perché i desideri realizzati sono desideri morti. Quando Madame Bovary riesce ad avere ciò che desidera il suo cuore smette di palpitare, l’emozione scompare e lei se ne stupisce. Di fronte al proprio desiderio realizzato diventa triste, assente. Soltanto l’impossibile, soltanto ciò che è fuori dalla sua portata, è sempre degno di essere desiderato. Ma ciò che è fuori dalla sua portata, naturalmente, lei non potrà mai averlo. Per questo continua a realizzare piccoli desideri, che non le danno la felicità, ma solo una breve ebbrezza, come una droga di cui è dipendente, che la porta in cielo per poi lasciarla a terra. Per realizzare questi piccoli desideri s’indebita fino al collo. A causa dei debiti arriva al suicidio. Ruba una manciata di arsenico. Si avvelena. Ma proprio adesso che sta per finire tutto, nel dolore degli ultimi istanti, nella disperazione del finire, quanta fame di vivere ancora, senza pace e senza riposo. Proprio adesso che sta per finire tutto, quanto disperato desiderio di vivere, semplicemente di vivere. Proprio adesso.” (Luciano Colavero).

 

 

 

18 febbraio 2015
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