Lettere

Nessun buonismo, ma riflessione non urlata

Il corteo a Parigi

Il corteo a Parigi

Di fronte alle tragedie il primo sentimento è quello del cordoglio umano e del rispetto. Così è stato nei giorni scorsi quando sono stati uccisi i redattori di Charlie Hebdo, i poliziotti e innocenti clienti del supermercato kosher a Parigi. Ora è il tempo della riflessione non urlata e non tentata dalla voglia di monetizzare politicamente il momento. E mi scuso fin da ora per la lunghezza di questo mio pensare in libertà.

Prima di procedere provo a mettere a parte del mio senso di sgomento su come un’altra immensa tragedia è stata trattata e passata in secondo piano dai nostri mezzi di comunicazione e dalle nostre pubbliche opinioni. Il massacro perpetuato proprio negli stessi giorni se non nelle stesse ore in Nigeria dalla setta fondamentalista di Boko Haram.

Non è un problema di numeri. Non è un problema di conta dei morti. Lo dico con una nota di ingenuità. Mi sarebbe piaciuto vedere nella straordinaria e grande manifestazione di domenica a Parigi anche qualche cartello che “gridasse” al mondo intero “io sono un cristiano nigeriano” a testimoniare che la globalizzazione del terrore è anche globalizzazione della solidarietà.

Esprimo tutto questo con la preoccupazione per un mondo che rischia sempre di dimenticare troppo in fretta quanta violenza oggi ci sia e di ricordarsene solo quando si è colpiti vicino a casa.

La strage di Parigi porta ad una serie di pensieri che debbono essere sottratti al clamore e ricondotti ad una dimensione non emotiva. La prima domanda che emerge è se la Francia e con lei l’Europa a questa tragedia reagiranno come gli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Non certo portando la guerra lontano e da qualche parte, non se ne ha la forza e forse neanche il coraggio, è bene dirlo, ma introducendo norme e legislazioni capaci di limitare la libertà individuale. La libertà di stampa con le sue naturali contraddizioni verso ciò che alcuni ritengono sacro e inviolabile può coesistere in una democrazia di tipo occidentale e quindi liberale?

E, ancora, ha senso parlare di integrazione? ha ancora senso credere nella forza “inarrestabile” della democrazia quando questa è utilizzata dai suoi nemici per distruggerne le fondamenta? Come difendere i nostri valori senza perdere la coscienza e anche la possibilità di credere che l’uomo sia al centro della nostra imperfetta democrazia e che è pur sempre l’unica che ci ha garantito oltre cinquant’anni di pace nella libertà? Ed in ultimo, possiamo parlare di etica della responsabilità proprio in ragione di questo contesto e dei fatti accaduti? Di un’etica della responsabilità che sappia partire certamente dalle colpe ( anche dell’occidente con i suoi trascorsi coloniali e di sostegno decennale a regimi corrotti e autoritari ), ma capace di fuggire all’assurdo gioco delle teorie cospirative, di cui il mondo mussulmano è pieno, per vedere e sentire anche all’interno delle comunità di migranti parole di condanna “senza se e senza ma” rispetto alla violenza e all’antisemitismo?

A queste domande provo ad anteporre non delle risposte esaustive, ma dei ragionamenti.

La conquista della libertà è stato un faticoso e lento cammino compiuto non in anni, ma in secoli. La libertà è stata una conquista passata attraverso le rivoluzioni liberali, attraverso riforme religiose e grazie alla distinzione tra religione e politica “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. E il mondo cattolico vi ha contribuito ampiamente.

Tante sono state le tappe in questo nostro percorso. Alcune pacifiche altre sanguinose e violente. Ma soprattutto la vera rivoluzione è stata quella che ha cambiato lentamente gli uomini e le donne. Quando l’uomo ha preso coscienza della possibilità di poter cambiare il proprio destino, lì l’uomo ha capito di dover difendere la libertà.

Ma la libertà ha dei limiti? E’ possibile, è necessario che la mia libertà finisca là dove inizia quella della persona che mi sta accanto? Fino a che punto è accettabile una satira quando questa è volgare e al limite blasfema? E’ libertà questa? Ma, l’autocensura è auspicabile o la censura stessa è accettabile in una democrazia dove la tolleranza dovrebbe essere intesa a trecentosessanta gradi?

Credo che su questo punto sia necessario fare subito chiarezza.

Possiamo criticare come inaccettabile una satira volgare che colpisce i sentimenti più profondi di una fede, ma non tutto ciò che è criticabile e quindi inopportuno, è anche o dovrebbe essere illegale. Dopotutto, nessuno è obbligato a leggere o a comprare un giornale che pubblica quello che si ritiene offensivo.

Se esiste un limite giuridico questo deve essere dato dall’ingiuria e dalla diffamazione, una tutela quindi che non riguarda, tuttavia, solo la religione, ma anche ogni tipo di gruppo oltre che la persona in quanto tale.

Con una avvertenza. Sarebbe improponibile una convivenza tra diversi che si voglia sorretta da libertà e dialogo e concedere poi a ciascuno il diritto di definire quello che costituisce una offesa intollerabile. Il rapporto con le comunità di migranti, in particolare con le comunità musulmane.

Da Salvini in giù sino ad arrivare ai varesini Binelli e Pinti, al di là del richiamo allo scontro di civiltà, al ritorno all’Europa fortezza e, al suo interno, di una Italia cristiana ( come sono lontani i tempi del Dio Po , i riti celtici e tante altre amenità ) abbiamo assistito al crescendo di una unica parola d’ordine. No alle moschee. Chiudiamole perché sono centri di terrorismo.

Ora, appare evidente se non del tutto superfluo che il gettare in faccia agli italiani la paura dell’”uomo nero”, dell’Islam è il tentativo di nascondere sotto il tappeto palesi incapacità visto che hanno governato il Paese per anni e Varese per due decenni. E l’assessore che ci ha messo più di sette anni per costruire un pgt è l’emblema di come si vogliano nascondere i fallimenti politici. Si innalza un cencio, un feticcio e si chiede che tutti gli corrano dietro. ( Come già Dante fece, ognuno cerca un suo personale “inferno” in cui cacciare qualcuno ). Tralascio poi il fatto che avere un luogo dove poter pregare il proprio dio fa parte di quei diritti universali che solo una becera visione impone di dover ancora giustificare e motivare.

Superato tutto questo mi viene banalmente solo in mente un confronto storico. L’Italia, come si sa, ha vissuto un periodo drammatico della sua storia fatto di sangue e tragedie provocate dal terrorismo e dalle stragi. In quegli anni luogo di reclutamento dei terroristi erano le università e le fabbriche. Non mi risulta che siano mai state chiuse università e fabbriche proprio per questa ragione. Ad essere arrestati erano i colpevoli compresi coloro che creavano i presupposti culturali per far crescere con i loro insegnamenti i presupposti per la scelta del partito armato. E sfido chiunque a non pensare che le forze dell’ordine preferiscano sapere dove è possibile tenere sotto controllo fenomeni come questi anziché doverli cercare nella clandestinità.

Qualche giorno fa ho letto, riportato dal quotidiano “La Stampa” una frase del filoso mussulmano Abdennour Bidor, indirizzata al mondo islamico ( lettera aperta ) “Ecco quali sono le tue malattie croniche: incapacità di costruire democrazie durevoli in cui la libertà di coscienza rispetto ai dogmi della religione venga riconosciuta come diritto morale e politico; difficoltà cronica a migliorare la condizione femminile in direzione dell’uguaglianza, della responsabilità e della libertà; incapacità di separare sufficientemente il potere politico dal controllo dell’autorità religiosa; incapacità di instaurare il rispetto, la tolleranza e un effettivo riconoscimento del pluralismo religioso e delle minoranze religiose. “

Parole che danno il senso della possibilità, anche lì, di una presa di coscienza che “il mostro” è stato generato da quel mondo ( l’album di famiglia qualcuno direbbe ) e che solo partendo da questo riconoscimento è possibile rimuoverlo.

Sono molte le riflessioni che si devono fare in questi giorni. Così come, è bene dire che, dialogare non è “buonismo”, ma è l’unica strada per costruire un rapporto diverso, rispettoso e tollerante nei confronti di chi teme il moderno.

“Lottare per la democrazia e per la libertà di culto non vuol dire essere buonisti e arrendevoli. La situazione è complicata e oggi non siamo né tutti bravi, né tutti fratelli. Chi dice che i problemi non esistono dice il falso. Tuttavia, accettare la logica della contrapposizione sarebbe folle e peggiorerebbe la situazione…..” “ l’Europa deve proporre un modello di secolarizzazione che presupponga la libertà religiosa. E se c’è una risposta che l’Europa può fare anche all’Islam è di non aver paura della libertà religiosa. L’Europa può fare passi in avanti rispetto a se stessa, accentando la sfida del pluralismo religioso e mostrando al mondo islamico che la secolarizzazione non è la distruzione delle religioni. (Mauro Magatti).

Dunque si torna al punto di partenza. Non occorre cadere nel gioco di quelli che vogliono farci rinunciare alla nostra libertà e alla nostra coscienza, ma neanche dobbiamo mostrarci arrendevoli verso chi, accettando la visione del mondo dei terroristi, ci vuole spingere a depotenziare qualsiasi anticorpo nell’Islam.

Occorre ripartire ancora una volta da noi, dall’Europa e dalla nostra identità, una identità costruita nei secoli anche in una fase storica completamente nuova, una fase che continua ad interpellarci e a porci nuove e importati sfide.

Le cose sono molto più complicate di quanto non sembrasse al momento in cui veniva spontaneo a molti cantare “ La Marsigliese” e a qualcuno dichiarare “Je suis Charlie”. Non siamo destinati alla “Sottomissione”, ma nemmeno possiamo contare sull’inevitabile vittoria della “civiltà occidentale”. Il jihadismo non è inarrestabile, ma è il segnale della frustrazione di chi non sa fare i conti con la modernità e ne è escluso ed è facile preda di predicatori estremisti.

Dunque si deve ripartire ancora una volta non dalle nostre piccole patrie, ma da una Europa consapevole della sua forza morale, della sua cultura, della sua storia e della sua coscienza anche critica. È davanti a noi una nuova sfida da affrontarsi con tutte le nostre armi, anche quelle intellettuali oltre che con quella della politica tralasciando però quella più autolesionista e limitante, quella dell’arroganza.

Roberto Molinari

Componente Direzione P.le PD

Varese

19 gennaio 2015
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