Lettere

Diritto di satira senza limiti?

 

hebdoL’ eccidio di Parigi ha suscitato emozioni profonde, sentimenti vivissimi e contraddittori: c’è chi si è schierato senza se e senza ma con i redattori trucidati: dicendo “io sono Charlie”, rivendicando una liberta assoluta di satira; e c’è chi invece, pur condannando il barbaro eccidio, non si è identificato tout court con il modo di considerare la satira come assoluta. E’ vero che l’illuminismo ha fatto conquistare al mondo occidentale la libertà di pensiero, di parola e di satira. Ma l’Illuminismo non ha mai considerato queste libertà come assolute, cioè sciolte da ogni necessità e responsabilità.

Lo stesso Kant ( che l’illuminismo conosceva bene, e che definiva l’uomo come “un essere razionale, ma finito”, e quindi non detentore di prerogative assolute ed infinite, notoriamente attributi di pertinenza divina) soleva dire, assieme ad altri spiriti liberi: “La mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”. Volendo proprio con ciò definire e circoscrivere entro quali limiti debba affermarsi l’esercizio di questa libertà spettante all’uomo.

Di questo avviso del resto è Corrado Augias, che pur condannando la strage, ha affermato: “La libertà di espressione è un valore del mondo occidentale, ma lo è anche il rispetto verso una specifica individualità storica, qual è quella islamica. I redattori di Charlie Hebdo, nel loro radicalismo volterriano, hanno fatto della libertà un valore assoluto anziché strumentale, disconoscendo la valorizzazione della diversità culturale, l’attenzione alla sensibilità altrui, l’ironia al posto dell’attacco graffiante.”

E’ proprio quello che sembra non comprendere il Sindaco di Londra Boris Johnson, in un articolo del Corriere del 14 gennaio ( “Non cadiamo nel tranello dei terroristi”) quando ricorda tra l’altro che : “Le raffigurazioni denigratorie di Maometto circolano in Occidente sin dai tempi di Giovanni da Modena, nel secolo XV”, come per dire “non è cosa di oggi”. Il Sindaco dimentica la profonda diversità e la novità di un mondo globalizzato multiculturale e multietnico e multireligioso, molto diverso da quello conosciuto qualche secolo fa. Con la caduta di tutte le barriere, che ancora dividevano il mondo, e con la libera circolazione delle merci, delle persone e per effetto della globalizzazione economica e culturale, e lo sviluppo di Internet, le “nuove religioni”, in particolare quelle dell’Islam, si sono insediate nell’Occidente in seguito ai colossali fenomeni immigratori.

Oggi – dice Z. Bauman “ lo straniero un tempo distante è diventato il vicino con il quale condividiamo strade, strutture pubbliche, scuole, luoghi di lavoro. Una prossimità destabilizzante, poiché dall’altro non sappiamo cosa aspettarci e, diversamente da quanto accade nella dimensione virtuale e “social”, non ci è possibile rimuovere o aggirare con un click differenze fin troppo reali, incompatibili con il nostro punto di vista. Le risposte che abbiamo elaborato finora si sono rivelate fallimentari. Nelle nostre vite ha messo radici un multiculturalismo superficiale, una fascinazione per la diversità che si esprime nel gusto per i cibi etnici o per i festival del weekend, semplici flirt con ciò che appare esotico. Declinazione del consumismo globale al tempo di Facebook. Un sistema che riconosce la legittimità di culture diverse dalla nostra, ma ignora o rifiuta quanto vi è di sacro e non negoziabile in tali culture. Questa mancanza di autentico rispetto risulta profondamente umiliante. E’ necessario comprendere – aggiunge – che “Viviamo su un terreno minato, dov’è impossibile prevedere le deflagrazioni”.

Del resto da tempo la cattolica e democratica Irlanda pone limiti severe alla “blasfemia”, che viene considerata un reato e un crimine; e l’Italia sede del Vaticano punisce il vilipendio della religione cattolica e di ogni altra religione. Ma si dice, nonostante queste limitazioni e considerazioni che invitano alla prudenza e a non gettare benzina sul fuoco, che chi si sente offeso può andarsene via e/o può ricorrere ai tribunali.

Qualche considerazione merita quest’ultima opzione. A parte i tempi biblici della giustizia (almeno di quella italiana) che se ne fa uno di una sentenza di condanna del calunniatore e che per giunta viene pubblicata, se viene pubblicata da qualche quotidiano, con tre righe in sedicesima pagina? Non sarebbe molto meglio utilizzare un po’ di responsabile buon senso giornalistico, invece di arrivare alle denunce? I tribunali non dovrebbero stare a surrogare la mancanza di deontologia professionale; bisognerebbe evitare di fare anche confusioni generalizzanti sull’oggetto della critica. Un conto è criticare un politico; un altro una religione. Nelle società democratiche odierne è tutto sommato ampia la indulgenza verso chi esercita il “diritto all’irriverenza”- dicono C. Melzi d’Eril e G. E. Vigevani – (Il Sole 24 ore, 11 gennaio 2015,‘Il nostro diritto all’irriverenza’) nei confronti del potere politico.

Emblematico il fatto che dare dell’idiota o del buffone a un uomo di governo è stato ritenuto lecito da giudici italiani ed europei. Accettare analogo dileggio nei confronti della religione e dei suoi simboli appare più problematico: la stessa Corte Europea, spesso “amica” dei giornalisti, ha ritenuto legittime restrizioni assai incisive alla libertà di satira religiosa, a tutela del sentimento dei credenti.

Un primo motivo di questa differenza, quasi tradizionale e che ognuno può facilmente riscontrare, può individuarsi nel fatto che “da sempre” ciò che è considerato sacro viene protetto in modo più rigoroso. Ciò per le intuitive ragioni che il divino riguarda le cose ultime e che poco tollera bilanciamenti, che sono invece il pane quotidiano delle valutazioni sulle cose umane, anche le più rilevanti come i diritti fondamentali. Ultimamente sembra affiorare poi un altro motivo: la volontà di tutelare gruppi appartenenti a culture che non hanno medesima percezione del valore della libertà di critica e che dunque difficilmente sopportano la dissacrazione della religione e financo lo sguardo ironico su di essa.

Tutto ciò comporta la necessità di individuare un punto di equilibrio, che garantisca il rispetto della pluralità delle culture presenti nella società, ma che soprattutto tuteli la libertà di esprimere un pensiero “irriverente”. Così, gli ordinamenti hanno l’obbligo di garantire uno spazio aperto, ove anche i pensieri che “inquietano e scioccano” possano avere accesso. Ma anche alle singole persone si pone un obbligo: quello di essere tolleranti, ovvero accettare che quanto è ritenuto più sacro possa essere sottoposto alla critica, anche la più smitizzante. Ho voluto riportare ampiamente l’argomentazione dei due famosi giuristi estensori dell’articolo perché a me pare che essi colgano con responsabilità ed equilibrio la “vexata quaestio” della libertà di satira.

E’ necessario che tutti comprendano che in un mondo complesso multietnico e multiculturale, gravido di pericoli com’è l’attuale, dove le notizie via Web arrivano in tempo reale in ogni parte del globo, le libertà di pensiero, di critica, e di satira sono dei beni destinati a convivere in forme miti e senza sopraffazioni di nessuno nei confronti dell’altro, com’è necessario del resto in una società in cui devono convivere fedi, culture, tradizioni diverse.

 

Romolo Vitelli

 

 

 

17 gennaio 2015
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