Lettere

Renzi e il rilancio della scuola

renziRenzi, presentando le linee guida della riforma della scuola ha detto che “la scuola è il cuore di tutto e per “costruire la crescita dei prossimi 20 anni. Nella scuola si andrà avanti non solo sulla base dell’anzianità ma anche del merito, perché “il merito è di sinistra, il talento è di sinistra. Io sono per l’uguaglianza, ma non per l’egualitarismo.” Il premier sembra aver compreso finalmente l’importanza che la scuola riveste per la crescita economica, umana e civile di una nazione. Il problema ora è come passare dalle parole ai fatti, per evitare di fare la solita politica degli annunci e di ripetere gli errori sulla scuola compiuti anche da altri governi di centro-sinistra in passato. Anche Prodi aveva detto “Scuola, Scuola, Scuola!” e poi non se ne fece più nulla.

Oggi la condizione degli insegnanti, come ha avuto modo di ricordare in più occasioni, il sociologo G. De Rita, sono per lo più demotivati, sviliti nel proprio status sociale e non riconosciuti nella loro autorevolezza e professionalità, sottopagati e ridotti ad impiegati”; ed ha aggiunto che il loro prestigio sociale si è molto indebolito anche a causa degli stipendi trai più bassi d’Europa, concludendo che se la scuola italiana vuole avere ancora un futuro dovrà mettere mano alle riforme e soprattutto “deve rimotivare e riqualificare i propri insegnanti, ridando spazio alla valutazione, alla meritocrazia, al merito.”

Purtroppo la problematica del merito e dell’eccellenza è una questione annosa. Già Eraclito si era dovuto misurare con essa, scagliandosi contro gli abitanti di Efeso, colpevoli di aver osato cacciare dalla città un loro cittadino, Ermodoro, reo di essere più bravo e più giusto degli altri, al grido “tra di noi non ci sia uno migliore. O se c’è, lo sia altrove e tra altri”. Affrontare oggi la questione della meritocrazia significa scontrarsi con una serie di resistenze corporative, economiche, sociali e sindacali, nonché con le resistenze insite nella stessa natura umana, restia riconoscere superiorità in chicchessia, come ci ricorda il filosofo A. Schopenhauer nella citazione che segue :“Gli uomini sono intellettualmente miseri, eppure non possono né vogliono tollerare alcuna superiorità.” Però questo assurdo e formalistico sistema egualitaristico di mettere sullo stesso piano persone che si impegnano in modo quantitativamente e qualitativamente diverso ha fatto molti danni alla scuola italiana, relegandola per produttività, qualità ed efficienza ad uno degli ultimi posti tra le nazioni del mondo.

Ma non bisogna dimenticare – come ci ricorda la scrittrice Lidia Ravera – che “la diffusione di una cultura meritocratica dovrà avere necessariamente” – “i tempi lunghi ed estenuanti di una rivoluzione culturale.” E’ da augurarsi però che questa riforma abbia successo, perché “L’Italia che non premia il merito ci costa 2500 euro a persona ! Del resto “La scelta di trattare tutti gli insegnanti allo stesso modo, a prescindere dai meriti individuali ha detto Attilio Oliva Presidente Associazione Tre ELLE – ha dei costi pesantissimi: mortifica i migliori e scoraggia i più giovani; induce ad un atteggiamento impiegatizio; impedisce la crescita di una cultura della valutazione; impedisce all’opinione pubblica di formarsi un’idea su come funziona la scuola. Si alimenta così un pericoloso cortocircuito: è difficile che docenti insoddisfatti riescano a trasmettere ai giovani un messaggio positivo.”

Sorge però a questo punto un quesito: “ Le proposte di Renzi sul merito vanno in questa direzione?” Secondo lo studioso Roger Abravanel “la riforma del merito di Renzi lascia molto a desiderare. Sulla selezione, perché appunto i concorsi sono incerti e quindi si riduce la possibilità di attrarre i migliori. Va un pochino meglio sui 150 mila da stabilizzare. Un po’ di meritocrazia ci sarebbe perché dovranno essere scelti dalle scuole: i più bravi riceveranno offerte da più istituti e gli altri marginalizzati in incarichi secondari. Ma se si vuole affrontare con serietà la questione del merito bisogna puntare moltissimo sulla selezione all’ingresso degli insegnanti (una professione che attira i migliori laureati) e su una vera formazione, fatta in classe da professori esperti e non attraverso corsi di aggiornamento. Se si vogliono ottenere risultati in poco tempo, come ha fatto la Polonia, bisogna allora valutare scuole e insegnanti. E si deve farlo sulla qualità dei risultati, misurati in modo oggettivo, non su parametri burocratici o potenzialmente fasulli.” . La questione che è stata sempre avanzata quando è stato posto il problema della valutazione degli insegnanti in servizio è: “Chi dovrà valutare i professori?”

La problematica della valutazione è stata affrontata da altri paesi senza grossi traumi; solo in Italia, tra le nazioni europee, gli insegnanti non sono soggetti a nessuna tipo di valutazione, né da parte degli alunni, né dei colleghi, né dei dirigenti, né degli ispettori ministeriali.” Per quanto riguarda la valutazione dei docenti bisognerebbe emanare regole, disposizioni e criteri per verificare la loro professionalità. La valutazione di professionalità dovrebbe sottoporre tutti gli insegnanti assunti con regolare concorso ad un biennio di prova. Al fine di accertare poi che i docenti siano in possesso dei requisiti fondamentali per poter continuare ad insegnare, bisognerebbe valutarli con esami e verifiche periodiche almeno ogni quattro anni, come avviene nelle Scuole Europea, compresa quella di Varese. Credo che bisognerebbe creare un sistema integrato di valutazione con un Consiglio centrale di valutazione, composto da alcuni soggetti esterni: Ispettori, Invalsi, esperti in valutazione didattica e in docimologia di chiara fama ecc. e da un Consiglio periferico di valutazione, per assicurare autonomia e potere decisionale direttamente alle scuole.

Nel consiglio periferico il dirigente scolastico, dovrebbe essere affiancato da una selezione di “pari” (i colleghi), ma soprattutto dall’utenza, ovvero da studenti maggiorenni, quelli che ancora frequentano. Anche i test nazionali sugli apprendimenti degli studenti (“in entrata” e “in uscita” e quindi in particolare sui loro progressi) sarebbero una base utile per una valutazione integrata. Si dovrebbe procedere quindi a definire indici di produttività. La valutazione di professionalità dovrebbe riguardare abilità e saperi diversificati: sapere la materia insegnata, saperla insegnare, sapersi rapportare con i colleghi e le famiglie, saper motivare gli studenti e saperli valutare correttamente. Sono attività non facilmente valutabili con criteri oggettivi, ma non impossibili da verificare.

Romolo Vitelli

 

 

17 dicembre 2014
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