Varese

Varese, il Pd discute di Jobs Act. Ma è papa Bergoglio a dire qualcosa di sinistra

Da sinistra Bordone, Dell'Aringa e Leonardi

Da sinistra Bordone, Dell’Aringa e Leonardi

Alla Sala Traduttori e Interpreti di Varese pubblico delle grandi occasioni per un dibattito organizzato dal Pd provinciale sul Jobs Act, una delle misure più impegnative e controverse del governo Renzi. Tanto pubblico, con molti in piedi, per ascoltare dalla voce di alcuni esperti cosa ci si deve attendere da questa riforma che continua ad essere dibattuta in Commissione a Roma.

Un confronto che, per bocca degli organizzatori, avrebbe dovuto superare quello che inevitabilmente è accaduto nel Paese: gran parte delle polemiche e delle obiezioni si sono concentrate sull’articolo 18, tirato in ballo da uno delle novità del pacchetto, il contratto a tutele crescenti. Al contrario, e nonostante le intenzioni del Pd provinciale, l’articolo 18 l’ha fatta da padrone anche ieri sera. E non ci vuole una grande intelligenza per comprendere che quando si parla di diritti, preoccupazione ed allarme sono inevitabili.

Il confronto di ieri sera targato Pd e moderato dall’ottimo Michele Mancino, vicedirettore di Varesenews, ha offerto molti spunti, ma in gran parte ha riproposto il quadro del dibattito a livello nazionale. L’intervento dell’economista, ora deputato Pd e membro della Commissione Lavoro, Carlo Dell’Aringa ha subito sgomberato il campo dalle aspettative più ottimistiche: la legge delega “più che aumentare la quantità del lavoro, migliora la qualità del lavoro”. Dunque, difficile pensare che le misure renziane creino nuovi posti di lavoro. Confermando poi, lo stesso Dell’Aringa, un quadro allarmante del mercato del lavoro di oggi, quando ha sottolineato che “oggi le imprese, su 100 assunzioni, soltanto 15 sono a tempo indeterminato”. Dunque, anche quanto alla qualità del lavoro, non navighiamo in buone acque.

Sui nuovi posti di lavoro ha proseguito l’altro economista della serata, che ha contribuito fattivamente a stendere il testo della legge, Marco Leonardi, economista dell’Università Statale di Milano, che ha sottolineato come gli 800 mila posti di lavoro promessi per l’anno prossimo sono in realtà soltanto quelli previsti o immaginati a tempo indeterminato a fronte di agevolazioni e incentivazioni del governo (come la decontribuzione). Interessante anche l’intervento di Leonardi che ha chiarito come le posizioni in campo sull’articolo 18 nel dibattito del Pd fossero tutte, quali più, quali meno, tese ad “indebolire” quella che l’economista ha definito “una bandiera identitaria”.

Efficace, quindi, il giudizio dell’unico interlocutore della serata, l’avvocato del lavoro Andrea Bordone, capace di vedere, del Jobs Act, alcune evidenti criticità: “L’idea di fondo della legge delega  è quella di ridurre i diritti per procedere ad una riforma del mercato del lavoro, assioma del tutto discutibile”. Ha proseguito Bordone: “Immaginare che a minori tutele corrisponda più occupazione, è una tesi che non regge”.

Temi complessi, con una forte componente tecnica, quelli del Jobs Act. Temi che, tuttavia, rischiano di non dare voce a valori fondamentali che, tuttavia, ieri sera sono emersi nel corso del dibattito, spesso affacciati con le parole e i concetti di quello che Umberto Colombo, segretario generale della Cgil, ha definito “un signore vestito di bianco che arriva da Buenos Aires”, papa Francesco. Che sempre sottolinea l’importanza di una “battaglia di dignità”, come ancora ha detto Colombo, di grande importanza. A Colombo faceva eco un altro intervento che citava un discorso del papa sulla necessità di “nuove forme di partecipazione dei lavoratori”. E appariva quasi paradossale, ieri sera – come sempre più spesso accade – che per sentire “qualcosa di sinistra” nel dibattito del Pd abbia dovuto risuonare la voce di papa Bergoglio.

 

22 novembre 2014
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