Lettere

Noi e la tragedia della guerra

La guerra porta sempre odio, rancore, distruzione e dolore. Gli uomini spesse volte hanno giustificato il dolore, la distruzione, la sofferenza provocati con autoassoluzioni: “guerra giusta”, “guerra umanitaria”. Sono giustificazioni benevoli, buone per le opinioni pubbliche e per il consenso politico. La storia dell’umanità è piena di guerre giuste, sante, giustificate e, ultimamente, umanitarie. E la storia, si sa, la fanno i vincitori.

Devo sinceramente scrivere che ho sempre provato una grande ammirazione per gli uomini e le donne che hanno saputo incarnare il valore del pacifismo con l’autenticità della testimonianza. Se penso ai La Pira, Don Milani, Capitini, Dolci, tanto per citarne qualcuno a noi vicino, bè tanto di cappello.

Diverso il sentimento che provo invece di fronte ad un pacifismo a senso unico, quello di una certa sinistra, sempre e solo antiamericana e antisemita o nei confronti di dichiarazioni come quello dell’on. Di Battista e di altri del “Movimento 5Stelle”, ma non è di questo che vorrei riflettere.

Ci sono situazioni, momenti, nella storia di un consesso di nazioni in cui ci si interroga e ci si mette in discussione. Succede quando i propri valori sono messi in pericolo. Succede quando la libertà è a rischio, ma succede anche di fronte alle orribili sofferenze del vicino, quando la consapevolezza della tragedia supera il limite invalicabile del senso di umanità. Ma non sempre è così e non sempre è così facile scegliere cosa fare.

Penso a quello che è accaduto con la seconda guerra mondiale. Le titubanze di Chamberlain e l’inconcludenza delle democrazie di fronte a Hitler e alle sue rivendicazioni. Penso ai campi di sterminio e a quello che avrebbero potuto e dovuto fare gli Alleati che sapevano e non fecero. Penso a quanto accaduto in Cambogia con i Khmer Rossi. Penso a quello che è capitato nei Balcani, nel cuore dell’Europa, in quell’Europa dove si pensa di aver estirpato il germe della violenza e dell’intolleranza e di aver ottenuto la pace definitivamente. Penso a Sarajevo e Srebrenica. Penso al Rwanda e ora penso a quello che succede in Iraq e in Siria con le teste mozzate, il genocidio e la pulizia etnica ad opera di fanatici e prima, a quello che è accaduto ( e temo accada ancora ) in Afganistan con i Talebani, altri campioni di tolleranza.

E non posso non pensare a quanto succede ai cristiani in tutto il mondo in questo momento, ma soprattutto, a quanto succede loro nelle terre dominate dall’Isis e da altri fondamentalisti.

Quanto è strano il nostro Occidente e quanto sono strane le democrazie. Ci riteniamo depositari di valori assoluti, depositari unici della libertà, della democrazia tanto da ritenere che le uniche e vere siano solo le nostre. Ci riteniamo una civiltà superiore, illuminista, tanto da poter insegnare i diritti e come debbano essere difesi a tutte le nazioni del mondo.

Eppure, quando è incominciato il genocidio dei cristiani, nel mondo arabo, abbiamo girato la faccia dall’altra parte. Si è dovuto vedere, quasi in una assurda conta macabra di chi ha più morti, anche il genocidio di una minoranza mussulmana, gli yazidi per smuovere le coscienze e il “gendarme americano”.

A me hanno insegnato a non credere al “si vis pacem para bellum”, così come mi hanno insegnato che il riscatto della patria, la conquista della libertà, della dignità, della democrazia e la possibilità di offrire una pace anche ai vinti sono passate dalla vittoria degli Alleati nella seconda guerra mondiale sulle dittature nazifasciste e attraverso la lotta partigiana.

Dunque ci sono dei momenti nella vita in cui i valori si devono difendere con ogni mezzo. Ci sono dei momenti in cui occorre percorre la via dei pacifici. I pacifici sanno bene che dietro le guerre ci stanno interessi corposi. Non è solo per il senso di umanità che si chiede di intervenire in Iraq. C’è il petrolio, c’è il pericolo dell’instabilità dell’intera regione e c’è il timore che quelli dell’Isis non siano solo una banda armata di fanatici.

La guerra non si fa a cuor leggero. Spesso, anzi, il più delle volte, nelle guerre ci si è trascinati senza volerlo apertamente. Spesso sono gli errori a spingere in quella direzione.

Prima dello scoppio della “grande guerra”, dell’”inutile strage” ci fu l’esaltazione dei nazionalismi e dell’eroiche virtù militari. La seconda guerra mondiale fu preparata al grido della “bella morte”. Fu inculcato il desiderio di dominio, il disprezzo della vita umana e l’annientamento di interi popoli giustificato con l’appartenenza ad una razza inferiore.

Quando ho visto quello che è accaduto a Sarajevo, a Srebrenica, in Kossovo, nel cuore della vecchia Europa, mi sono chiesto come moralmente potevamo pensare di non fare nulla di fronte a gente massacrata perchè mussulmana. Ci sono stati i bombardamenti della Nato e l’abominio è stato fermato. Ora non ho visto gli aerei dell’Arabia Saudita o di qualche altro paese arabo prendere il volo per fermare il massacro dei cristiani e delle altre minoranze mussulmane ( ayzidi, curdi e turcomanni ) in Iraq. Ancora una volta, con riluttanza, il “gendarme americano” è dovuto intervenire, nell’immobilismo vergognoso dell’Europa e forse spetterà ancora anche alla Nato muoversi fuori dai suoi “confini”.

Tutto questo non piace a nessuno. Tutti vorremmo che la diplomazia potesse far il suo corso e riportare la pace in luoghi e terre devastate. Ma cosa può fare la diplomazia a fronte della barbarie di chi vuole l’umiliazione, l’annullamento e l’annientamento di ogni umanità diversa dalla sua? Non è uno scontro di civiltà. Non è una guerra noi contro loro, cristiani contro mussulmani. L’umanità è una sola. E l’umanità va difesa sempre. Non è stato fatto così anche con la lotta partigiana?

Non possiamo chiedere il “martirio” agli altri quando noi per primi ci richiamiamo ad una storia di liberazione che non è avvenuta certo solo con la non violenza. Ghandi potè portare il suo popolo alla libertà e alla democrazia con la non violenza, ma solo perchè dall’altra parte c’era una nazione democratica, l’Inghilterra. Non per tutti è stato così e non per tutti sarà così. Riusciremo a mantenere la nostra umanità di fronte a nuove tragedie?

E’ la forza delle democrazie. Lacerarsi, discutere, dividersi, ma alla fine decidere. La democrazia ha un senso e un valore se decide, se non è debole e se, di fronte all’intolleranza, non fa passi indietro. Non accetta la “banalità del male”. Può non piacere, ma è così che la storia ci ha insegnato.

Roberto Molinari

Componente Direzione P.le PD

Varese

30 agosto 2014
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